RITRATTI/ Nancarrow, Vaughan Williams e i grandi “dimenticati” della Storia della Musica

Giganti in volontario esilio, rivoluzionari solitari, protagonisti occulti. Sono gli “invisibili” della Storia della Musica che ENRICO RAGGI ha voluto raccontare

14.02.2012 - Enrico Raggi
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Immagine d'archivio (Infophoto)

Gli invisibili. Ci sono, ma non si vedono. Re nell’ombra. Presenze autorevoli e discrete, ineludibili eppure sfuggenti. Agiscono ai margini, acquattati, clandestini, lontani dai riflettori. Ma con loro bisogna fare i conti. Giganti in volontario esilio, rivoluzionari solitari, protagonisti occulti. Artisti influenti che trasmettono dalle “frequenze basse” in cui la società li ha relegati, per chi sa ascoltare.

Quest’anno si celebra il centenario della nascita di uno di loro, l’americano Conlon Nancarrow (morto nel 1997). Leone in gabbia, fiaccola sotto il moggio, un sepolto vivo. Allontanato dagli Stati Uniti quale straniero indesiderabile, trascorre il dopoguerra in Messico, dove approfondisce lo studio del pianoforte meccanico (uno strumento a rulli, con strisce di carta perforate, da azionare attraverso pedali), alla scoperta d’inedite sovrapposizioni ritmiche, in bilico sul filo teso fra arte e scienza. Per eseguire i suoi brani servirebbero non solo riflessi fenomenali e un paio di mani sovraumane, a venti dita estensibili, ma anche due cervelli e più occhi. Le sue figurazioni sono troppo difficili da comprendere, impossibili da realizzare. Ciò nonostante, il risultato suona eccentrico, artigianale, festoso e febbricitante. Giocattoli sonori attivati da pericolose droghe eccitanti: Alice nel paese delle anfetamine.

Il compositore Roberto Andreoni cita altri due «invisibili», Henryck Gorecki e Niccolò Castiglioni. “Il primo, compositore polacco morto nel 2010, è un caso emblematico. Nessuna pubblicità, né promozioni o esposizioni mediatiche, poche foto, scarsi concerti. Roccioso outsider. Postura umile, dimessa, da diacono.
Negli anni Novanta scala le classifiche di mezzo mondo con la sua Terza Sinfonia. Un procedere orchestrale lento e inesorabile. Un Arvo Pärt dei Monti Tatra, ma più sincero, più essenziale. Dopo quel successo ritorna nel limbo da cui è spuntato, ma il suo dolce rigore spirituale fa scuola.

Ancora più clamorosa la storia di Castiglioni. Nato esattamente ottant’anni fa. Uomo puro e generoso. Un gusto inimitabile per le sonorità cristalline e luminose; tratto limpido, sorgivo e scorrevole come un ruscello. Una fantasia timbrica e figurale assolutamente strepitosa; incanti mozartiani, fiabeschi, costantemente protesi verso l’exultatio. Il suo viaggio nella spiritualità del suono non ha eguali. È un’anima integra alla ricerca di un suono interiore, viatico verso l’unità. O, per usare le sue parole: Il rumore non fa bene, il bene non fa rumore”.

Carlo Alessandro Landini, docente al Conservatorio di Piacenza e negli Usa, fa i nomi di Giacinto Scelsi e di Salvatore Sciarrino, “incamminati sulla strada del silenzio”. E poi Brian Ferneyhough, con la sua poetica, “opposta e complementare, basata sull’accumulo disordinato, a strati geologici, del materiale”.
Luca Belloni, da Adria, nomina Galina Ustvolskaja, “radicale, feroce, monolitica. E poi indico Henry Cowell (soprattutto le prime cose), Lou Harrison (quanti minimalisti sono debitori a lui, oltre che a Cage); e, tra i viventi, Frederick Rzewski che, tra l’altro, ha reso disponibili tantissime sue partiture (e registrazioni) su IMSLP.org, unico nel panorama internazionale, ingessato nella sua iconoclastia (di facciata) così borghesemente “à la page” (pensiamo al solo Boulez, il più potente tra i potenti)”.

Il bresciano Rossano Pinelli ricorda il tedesco Bernd Alois Zimmermann (1918-1970), “il cui linguaggio raggiunge risultati drammatici ed espressivi di altissimo livello”.
Matteo Falloni, sceglie l’inglese Gerald Finzi: “I suoi Concerti per clarinetto, per violino, per violoncello, sono capolavori assoluti. Inarrivabile eleganza, incredibile controllo formale, polifonia fittissima e lieve, voce pudica e immacolata, struggente e perfetta, inesauribile nelle sue molteplici sollecitazioni. Musicista non in lotta ma in ascesa”.

“La questione degli invisibili è analoga alla domanda se la storia renda giustizia a chi davvero lo merita – commenta Paolo Ugoletti –. Tristemente propendo per la tetra casualità del tutto. Resta però ampio spazio alla possibilità di rinvenire nel moto del tempo gemme e perle sfuggite alle maglie del successo, della critica, del conformismo, della rappresentanza e dell’appartenenza. Per esempio, considero William Walton autore di levatura uguale a Debussy o Strauss. Sono miei eroi quei sani borghesi inglesi, geniali e modesti compositori di opere sinfoniche, come Ralph Vaughan Williams, Granville Bantock, Bliss, Havergal Brian (quarant’anni dalla morte nel 2012, chi lo ricorderà?); scrivono splendida musica. Amo i pezzi pianistici di Geirr Tveitt, il Bartok norvegese, che nulla ha da invidiare all’ungherese quanto a genio e sfortuna. Sì, la storia dimenticata è viva e vivificante”.

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