BRAD MEHLDAU/ “Where Do You Start” ovvero l’arte del trio

- La Redazione

Le frontiere del nuovo jazz e l’arte del trio: ecco come Brad Mehldau, eclettico pianista americano, riesce a combinare rock, folk e canzone d’autore con l’improvvisazione. di GABRIELE GATTO

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Il disco di Brad Mehldau

Il jazz negli ultimi vent’anni è diventato roba da accademici. Questa affermazione può sembrare troppo drastica, troppo tranchant, ma non si discosta poi molto dalla verità. O è diventato roba da radical-chic, che è ancora peggio. Il jazz non è mai stata musica immediata, sicuro. Per approcciarvisi, c’è bisogno di pazienza, ascolti ripetuti, di immedesimazione. Non è musica di sottofondo, e chi cerca di farvela passare per tale dovrebbe subire l’amputazione del timpano come giusta penitenza. Il jazz è una miscela di istinto e disciplina come difficilmente nelle arti umane si può trovarne. Non è solo questione di riempire nella maniera migliore uno spazio vuoto con un assolo più o meno lungo, più o meno tecnico. È questione di prendere un tema, assorbirlo all’inverosimile, entrarci dentro fino a diventarne parte e diventare parte anche dei musicisti che con te stanno suonando. Questo è il jazz. È una sintesi mistica, un’impossibilità vivente che, se si è fortunati, qualche volta si concretizza. E, paradossalmente, più si riduce la schiera dei musicisti sul palco, più il gioco si fa difficile e complicato, più gli intrecci diventano arditi, più la dilatazione dello spazio e del tempo diventa incolmabile.

La forma del trio è un miracolo già di per se stessa, tre musicisti, sempre sospesi su un filo fra il terrore del silenzio e la prosopopea e la magniloquenza delle note di troppo. Il cosiddetto piano trio è la forma più grande di questo miracolo. Il piano trio è il trio per eccellenza. Sì, è vero, qualcuno è riuscito a far miracoli in tre anche senza pianoforte (leggasi Sonny Rollins) ma sono casi sporadici, isolati. Perché poi la mente passa a Bill Evans, Vince Guaraldi, Oscar Peterson, Keith Jarrett, Ahmad Jamal, Michel Petrucciani. E ogni nota diventa un incantesimo. Il jazz, in questa forma, smette di essere accademia per trasformarsi in poesia. Qual è il segreto di quest’alchimia? Semplice, l’amore per la musica. E non è un caso che la grandezza di questi artisti (e questi trii) stia nell’aver saputo reinterpretare gli standard, ossia quelle canzoni che la gente conosceva a memoria o quei temi divenuti ormai dei classici, affiancandoli alle proprie composizioni ed alle proprie suggestioni. La loro impressionante maestria, peraltro, fa sì che anche chi non ha mai ascoltato una nota di jazz venga travolto dalle loro note.

Ed ora? Semplice. Ora il testimone è passato a Brad Mehldau. Lui è un ragazzone americano dal viso e dall’abbigliamento ordinario, per niente appariscente, che ha studiato e ristudiato la musica classica e ama il rock. Ed è sicuramente il più importante astro del firmamento jazzistico mondiale sorto negli ultimi vent’anni. Classe 1970, ha debuttato come leader non troppo giovane, nel 1995, dimostrando di aver imparato appieno la lezione stilistica e la compostezza di maestri come Evans e Guaraldi – più ancora di Jarrett, definito dallo stesso artista “più un’ispirazione che un’influenza vera e propria” – alla quale però aggiungeva una spigliatezza giovanile che lo contraddistingueva dalla massa. Il tutto, unito ad una tecnica sopraffina, che lo porta ad essere considerato dalla critica più attenta come uno dei più grandi interpreti dei “tempi dispari” più insoliti (5/4, 7/4), tenuti dalla sua incredibile mano sinistra mentre con la destra suona in contrattempo. 

Quello che emerge, però, è anche una ricerca non convenzionale dei temi interpretati. Perché, affianco alle proprie composizioni, sempre eccellenti, Mehldau alterna classici di Monk, Cole Porter e Davis ma anche e soprattutto di musicisti rock, con una predilezione su tutti per i Beatles, i Radiohead e soprattutto Nick Drake, che spesso sembra essere il suo parametro stilistico più vicini, non tanto a livello di timbro o di ritmiche quanto di rarefazione ed atmosfera musicale. 

Così, affianco ai classici, ecco far capolino dai suoi dischi – quindici in trio, tutti eccellenti, più altri progetti sparsi come le collaborazioni con Metheny, Joshua Redman e i dischi in solitaria – brani insoliti come Everything in the right place dei Radiohead, che acquista una carica malinconica contrapposta all’estraniamento della versione originale, contenuta in un disco seminale e difficilissimo come Kid-A, oppure la meravigliosa 50 ways to leave your lover di Paul Simon, sublimata musicalmente da un arrangiamento scintillante. Ma è quando la bussola di Mehldau si sposta verso la direzione della malinconia che l’arte del pianista americano tocca le sue vette. Così, Blackbird dei Beatles, interpretata nell’album del 1997 The Art of Trio diventa un invocazione, una supplica vera e propria mentre lo struggimento del Nick Drake di River man, ormai un suo cavallo di battaglia, è qualcosa da lacrime.

E’ uscito lo scorso settembre il nuovo disco di Mehldau, Where do you start, ma vale la pena soffermarcisi ancora: anche questa una volta realizzato con i fedeli Jeff Ballard alla batteria e Larry Grenadier al basso, che segue di pochi mesi il precedente Ode. Ma se quest’ultimo era una collezione di nuove composizioni, peraltro decisamente notevoli, dello stesso Mehldau, Where do you start? è un percorso che porta da Elvis Costello a Chico Buarque de Hollanda, passando per Jimi Hendrix (una resa da brividi di Hey Joe, in cui il basso di Grenadier si sostituisce ai fraseggi del chitarrista di Seattle), Sonny Rollins, e il solito Nick Drake, stavolta omaggiato da una magistrale Time has told me, ancora una volta vicinissima allo spirito dell’originale. E quello che traspare dai solchi di questo nuovo disco, che più che descrivere in senso tecnico il vostro “(re)censore” vi consiglia di ascoltare e riascoltare fino a perdervisi dentro, è un amore profondo e allo stesso tempo semplice per queste canzoni che Brad ha scelto di interpretare con i propri fedeli accompagnatori, ormai una cosa sola con lui, tanto è perfetto l’interplay fra di loro. Ed è proprio quest’amore per la musica in senso totale, senza barriere di generi e stili, che fa in modo che Mehldau risulti credibile sia quando interpreta le proprie articolate composizioni sia quando si sofferma sugli Alice In Chains, per fare uno dei tanti esempi, o sui classici del song americano.

E davanti ad un amore così grande, ogni atteggiamento snob può andare tranquillamente al diavolo e, sì, il jazz può ritornare ad uscire dalle proprie camerette che puzzano di stantio e di muffa intellettuale per ritornare alla sua essenza, quella di musica veramente universale.

 

(Gabriele Gatto)

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