EQUILIBRIO/ A Roma l’anima nuda secondo Dave St. Pierre

- Maria Elisa Buccella

Il Festival della Nuova Danza “Equilibrio”, giunto nel 2012 alla sua ottava edizione, si conferma come uno dei più interessanti tra quelli di settore. Il commento di MARIA ELISA BUCCELLA

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Anno dopo anno il Festival della Nuova Danza “Equilibrio”, che nel 2012 è giunto alla sua ottava edizione, si conferma come uno dei più interessanti tra quelli di settore del panorama italiano. È diventato un appuntamento imperdibile per gli appassionati di Tersicore, ma anche una vetrina preziosa per quanti vogliano allargare il proprio orizzonte in fatto di arti dal vivo.

Quest’anno il cartellone proponeva dodici spettacoli che si sono succeduti nell’arco dell’intero mese di febbraio ospitati, come di consueto, all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Dodici spettacoli provenienti da vari Paesi, “pezzi di mondo”, come dice il direttore artistico della manifestazione, Sidi Larbi Cherkaoui (danzatore e coreografo fiammingo di origine marocchina che si è formato con Alain Platel e Anne Terese De Keersmaeker),  che bene danno il senso dei fermenti creativi mai disgiunti dal vissuto sociale e culturale presenti in Canada come in Norvegia o a Cuba e ancora nel lontano Giappone così come nella nostra Italia. Elemento che accomunava le varie pièce era il concetto di “resilienza” ovvero quella capacità di resistere a forze impulsive, come ritrovare l’equilibrio, la capacità dell’uomo di affrontare le avversità della vita uscendone rafforzato se non trasformato positivamente.

E un’interessantissima elaborazione del concetto di resilienza la abbiamo trovata nel lavoro del coreografo canadese Dave St.Pierre e nel suo “Un peu de tendresse bordel de merde!”. Uno spettacolo impegnativo e in qualche modo selvaggio, sicuramente poetico e permeato di un’intensità autentica: per gli spettatori è come trovarsi davanti a uno specchio dal quale viene rimandato un qualcosa di assolutamente divertente, ma allo stesso tempo spietato.

“Il mio approccio è tutto concentrato sul momento presente, sull’immediatezza, sull’adesso – dice del proprio lavoro lo stesso St.Pierre – nel mio processo creativo errore ed eccesso occupano un posto molto importante… Il corpo diventa una realtà sconcertante ed è così che si forma quel senso di debolezza e precarietà che induce a sentirsi profondamente umani… voglio trovare il modo per riuscire a toccare profondamente i miei interpreti e il pubblico”. 
E, infatti, a spettacolo concluso per tutti, per quelli che lo avranno amato come per quanti lo avranno detestato, resterà la sensazione di aver fatto un passo in avanti, di aver capito qualcosa in più dell’essere donna o uomo, di sapere che la tenerezza può essere declinata variamente, che si sbaglia ma ci si può riscattare, che l’amore spirituale vale quanto quello fisico, che la ricerca del piacere e della felicità è una componente delle vita della quale non ci si deve vergognare.

La danza messa in scena da Dave St.Pierre esprime una energia del tutto particolare, è più che mai fisica, materica. In essa si ritrovano  tracce di svariate esperienze e correnti della danza contemporanea a partire dal teatro-danza di Pina Bausch come quelle di Jean Fabre (coreografo e artista visivo belga che ha sempre ricercato il superamento delle barriere espressive), di Karine Saporta (personalità di punta della coreografia contemporanea francese), della contact improvisation (scuola coreutica sviluppatasi negli Usa negli anni ’70, guidata da Steve Paxton e Nancy Stark Smith, nella quale i punti di  contatto fisico fra i danzatori diventano partenza per una esplorazione fatta di sequenze improvvisate)  per arrivare all’esperienza di  Dodin Lev Abramovic (il regista che ha saputo rinnovare il teatro russo attraverso la satira derisoria, realismo, stilizzazione astratta, gestualità, parola e allucinazione onirica). 

Tutta queste esperienze, e altro ancora, si percepiscono nel lavoro di Dave St.Pierre che però le supera, dopo averle fatte totalmente proprie, e crea una personale e originale scrittura drammaturgica, scarna e ricca al tempo stesso, assolutamente contemporanea, cruda e candita,  dove tutto tende al parossistico, alla ricerca del limite estremo fisico ed espressivo, in un disegno preciso e logico che oppone audacemente dolore e poesia, disperazione e bellezza. La teorizzazione del dualismo diventa tangibile, o meglio, visibile nella sua composizione coreografica. Il tutto, poi, è attraversato da una potente passione, quella che mette il coreografo e quella dei suoi bravissimi ballerini che sono anche attori-cantanti-mimi e, perchè no, acrobati. Una passione che travolge lo spettatore, la stessa passione che ha permesso a Dave St.Pierre di non farsi vincere da una gravissima malattia (la fibrosi cistica), andando in scena attaccato a una bombola di ossigeno, continuando a pensare al suo lavoro prima e dopo il trapianto dei polmoni che gli ha ridato una vita normale.

A un passo dai quarant’anni, è nato nel ’74 nel Quebec, Dave St.Pierre è ancora considerato un enfant terrible da molti critici di danza e controverso è il giudizio sul suo lavoro. Gli elementi che più continuano a far discutere è la nudità completa e pressoché constante dei suoi ballerini, i riferimenti più che espliciti alla sessualità che gli hanno fatto guadagnare l’epiteto di “figlio pornografo di Pina Bausch”.

Dave St.Pierre si è imposto all’attenzione internazionale nel 2004 con “La Pornografie des ames”, il primo capitolo di una trilogia intitolata “Sociologia e altre utopie contemporanee” che punta l’attenzione sull’umano, la vita e la morte. Con la “Pornografie” St.Pierre vince a Francoforte il prestigioso Mouson Award, ed è il primo artista canadese a riuscirci.  Nell’autunno del 2006 va in scena in prima mondiale al Festival della Danza di Monaco “Un peu de tendresse bordel de merde!”, la seconda parte delle trilogia. Anche qui, e come sempre nel suo lavoro, St.Pierre si occupa dell’uomo e delle sue pulsioni -ne sceglie sette per altrettanti segmenti dello spettacolo (blow, spin, dash, spit, guts, pitch, smash, crash)-  e tutto inizia con una situazione a dir poco  caotica in scena come in sala. Poco alla volta i ballerini si separano dal pubblico e guadagnano il palcoscenico. Solo allora gli spettatori sapranno di essere stati parte dello spettacolo. E questo si ripeterà con sempre maggiore pathos. Benvenuti al meraviglioso rito pagano di Dave St.Pierre!

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