ANALISI/ Il testo di “E tu lo chiami Dio” la canzone di Eugenio Finardi a Sanremo 2012

- La Redazione

L’analisi del testo della canzone che Eugenio Finardi presenta a questo festival di Sanremo, E tu lo chiami Dio. Un brano che peraltro non ha scritto lui

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Sanremo 2012: diretta live (Infophoto)

Ad Eugenio Finardi non sono mai mancati i testi impegnati, ma anche orecchiabili; con le rime facili e intelligenti ci ha accompagnato con molti ritornelli, ma possiamo anche dire versi indimenticabili; chi non si ricorda della musica ribelle “che ti vibra nelle ossa che ti entra nella pelle”? E del brivido adolescenziale della “prima volta che ho fatto l’amore non è stato granché divertente”  di  Non è nel cuore (“ l’amore non è nel cuore è riconoscersi dall’odore”)?
Ce lo ricordavamo un ragazzo coi capelli lunghi, pieno di idee e anche un po’ di arroganza, contestatore quando era il momento di farlo, scivolato dietro le quinte quando gli ideali erano stati anche loro messi da parte; uno che era partito con la marcia in più di autore con il passaporto americano, aveva cominciato a cantare in inglese e poi in italiano quando era stato il momento di Saluteremo il Signor Padrone.  Certo tutti crescono: lui disprezzava  i dj nostrani che pronunciavano male il suo nome, Eugene, in americano; intanto esercitava la sua particolarissima voce, nasale e ironica ma anche rabbiosa e potente, in testi che anche senza musica sono vera e propria poesia, per la facilità e l’intelligenza delle rime ma soprattutto per l’acume e la profondità delle intuizioni.
Proprio lui adesso si presenta con i capelli bianchi raccolti a faccia finalmente scoperta, una figura austera vestita con noncuranza, non certo da Festival di Sanremo,  a cantare la canzone scritta da qualcun altro ; da un’autrice, Roberta Di Lorenzo, che nel testo non mette niente di  marcatamente o esclusivamente femminile, ma qualcosa di femminile c’è proprio nella grazia e nella nuova umiltà con cui un autore come lui canta un testo non suo, ma che evidentemente sente fino in fondo.  Calda è la dolcezza con cui  interpreta, correndo con generosità il rischio dei toni troppo alti , acuti, non proprio adatti alla sua intonazione, con una specie di noncuranza per l’esecuzione e una preferenza per la canzone in sé, proprio così , per quella che è.
E dice che lo fa anche perché gliel’ha chiesto il suo amico Morandi, a cui non si può dire di no, che tra l’altro al contrario di lui che fa scorrere le parole sulla musica e viceversa con noncuranza e rispondenza perfetta, si è sempre incagliato sui testi.
L’extraterrestre adesso non vuole più andar via: ma resta “fermo qua , su questo piano che si chiama terra”. Invece  il testo scivola qua e là  (“vorrei volare ma non posso”,  cos’è per uno che scriveva del Marco che non sopporta le parole “le ritrova ogni volta che va fuori, dentro ai manifesti o scritte sopra i muri”?); anche il tema del divino in ogni uomo o in ogni religione  (“io non do mai nomi a cose più grandi di me “) alla fine è banale, di una spiritualità senza coraggio.

Il brivido sta piuttosto in alcuni inserti oscuri,  apparentemente solo suggeriti e non spiegati (“Io che ho visto come te dritto in faccia il dolore”) che sono i migliori, i più suggestivi ( “e non c’è ordine nei letti d’ospedale, come in una fotografia rivedo dritta sulle spalle la mia figura …”); quando sarà stato che Finardi ha visto in faccia il suo dolore e l’ha tradotto in questa generosità e rispetto ? Capace anche di vincere; se sarà, sarà con lui sul palco ancora più sorpreso, dato che con praticità ha già detto che della sua generazione già ne ha vinto uno l’anno scorso e che quindi non rientra nelle probabilità (“sarebbe un club Tenco”). Peccato, perché adesso oltre che bravo è diventato anche simpatico.

(Paola Caronni)

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