L’INTERVISTA/ Pierpaolo Capovilla (Teatro degli Orrori): vivere e morire in Italia

- La Redazione

Il Teatro degli Orrori è appena uscito con il nuovo album “Il mondo nuovo”. Giuseppe Ciotta ha intervistato per IlSussidiario.net il leader della band PIERPAOLO CAPOVILLA

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L'intervista a Pierpaolo Capovilla (Infophoto)

Pierpaolo Capovilla è su un taxi, a Roma, quando lo chiamo. È la terza volta che lo intervisto – la prima per telefono, senza face to face – ed è sempre interessante, tale è l’onestà intellettuale e la coscienza civile del personaggio in questione che – fra rock e arte – ci si ritrova poi a parlare anche di religione, guerra, vita privata… L’occasione è il terzo disco della sua band, Il Teatro degli Orrori: Il Mondo Nuovo. Secondo i rumors, pareva si rischiasse di non sentirlo mai…
Noi usiamo il web e forse l’abbiamo fatto in modo un po’ superficiale: è bastato un refuso o una chiacchiera che poi questa cosa, non vera, si è ingigantita. Dall’ufficialità dei nostri comunicati, però, ci si accorge che il gruppo non si è mai sciolto. Non ci è neanche venuto in mente! Siamo qui per restare a lungo, spero. Naturalmente, se Dio vuole! È talmente bella questa avventura cominciata insieme… Sono contento che il gruppo sia tornato a essere quello della formazione originale (col rientro del bassista, chitarrista e produttore Giulio Favero, da tempo partner artistico di Pierpaolo, nda), perché ho lottato con tutte le mie forze affinché Giulio ci fosse: senza di lui, questo disco sarebbe stato impossibile. Quindi, sono estremamente felice di essere qui a parlarne con te, in questo momento.
Dopo lo spigoloso Dell’Impero delle Tenebre (2007) e l’urgenza emotiva di A Sangue Freddo (2009), Il Mondo Nuovo sembra il vostro lavoro più composito: echi di world music, sonorità anglo-tedesche…
Oh, finalmente qualcuno che ascolta coscientemente le cose!Bravissimo!
Grazie!
Grazie a te! (ridiamo, nda) La tua osservazione è esattissima. Stiamo crescendo, cercando di liberarci dai cliché da cui veniamo: certo rock americano genuino, radicale, degli anni ’90 (Jesus Lizard, Shellac, nda). Stiamo guardando avanti, siamo europei e ragioniamo come tali: ecco perché il disco suona più “inglese” o “tedesco”, come dicevi tu. Ho 44 anni e non posso mica restare ancorato al 4/4 di chitarra, basso e batteria!Cercare un nuovo stile vuol dire anche procedere nella giusta direzione della tradizione stessa che tu stai portando avanti, perché la tradizione è giusta se tu la rinnovi, altrimenti ti fossilizzi e muori pian piano.
Riguardo ai nuovi testi: quando si parla di migranti, spesso lo si fa solo per spettacolarizzare in tv le loro tragedie, raramente si focalizza lo sguardo nell’intimo delle persone, come hai fatto tu. Che esigenza avevi?
Ho cercato di fare emergere nelle canzoni una narrazione – metaforicamente parlando – “evangelica”, in qualche misura. Sono convinto che il principio della fratellanza – il suo valore – sia qualcosa di speciale, perché se la solidarietà è – come dire – organizzare una cosa giusta fra noi, allora la fratellanza è un riconoscersi come parenti, più che uguali: quell’uguaglianza che ci lega insieme, come il cristianesimo primitivo, che abbiamo disimparato. Ho una visione kirkegardiana in merito, un cristianesimo aconfessionale: sono laico, ma i miei valori sono saldamente cristiani come retaggio familiare, poi la mia storia culturale è un’altra e non abbraccio alcuna fede religiosa, ma certi valori me li tengo stretti e vale la pena viverli, perché ciò che è giusto è bello e viceversa! Sono molto legato a ciò che mi hanno trasmesso i miei vecchi.
Mi hai fatto tornare in mente una chiacchierata avuta in merito con Andrea Appino degli Zen Circus (la trovate su queste pagine, nda)… 

Sì, Andrea è un anticlericale scatenato. Mi commosse quasi il suo punto di vista. Lui professa un ateismo spontaneistico, d’altronde è livornese. In realtà è un redento, secondo me! Il padreterno guarderà alla giustezza della mia vita, alle cose che faccio, non alle mie sbavature. C’era un sacerdote, dove abitavo da ragazzo – vicino Treviso – un prete operario che faceva attivismo in fabbrica: i sindacalisti lo consideravano uno spione, lo temevano. Don Mario, un prete grand’uomo!
Nell’album c’è un parterre di ospiti non indifferente. Sembra che in Italia, dopo la Mescal negli anni ’90, ci sia di nuovo una scena musicale con un’unità d’intenti e un background comune. 
Sì, secondo me. La Tempesta Dischi sta facendo qualcosa di decisamente innovativo, col suo rooster, trovando un riscontro incredibile. Ognuno ha la sua storia, certo, ma La Tempesta credo abbia compreso gli errori fatti da altri. Sta nascendo un movimento di musica indipendente, in Italia: è un fatto importante, perché si sta facendo cultura, e il riscontro fra i giovani indica che c’è desiderio d’impegno, di narrazione, di poesia, di autenticità. Forse ci siamo stancati dell’edonismo, forse vogliamo qualcosa di più: vediamo se è davvero così. Diciamocelo come auspicio!
(continua…)

(Giuseppe Ciotta) 



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