OPERA/ I Puritani dei Teatri di tradizione e la rinascita della lirica

- Giuseppe Pennisi

GIUSEPPE PENNISI, recensendo la messa in scena dei Puritani a costi ridotti, si chiede se le coalizioni di “teatri di tradizioni” non rappresentino la leva per la rinascita della lirica

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Un momento della rappresentazione

Ultima opera di Vincenzo Bellini, composta per Parigi prima di morire a meno di 35 anni nei pressi della capitale francese I Puritani è opera da fare tremare il polso ai sovraintendenti ed ai direttori artistici delle fondazioni liriche. Quindi, è una delle opere più raramente rappresentate, anche se più belle, del compositore catanese: è l’apoteosi del “belcanto”, pur se  basata su un libretto piuttosto improbabile in cui amori, intrighi, tradimenti (finti o presunti), e pazzia ai tempi delle guerre Cromwell si intrecciano tra lori e terminano con colpo di scena e lieto fine. De Chirico ne firmò un allestimento (rivisto a Roma alla fine degli Anni Ottanta) in cui l’astrusa vicenda era trasformata in un gioco di carte – una fazione erano i “quadri” e l’altra i”cuori”- quasi a sottolineare l’irrilevanza del testo del Conte Pepoli, patriota in esilio a Parigi. Nel 2008-2009 un allestimento di Pier’Alli è stato  co-prodotto dalle fondazioni liriche di Palermo,  Bologna e Cagliari e portato al  Festival di Sanvonlinna in Filandia  ed infine a Tokio nell’enorme Bunka Kaikan. Era una messa in scena all’insegna dell’economia dei costi, delle sinergie, della qualità e dell’”esportar cantando” del “made in Italy”. Il grigio dominava i primi due atti, mentre il verde e l’azzurro caratterizzavano il terzo. Veloci siparietti e proiezioni facilitano l’adattamento a palcoscenici di varie dimensioni. Erano state chiamate a raccolta le migliori voci internazionali del “bel canto”- ed un budget conseguente. Fu comunque un successo, che altre fondazioni liriche, però, esitarono a replicare.

Quindi, numerosi melomani e critici musicali sono rimasti tra lo scettico ed il sorpreso alla notizia che un gruppo di teatri “di tradizione” (con risorse infinitamente minori di quelle delle fondazioni liriche) avevano in animo di mettere in scena il lavoro: il “circuito lombardo” ( Cremona, Como, Brescia, Pavia) ed il “Pergolesi” di Jesi hanno realizzato  un’avventura analoga, affidando la regia, le scene ed i costumi, ad una squadra proveniente dal teatro di prosa sperimentale (Carmelo Rifici, Guido Buganza, Margherita Baldoni), e la direzione musicale ed il canto in voci in gran parte giovani e poco conosciute.

L’allestimento scenico è molto semplice: un salone di un castello innevato con un secondo piano/soppalco praticabile. I costumi dei “puritani” sono austeri, quelli dei “cattolici” legati al Regno degli Stuart lussuosi. Rifici viene dalla prosa ed utilizza in certi momenti attori per mostrare i pensieri – per lo più erotici – dei due “casti” protagonisti. Un artificio di cui, a mio avviso, si può fare a meno. Tuttavia, la recitazione è spigliata e la produzione può essere facilmente portata in altri teatri. Si parla della possibilità di una tournée sull’altra sponda dell’Adriatico.

Una coproduzione di lunga durata (come questa) consente affinamenti in corso d’opera. In effetti, a Como e Pavia trionfò la protagonista di quelle recite – Jessica Pratt – mentre il tenore lasciava a desiderare. A Jesi, dove ho visto lo spettacolo, il gruppo maschile, specialmente il tenore Yijie Shi (cinese) ed il baritono Julian Kim (coreano) sono stati con il basso Luca Tittoto (il meno giovane del gruppo dei protagonisti) trionfatori dello spettacolo sotto il profilo vocale. La cubana Maria Aleida ha dato prova di avere potenziale, ma deve lavorare sui registri ed ampliare il volume prima di affrontare di nuovo l’impervio ruolo di Elvira.

La vera scoperta è il trentenne Giacomo Sagripanti, noto all’estero molto più che in Italia. I lavori di Bellini sono spesso considerati opere in cui l’orchestra è mero supporto delle voci. Alcuni decenni fa, proprio dirigendo I Puritani in un’edizione di cui c’è un magnifico CD, l’allora giovane Riccardo Muti mostro come l’ultima opera di Bellini non ha solo una delicatissima introduzione e la giustamente famosa polonaise ma è un ricamo di atmosfere affidate alla sonorità orchestrali tali da rendere plausibile (almeno tanto quanto la vocalità) l’astruso libretto.  Nel 2008, a Palermo, da dove partì la coproduzione delle fondazioni liriche, Friederich Haider, pur autore di una buona incisione, fece alcuni tagli , specialmente ai da capo, ma dilatò i tempi.

 

 

Sagripanti lavora con una partitura quasi integrale (lo spettacolo dura quattro ore , compresi i due intervalli) ma rispetta scrupolosamente i tempi essenziali per le atmosfere belliniane.  Nonché indicazione che se Bellini fosse vissuto avrebbe, al pari di Rossini, viaggiato non verso il melodramma donizettiano e verdiano ma alla volta del romanticismo tedesco (non per nulla Richard Wagner , che, ad un orecchio poco accorto, può sembrare l’antitesi del catanese, lo considerava un Nume ed un Maestro).

Andiamo al vero punto politico: con fondazioni liriche (10 su 13 con bilanci che chiudono in passivo) che hanno accumulato 300 milioni di debiti, sono dilaniate da lotte intestine, hanno masse artistico-tecnico-amministrative sempre sul piede di guerra, le coalizioni di “teatri di tradizioni” non rappresentano la leva per la rinascita della lirica in Italia? Giriamo la domanda al Superiore Ministero.

 

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