RADIO ROCK/ Casey’s Last Ride, l’ultimo viaggio di Kris Kristofferson

- Paolo Vites

Nel 1970 usciva il primo disco di Kris Kristofferson, cantautore e attore. Una canzone svetta sulle altre della sua produzione: Casey’s Last Ride. Il racconto di PAOLO VITES

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Kris Kristofferson (Infophoto)

Un film, un romanzo, un quadro. Una malinconia impossibile da sostenere. Ecco cosa è Casey’s Last Ride. Il primo disco di Kris Kristofferson, pubblicato nel 1970, ex pilota di elicotteri dell’esercito americano, ex uomo delle pulizie degli studi Columbia di Nashville nei giorni in cui Bob Dylan vi incideva Blonde on Blonde, ex alcolista, ma tutt’oggi poeta dell’amore, è il classico disco perfetto. Dove ogni canzone è un capitolo di straordinaria bellezza: tanto per intendersi, contiene la celeberrima Me and Bobby McGee. E Casey’s Last Ride è la canzone perfetta in un disco perfetto come accade raramente, oggi giorno ancora di più che un tempo.

Due strofe, due ritornelli (nel secondo dei quali ci si concede il lusso di cambiare qualche verso, a dilatarne l’espressività in una ipotesi di infinitezza apparente, perché la storia è invece tutta qua, non ha vie di fuga), un’intensità con pochi, pochissimi paragoni. “Casey si unisce al suono ingannevole della gente silenziosa”, per le strade dove l’umanità si perde e disperde ogni giorno che Dio manda in terra e chissà quante storie dolorose ognuno si porta appresso. Come diceva Giorgio Gaber, bisognerebbe sentire tenerezza per quell’uomo che ci cammina davanti: “Avete mai visto le spalle di un uomo che cammina davanti voi? Io le ho viste. Sono le spalle comuni di un uomo qualsiasi. Ma si prova una sensazione simile alla tenerezza. C’è tutta la normalità umana. La fatica quotidiana del capofamiglia che va al lavoro. I piaceri di cui è fatta la sua precaria esistenza”. Invece guardiamo altrove, alla pozzanghera sul marciapiede.

Ma nella canzone di Kris Kristofferson non c’è questo senso di tenerezza, non ci sono i piaceri della precaria esistenza. C’è invece un disperato desiderio di fuga da quelle che sembrano le costrizioni della quotidianità: la famiglia, il lavoro. “Nei corridoi bui al neon fatti di silente disperazione” si perde e si consuma questa umanità dolente. In mezzo, una storia né più né meno differente da tante altre quella di Casey. Kristofferson suggerisce qualche dettaglio, non dà tutti gli elementi: un uomo sposato che va a ritrovare l’amore che aveva avuto prima del matrimonio e che ancora rimpiange. O un uomo ancora sposato che non riesce a stare lontano dalla  sua amante, come l’assassino che ritorna sempre sul luogo del delitto. Le strofe sono per lui e i suoi pensieri, nei ritornelli invece c’è lei, e raramente un uomo ha saputo immedesimarsi nella solitudine sanguinante e nel cuore devastato che solo una donna abbandonata contiene.

“Casey, è passato così tanto tempo, guarda ho messo un nuovo paio di calze per farti piacere, Dio ti prego Casey non puoi fermarti un poco?” Quelle calze le ho indossate per te, perché ti piacciono, perché ti piacevano. Perché io ti desidero così tanto, Casey, che farei qualunque cosa per farti restare da me. Il film, il romanzo, cambia scena: Casey si butta, come tutti gli uomini disperati di questo mondo, nel primo bar e beve. Per dimenticare il suo male e il male che semina intorno a sé: “Vede il suo riflesso nelle vite di tutti gli uomini soli che si attaccano a qualunque cosa pur di non tornare a casa”.

E lei: “Ma, Casey, mi sa che tu pensi raramente a me”. Adesso, dice lei, hai la tua famiglia. Eppure, dice lei, è così bello sentire il tuo corpo. “Dio Casey, è così brutto essere soli”. Ma Casey che non è solo, e ancora più solo di lei. Lasciala Casey, torna dalla tua famiglia, ridalle il suo cuore, perché lei possa darlo a un altro uomo, lasciala Casey, torna da tua moglie. Non solo le liriche ovviamente: una canzone perfetta anche musicalmente, con due melodie che si alternano nel ritornello e nelle strofe a creare un insieme di una bellezza travolgente. Su tutto, la voce declamante e implacabile di Kris Kristofferson, piena di amarezza e senso della perdita. L’espressione di una oppressione e di una claustrofobia che non lasciano scampo.

Evidentemente una storia così personale e reale che neanche due giganti come Johnny Cash e Waylon Jennings, incidendola, hanno saputo renderle giustizia. Le canzoni perfette appartengono ai dischi perfetti e a quel momento di stupefacente realismo che solo una esistenza in atto ha saputo cogliere.



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