LUIGI “GRECHI” DE GREGORI/ L’intervista: angeli, fantasmi, banditi e campioni

Luigi Grechi si riappropria del suo cognome, De Gregori, che condivide con il più noto Francesco, suo fratello, in occasione del nuovo disco “Angeli e fantasmi”. L’intervista di PAOLO VITES

18.10.2012 - Paolo Vites
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Luigi "Grechi" De Gregori

A volte torna con un suo disco. Discreto, gentile, senza quei modi un po’ presuntuosi che talvolta caratterizzano altri esponenti della musica italiana che spesso si considerano il centro del mondo. Eppure Luigi Grechi di ragioni per considerarsi tale ne avrebbe tante. Adesso che è tornato a usare anche il suo cognome paterno, De Gregori – già, perché lui è il fratello più grande di un certo Francesco De Gregori – che per tutta la sua carriera aveva nascosto in cambio di quello materno, proprio per quel suo carattere gentile che non ha mai voluto favoritismi o scorciatoie, Luigi sembra voler reclamare qualcosa di suo. Fa bene: è stato lui ad aprire la strada della canzone d’autore a una generazione di pargoli che senza di lui forse avrebbero faticato di più a trovare il successo. Stiamo parlando di suo fratello, di Antonello Venditti e tanti altri, che lui, un po’ più grande di loro come anni, ha tenuto a battesimo ed educato musicalmente. Ha fatto loro conoscere i grandi della canzone d’autore americana a cui poi si sono ispirati, ha insegnato a stare su di un palco. Oggi Luigi pubblica uno dei suoi lavori discografici migliori, in una carriera rada di titoli, ma non di grandi canzoni, basti pensare a quella Il bandito e il campione che suo fratello ha portato in classifica. “Angeli e fantasmi” recupera brani già incisi e ne regala di nuovi, sempre su quella strada intensa di narrarorie di storie e di autore elegante, tra il folk nordamericano e la tradizione popolare italiana. Ad accompagnarlo musicisti di classe quali Paolo Giovenchi e Stefano Parenti, Francesco Bellani, Fiore Benigni, Leonardo Petrucci, Andrea Tarquini alla chitarra, Alessandro Valle a dobro e pedal-steel e Franz Mayer al contrabbasso ad arco. Un disco da ascoltare a lungo, come un bel libro che non si finsice mai di sfogliare.

“Angeli & fantasmi è un gran bel titolo, sembra che ce ne siano parecchi in queste canzoni. A cosa ti riferivi esattamente con un titolo del genere?

Una prima risposta è  che mi sono imbattuto in questo accostamento nei versi di una canzone di Guy Clark e mi è sembrato un ottimo titolo. Ma per rispondere veramente alla tua domanda ti dirò che non credo all’esistenza né di angeli né di fantasmi nella vita reale (ma quale sarà poi la “vita reale”?). Credo invece nella loro esistenza nella nostra vita interiore, sono loro che agitano e turbano i nostri sogni… E’ vero, annidati nel disco ce ne sono parecchi. 

“La strada è fiorita” è un pezzo inedito di tuo fratello Francesco: a quando risale? E come mai hai deciso di inciderlo?

La canzone risale ai tempi del primo  Folkstudio di Giancarlo Cesaroni, a cavallo del 1970. Francesco la considerava solo un “esercizio di stile” e quindi non l’ha mai incisa. L’ho fatto io sul mio vinile eponimo “Luigi Grechi” perchè, appunto, svegliava dentro di me parecchi fantasmi: quello della guerra, quello della paura e delle angoscie esistenziali e civili, politiche insomma. Gli stessi fantasmi oggi si sono fatti ancora più aggressivi ed era quindi importante per me esorcizzarli riprendendo la vecchia canzone. E poi, la versione del vinile era ormai troppo datata e così l’ho attualizzata in chiave country-rock… Vorrei averla scritta io.

“Torna il bandito” è un brano dove ritroviamo i due grandi protagonisti de “Il bandito e il campione”: una storia che continua ad affascinarti?

Certamente, le due persone, Pollastri e Girardengo, sono entrambi  di una tale potenza drammatica  che stavano stretti in una sola canzone. Questo lo sapevo sin da quando ho scritto “Il bandito e il campione” con l’intenzione di proseguire a raccontare ulteriormente la saga di Pollastri, soprattutto. C’è veramente materiale per un grande film da grande schermo. Finora abbiamo solo l’arresto e il ritorno a casa, ma ci sono ancora da narrare gli anni di galera, per esempio, che sono densi di spunti drammatici ed interessanti… Chissà…

Nel disco c’è una nuova versione de “L’angelo di Lyon” che tu hai tradotto da un pezzo di Steve Young e Tom Russell, che avevi già inciso e che aveva anche inciso tuo fratello. Anche questa una storia troppo bella per non registrarla di nuovo? Cosa ti ha attratto sin dall’inizio in questo brano per decidere di tradurlo?

 

Quando una canzone in un’altra lingua mi piace veramente è naturale, direi fatale che io impari a cantarla: e mentre canto in un’altra lingua, non penso solo al “suono” delle parole ma soprattutto al significato. E a volte questo significato può – per puro miracolo linguistico – avere un sua facile e lineare traduzione italiana. Questo mi è successo spesso con altre canzoni di Tom Russell che ho tradotto. Evidentemente il miracolo”risiede nel suo modo di scrivere, così diretto. Ci sono altre canzoni che mi piacciono immensamente, come “Poncho and Lefty” di Townes Van Zandt che mi sembrano invece refrattarie a qualunque traduzione dignitosa.

 

“Al primo canto del gallo”, un brano dove c’è tutta la tua essenza di autentico folksinger nella tradizione di maestri come Rambilin Jack Elliott. O forse preferisci essere definito uno storyteller? Cosa significa per te oggi questa tradizione?

 

Ti ringrazio per avermi in qualche modo associato a Ramblin’ Jack, ma è vero, lui è un grande esempio di folksinger, è stato il vero anello di congiunzione tra Woody Guthrie e Bob Dylan. Quanto a chi sia oggi un folksinger o uno storyteller, è una domanda che richiederebbe un libro per rispondere. Direi in fondo che più che chiedersi oggi chi sia il folksinger bisognerebbe domandarsi dove è finito e come è cambiato il pubblico che li ascoltava negli anni ’60 e ’70.

 

Un tuo ricordo di Stefano Rosso, un cantautore molto bravo purtroppo scomparso di recente, di cui hai inciso un brano.

 

Me lo ricordo quando da ragazzetto strimpellava la chitarra sui gradini intorno alla fontana di Santa Maria in Trastevere. E poi alle sue prime esibizioni al Folkstudio e, ormai famoso, nei suoi concerti milanesi. A volte mi svegliava col telefono nel cuor della notte. Abbiamo diviso il palco e bevuto insieme litri e percorso chilometri. Sarebbe oggi troppo facile dire che eravamo amici: veri amici forse non ne ha mai avuti, aveva un caratteraccio. Diciamo invece che gli voglio bene e in passato, da giornalista, ho scritto di lui con affetto. Mi faceva rabbia che fosse dimenticato, che – a differenza di De André o Rino Gaetano o piuttosto Ivan Graziani – non abbia avuto tributi discografici significativi. Ho cercato di colmare un vuoto, di stringergli ancora la mano.

 

Prima hai citato Cesaroni:  alla sua memoria, assieme a quella di Franco Lucà, Carlo Carlini e Franco Ratti, hai dedicato il tuo cd. Vuoi dirci perché?

 

Non solo per il rapporto di collaborazione che ho sempre avuto con loro per vari motivi artistici e professionali, ma soprattutto per un debito di gratitudine mio personale e di tutta una generazione di amanti della buona musica. Giancarlo Cesaroni ha proseguito l’opera del fondatore Harold Bradley facendo diventare il Folkstudio la culla della canzone d’autore romana, senza trascurare l’internazionalità, con musica irlandese (primo tour italiano dei Chieftains), africana (Tamburini del Burundi) e di ogni altra parte del mondo. Così anche Franco Lucà (con il Folk Club di Torino e Maison Musique, di cui non ha fatto in tempo a vedere i frutti) che ci ha fatto ascoltare tantissima musica da ogni parte del mondo che senza di lui difficilmente sarebbe approdata qui. E poi Carlo Carlini, l’instancabile organizzatore e promoter che ci ha fatto sentire il fior fiore della canzone d’autore americana a cui più sono debitore e infine Franco Ratti senza il quale tutti questi dischi “di nicchia” mai avrebbero raggiunto il mercato. Senza loro quattro il panorama musicale del nostro paese sarebbe stato assai più desolato.

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