BRUCE SPRINGSTEEN/ Il discorso del Boss ad Austin: che fine ha fatto il nostro cuore?

- Paolo Vites

Parlando alla presentazione del festival South by Southwest di Austin in Texas, Bruce Springsteen ha celebrato il vero spirito della musica rock: parlare al cuore dell’uomo. PAOLO VITES

bruces_R400
Bruce Springsteen (Infophoto)

Qualche giorno fa, ad Austin nel Texas, Bruce Springsteen è stato protagonista di una delle migliori performance della sua vita. E per uno che da decenni è considerato il miglior performer della musica rock di ogni tempo, vuol dire certamente qualcosa. Di fatto, quel giorno ad Austin Springsteen non ha cantato. Qualche canzone, o meglio accenno di canzone l’ha fatto, ma si è trattato di cinquanta minuti circa di discorso. Era infatti invitato ad aprire il festival South by Southwest il più importante appuntamento mondiale della scena musicale indipendente. Fino a un certo punto indipendente ovviamente, come ogni altra cosa oggigiorno, visto che lo stesso Springsteen era lì per fare pubblicità al suo disco nuovo di zecca uscito proprio pochi giorni prima.

Ma tant’è: viviamo in un mondo post autentico, come ha detto lui stesso parlando in questa occasione, dove ogni cosa non rispecchia più il motivo autentico per cui era nata. Il motivo della straordinarietà di quanto ha detto in quei minuti Bruce Springsteen, con una capacità di autoironia che solo gli italo-americani sanno possedere, facendolo a tratti assomigliare a un Al Pacino nei suoi momenti migliori (“Che cosa ci facciamo qui così presto?” ha detto all’inizio; per la cronaca era mezzogiorno. “Quanto può essere importante questo discorso per essere qui a mezzogiorno? Ogni musicista decente a quest’ora ad Austin sta dormendo, o saranno addormentati per quando avrò finito di parlare”), è stato nella capacità di sollevare tutto il mistero insito nella musica rock, nel cuore di questa musica.

Un cuore che si ricollega direttamente al cuore di ogni uomo: “Bob Dylan ci ha dato le parole per capire il nostro cuore” ha detto a un certo punto. E cosa vuol dire capire il nostro cuore? Vuol dire capire che esso rispecchia tutta l’ansia, tutto il desiderio, tutto il bisogno di felicità che è racchiuso in ogni seria esperienza umana. Nel suo discorso, Springsteen ha reso evidente una volta per tutte che nessun altra esperienza artistica della seconda metà del Novecento ha saputo esprimere tale esigenza del cuore.

“Pop rock, indie pop, country rock, blues rock, hip hop, alternative rock, hard rock, jazz rock”: scandendo con una musicalità estrema insita nella sua voce Springsteen ha citato ironicamente le dozzine di appellativi di una musica che mai come oggi è frantumata in mille rivoli, fino a buttare lì un “nintendo rock”: che diavolo è il nintendo rock si è soffermato a dire, vorrei saperlo io stesso. Risate, ma il problema lo ha affrontato lui stesso citando uno straordinario articolo del più grande scrittore rock di tutti i tempi, Lester Bangs, scritto in occasione della morte di Elvis Presley: “Nessuno è più d’accordo su qualcosa nella musica pop. Elvis è l’ultimo artista sul quale saremo tutti d’accordo, d’ora in poi ognuno di noi avrà eroi diversi, non ci sarà più una musica che ci unirà. E l’articolo si concludeva così: oggi non dovete dire addio a Elvis, ma a voi stessi, a noi”.

Cosa vuol dire questo? Lo ha spiegato Springsteen andando a recuperare quei personaggi, quei fatti, quei dischi che invece esprimevano un’unità del cuore, prima che tutto si frammentasse in una miriade di personalismi fini a se stessi, o creati al tavolino dal marketing imperante. Prima prendendosi ancora in giro (“Non c’è più una teoria unificante, chiedetelo a Einstein, o prendete qualunque band: i Kiss, i primi esponenti del rock teatrale che definivano l’autentica crescente degli ormoni giovanili”, oppure potete dire: Fanno schifo!. Prendete i Phish, eredi del mantello dei Grateful Dead, il brillante cuore dell’autentica comunità alternativa, oppure potrete dire: Fanno schifo!. Prendete Bruce Springsteen, un genio autentico dalle strade della Monmouth County, il più duro lavoratore del New Jersey, voce dell’uomo comune, il futuro del rock’n’roll, oppure: Springsteen fa schifo!”), poi andando dritto al bersaglio.

Parole mai sentite, o raramente, parlando di musica rock: “Ora che hanno digitalizzato la mia musica, l’hanno messa in una nuvola di uno e di zero, oggi che ho in tasca tutti i dischi che ho comprato da quando avevo 13 anni, vorrei parlare di ciò che è immutabile, e cioè del nucleo centrale della creatività, della forza della scrittura e dell’immaginazione”.

Ecco allora uscire dal suo discorso figure dall’alone mitico, che per la stragrande maggioranza dei giovani di oggi non significano più nulla, e che in Italia probabilmente non hanno mai significato nulla, con buona pace di tutti coloro che nel nostro Paese si definiscono musicisti rock. “Ma anche prima che ci fosse Elvis, il mio mondo era stato messo sottosopra dalla radiolina che stava in cima al frigorifero. Tra le 8 e le 8,30, ogni mattina, il suono della musica pop arrivava nelle mie giovani e impressionabili orecchie mentre facevo colazione. Il doo wop, la musica più sensuale che sia mai stata prodotta, il suono del sesso e delle calze di seta. Poi il pop, Roy Orbison, il maestro dell’apocalisse romantica che godeva nel girare il coltello nella piaga della tua insicurezza adolescenziale. E Phil Spector, da cui imparai il potere del suono. E i Beatles, dei silenti dell’Olimpo che in fondo assomigliavano ai tuoi compagni di scuola. E gli Animals, brutti, sporchi e cattivi, da cui ho imparato tutto”.

Roy Orbison, ha detto ancora, “mi fece capire che la vita è una tragedia intervallata da momenti di gloria”. I Sex Pistols? “I Sex Pistols erano spaventosi, non scioccanti – è una cosa diversa. Spaventosi”. Ecco cosa è l’autentica musica rock: deve spaventare, inquietare e porre domande, altrimenti è inutile. Perché la vita è tragedia e le canzoni non sono da ascoltare sotto alla doccia. Non deve rassicurare, ma deve sfidare: “I Sex Pistols sconvolsero la terra che è una cosa diversa da scioccare. Un sacco di gruppi rock possono scioccare, ma ci sono stati pochi gruppi rock capaci di spaventare. Erano coraggiosi e ti sfidarono e ti resero coraggioso”. In precedenza, dopo aver onorato la figura di James Brown definendolo giustamente il più grande performer di tutti i tempi (“Ancora non si capisce la sua importanza”) aveva ricordato Bob Dylan e il suo impatto storico: “Quando arrivò Bob, ci diede finalmente le parole che mancavano. Sapevamo che c’era qualcosa da esprimere, ma non esisteva ancora un linguaggio perché un giovane potesse dare verbo a quello che sentiva. ‘How does it feel to be on your own’…

Esattamente: se eri un adolescente negli anni ’50 e ’60 eri proprio da solo, era così che ti sentivi, perché i tuoi genitori non riuscivano a comunicare con te in un mondo che stava cambiando del tutto. Bob ci diede le parole e ci trattò da adulti. Ci ha dato parole per capire il nostro cuore”.
Si può chiedere qualcosa di più? No, ma ci si può immergere ancora di più in questo mistero, come ha fatto Springsteen quando, a trent’anni, è andato a scoprire le radici di tutto, Hank Williams e la musica country. Capendo che cosa manca al rock’n’roll:

“Se il rock and roll era un weekend di 7 giorni, il country era un sabato sera infernale con una domenica mattina da incubo”. La musica rock aveva avuto la pretesa, impossibile, di rendere l’esistenza un sabato sera infinito: la musica country aveva espresso invece tutta la consistenza fatta di peccato e redenzione apparentemente impossibile che ci definiscono. Alla fine c’è ancora qualcosa su cui possiamo essere d’accordo, nonostante tutto, conclude Springsteen. Nell’anno che si celebrano i cento anni dalla nascita di Woody Guthrie, rimane la domanda aperta: “Woody Guthrie, la cui musica continua a essere così importante ancora oggi, è il ‘ghost in the machine’ di questa nazione. Perché? Perché per tutta la vita è quello che ha cercato di rispondere alla domanda fondamentale di Hank Williams, e cioè: perché c’è sempre un buco nel mio secchio…?”.

Il buco nel secchio dell’anima che nessuno riuscirà a chiudere, ma che la musica rock ha celebrato per così tanti decenni. Springsteen riprendendosi le parole che Steve Jobs gli aveva soffiato anni fa in un suo celebre discorso (“Stay hungry, stay foolish stay alive”) manda ai giovani musicisti rock il suo augurio personale: “Fate rumore, giovani musicisti, fate rumore. Aprite le orecchie e aprite il cuore. Non prendetevi troppo seriamente e prendetevi seriamente come si prende seriamente la morte. Non preoccupatevi. Abbiate confidenza in voi, ma anche il dubbio. Vi terrà svegli e aperti. Crediate di essere i migliori in città e che fate anche schifo. Vi manterrà onesti. Siate capaci di mantenere due ideali contradditori allo stesso tempo dentro al vostro cuore e alla vostra testa. Se non vi farà impazzire, vi renderà più forti. E rimanete forti, affamati e vivi. E quando salirete sul palco stasera a fare rumore, fatelo come se fosse tutto ciò che avete: e quindi ricordatevi che è solo rock’n’roll”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori