RECENSIONE/ Arisa, Irene Fornaciari e Nina Zilli: piccole donne crescono

- Alessandro Berni

Tre dischi usciti dall’isola festaiola di Sanremo, tre modi diversi di porre le basi per un’ipotesi di artista italiana che possa andare oltre. La recensione di ALESSANDRO BERNI

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Nina Zilli (Infophoto)

Tre dischi usciti dall’isola festaiola e problematica di Sanremo, tre modi diversi di porre le basi per un’ipotesi di artista italiana che possa andare oltre la scorza volubile e fuggevole della popolarità di uno o più attimi sotto i riflettori dello star-system formato belpaese.
Rimane fuori dal novero delle tre più interessanti per il momento Chiara Civello, singer di alto profilo al di là di etichette ingannevoli quali “la migliore cantante jazz italiana degli ultimi anni” che, coniata a tradimento dai soliti buontemponi della stampa usa e getta, finisce per ritorcersi contro una voce imponente e pastosa non relegabile alla facilità della scorciatoia definitoria e neppure ridimensionata dalla vena sdrucita di “Al posto del mondo” disco cucitole addosso da una serie di autori convocati senza troppa convinzione per rimediare un’ipotesi di repertorio.

Che invece esiste già ed è ben formato nel respiro internazionale dell’album di Dolcenera “Evoluzione della Specie 2”, peraltro una ripubblicazione del buon disco già rilasciato lo scorso anno e arricchito da qualche inedito tra i quali l’ottima sanremese “Ci vediamo a casa”.
Ecco allora i tre album interamente nuovi che potrebbero meritare ben più di un ascolto.

– Come suggerito ampiamente dall’uscita festivaliera la brava e un po’ bizzarra cantante lucana si trova forse per la prima volta alle prese con un pacchetto di buone canzoni che fanno un passo oltre la facilità strapaesana e pittorescamente retrò della prima maniera.
È cresciuto il suo autore Giuseppe Anastasi che, pur alle prese con le insidie della lunga distanza e con alcune cadute nel lezioso, confeziona una manciata di piccole perle soffici, garbate e intime. “Amami”, astuta rilettura di “Gracias a la vida” è solo il buon preludio di un crescendo che tra – luci soffuse da club e tabarin – dà ulteriore linfa all’accorata “La notte” e alla vena quasi lacerante che si sprigiona da “L’amore è un’altra cosa”.
L’incursione più smaliziata e pop di “Poi però” lascia il campo al dolce andante jazzato di “Si vola” che riscatta uptempo un po’ordinari come “Democrazia” e “Nel regno di chissà che c’è”. Gli arrangiamenti di Mauro Pagani, che si cimenta anche a violino, chitarre e armonica, assecondano con classe e mestiere le particolari fattezze di questa singolare voce dei nostri giorni.

– Un disco dove l’epica cavalcata firmata Van de Sfroos che intitola il nuovo album dell’artista emiliana introduce inediti aromi wild in un lavoro che annovera i pro e i contro della presenza di un manipolo di autori e di produttori (ben quattro differenti) lungo il suo intero corso.
Il resto del disco si presenta piuttosto eterogeneo e, pur tra le discontinuità legate al numero complessivo delle canzoni (dodici) e a prevedibili ristagni di tragitto, lascia davvero un buon segno.
Il terzetto dei brani che segue la title track – con la voce piena e avvolgente di Irene – sembra percorrere la scia del melodismo di marca internazionale e snocciola la strofa rotonda e aromatica di “Il volo di un angelo”, il lento arioso, etereo e toccante di “Per esistere” (ancora su testo di Van de Sfroos) e i vividi accenti d’autore di una “Però non è” bel contributo dell’irlandese Damien Rice.

Episodi più sbarazzini e trendy come la filastrocca quasi tormentone di “Badaboom”, lasciano spazio a una terza sezione dove un pop-rock venato di west coast a ridosso tra i ’60 e i ’70 riveste il piglio agile di “Nemmeno tu” e quello tosto e ammiccante di “Il mondo leggero”.

– L’ultimo disco del lotto offre un’epifania d’artista per molti versi da prendere ad esempio. Su un’imbastitura che è quella tipica da diva della canzone, si snoda un’espressione viva e originale oltre la facilità e l’immediatezza di riferimenti e giochi di parole usati a mo’ di epiteto (Mina Zilli).
Leggi. Quando nasce una così, il talento va oltre ironia spicciola e semplice gioco delle somiglianze. E un giudizio che sia leale deve seguire il tragitto di quella che è una scheggia impazzita di quell’arte chiamata musica e saperne cogliere la portata irriducibile del gesto creativo.

Ecco allora un bel disco da consumarsi, gustarsi e sorseggiare tutto d’un fiato dove la tradizione più fertile della melodia italiana si riveste di quelle istanze r’n’b, soul e west-coast che sgusciano tra Mina, Caselli e Celentano, passando per le grandi orchestrazioni da epopea del varietà.
L’incipit del disco – di cui la nostra è autrice per una buona metà – ha una forza avvolgente che ha pochi eguali. Dallo spumeggiante cadenzato dance d’atmosfera di “Per le strade”, altro prezioso ritrovato scaturito dalla penna di Pacifico, alla catarsi romantico-fatalona di “Per sempre”, per approdare a “Una notte” che si salda astutamente agli squillanti contrappunti vocali che costituivano il marchio di fabbrica della popolare “L’uomo che amava le donne”.

Il lavoro che conta altre melodie serrate e memorabili come “L’inverno all’improvviso”, le irresistibili arie in levare de “La felicità” e “La casa sull’albero”, la vezzosa title track e la sorniona “Lasciatemi dormire”, ci rivela la Zilli come una di quelle figure come ne nascono una ogni tot, al contempo interprete intensa, potenziale star da show di prima serata (da seguire la sua avventura nel nuovo show di Panariello) e autrice abile a fiutare e intercettare i segreti varchi tra linguaggio moderno e lascito vivo della tradizione.

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