SANREMO 2012/ I testi delle canzoni: parole deboli di un Festival “spaventato”

- La Redazione

FABIO GRECO analizza le varie canzoni presenti al Festival di Sanremo, studiandone i testi e accorgendosi che in questa edizione nessun brano riesce ad essere veramente graffiante

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Prendo i testi di Sanremo così come vengono, li assaporo al suono, arrotolandone le parole senza l’accompagnamento della musica – che tanto qui a Londra quella musica non arriva o arriva distorta, e comunque non è casa. Noto subito: non c’è nessuna canzone scanzonata, denigratoria, irriverente, fantastica, nessun divertimento nei testi, nessuna scossa linguistica e stilistica: è un festival spaventato. I testi soffrono di un catastrofismo legato ai tempi che viviamo, ma anche dove potrebbero urlare e graffiare lo fanno sottovoce con una lingua liscia liscia e senza spigoli, in maniera educata, timida. La canzone di Marrone, per esempio, ha un tema interessante, ma annacquato da una scrittura debole: canta che “questo non è l’inferno” epperò “dimmi cosa devo fare per pagarmi da mangiare/ per pagarmi dove stare”. Il narratore dovrebbe essere un vecchio con due guerre alle spalle e un figlio trentenne: facendo due calcoli, dovrebbe avere più o meno centovent’anni ed essere diventato padre a ottanta(!). “Noi viviamo senza eroi” è scritto nel testo di Dolcenera e deve essere una cosa vera questa faccenda degli eroi se anche Carone/Dalla le fanno eco, “Siamo dentro a un mondo senza eroi”, ora che ne abbiamo bisogno, sventurata terra, Italia sventurata: presa a pedate da ogni parte, “un pallone bucato”, per dirla nella felice intuizione di Samuele Bersani, “non è più di nessuno/ anzi viene scansato da tutti i bambini/ e lasciato ingiallire nel fumo/ dei rifiuti bruciati nei fuochi di agosto”: quanta Italia, in questa frase! Un testo ben scritto, giocato su una metafora riuscita, un testo che esorta ad avere coraggio “a ricercare la felicità in un miraggio”. Non dovrebbe neppure essere così difficile trovare questa felicità, qui e ora. Solo uno sguardo d’artista come quello dei Marlene Kuntz potrebbe però così concepirla: “La felicità non è impossibile/ la stupidità la rende facile”, giacché è l’artista o una certa sensibilità o un certo sguardo a non essere mai appagato, sempre in bilico e in costante ricerca di equilibrio. Oh, quanto sarebbe bello non porsi domande, non capire, prendere tutto quello che viene ed essere, così sì, felici. Quello stesso sguardo d’artista però si perde nell’ermetismo del resto della canzone, che a dirla con le parole di Malinverni, “sembra scritta con lo Scarabeo”.
La felicità (e l’infelicità, va da sé) è legata all’amore in tutte le sue declinazioni. L’amore per la prostituta Nanì, nella canzone di Carone/Dalla, emerge con una scrittura nuda, efficace, un amore di pietra. Due i punti meglio riusciti: “Dimmi perché mi hai chiesto di andare via, quando ti ho detto vieni via con me”, un film intero in una frase; “Piove ma non ti puoi riparare/ c’è un camionista da accontentare” che esalta la ruvidezza di questo amore. Allo stesso modo è molto precisa l’immagine ne “La tua bellezza” di Renga: “Se la tua bellezza è/ furiosa e fragile/ è qualcosa che somiglia alla parte/ migliore di me”, una delle migliori definizioni della parola amore.

Mi lascia un buon sapore il testo de “Il grande mistero” di Irene Fornaciari, sa di favola dei nonni, ha una sapienza antica legata a immagini di una natura che si riappropria delle città, col merlo che picchietta una grondaia e un gatto nero “che dorme sopra un frigo/ nel campo dei rifiuti/ tra i fiori calpestati” (sarà lo stesso campo di rifiuti in cui Samuele Bersani lascia abbandonato il suo pallone sgonfiato?). Quelle invocazioni, notte e notte, onda e onda, buio e buio, sono una riappacificazione con quel grande mistero di vita che la canzone vuole svelare, lasciano intravedere un riverbero d’una religiosità arcaica insita nell’uomo, sia esso ateo o credente. E in questo disvelamento d’una grandezza superiore e sconosciuta che leggo il bel testo di Finardi, la ricerca d’un senso di verità. In un letto d’ospedale farebbe comodo credere in qualcuno, “tu lo chiami Dio/ io non do mai nomi/ a cose più grandi di me”. È l’uomo solo, che rimpiange di non poter credere a nient’altro se non al suo esistere, giacché “conosco l’amore/ io, io che ho visto come te/ dritto in faccia il dolore”. Un testo fortemente evocativo che per un attimo sposta il focus dal globo e dal mondo alle nostre fragilità.
Molto bello l’inizio della canzone “Al posto del mondo” di Chiara Civello: “Seguo l’immaginazione/ la strada dei passi passati da qui […]”. Potrebbe essere un buon incipit d’un libro o anche di una buona canzone. Peccato che il resto del testo, tra infinito, parti di stelle, fili d’argento, non sia all’altezza. I testi della categoria giovani sono intrisi di una banalità esasperante: su questo argomento “mi stringo le parole tutte in bocca”. La frase si trova nella canzone di Celeste Gaia. E’ l’unica frase con una fisicità e una vita propria, per questo la cito.

(Fabio Greco)

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