PAT METHENY/ Il successo della Unity Band a Umbria Jazz e al Festival di San Marino

- Luigi Viva

I concerti italiani del chitarrista statunitense Pat Metheny e della sua “Unity Band” con Chris Potter, Sanchez, e i “robot” di Orchestrion. Ascoltati per noi da LUIGI VIVA

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Pat Metheny

In un periodo di grave crisi come quello attuale, una sorta di caduta dell’Impero romano, non era difficile presagire un forte ridimensionamento della proposta musicale estiva. Manifestazioni storiche come il Festival Jazz di Villa Celimontana a Roma hanno chiuso i battenti per insufficienti contributi pubblici e privati e anche alcuni dei maggiori festival hanno risentito della crisi. Qui viene spontaneo chiedersi comei soldi pubblici vengano utilizzati. Un giovane oggi ha difficoltà ad accedere alla cultura a causa del prezzo dei biglietti, mediamente molto alti e senza concrete agevolazioni.

L’Auditorium di Roma, struttura pubblica, salvo errore, sin dall’apertura ne è l’esempio più lampante con una politica di prezzi non certo popolare (basti pensare che vengono fatti pagare biglietti anche per dei semplici dibattiti letterari). Ben venga Umbria Jazz con i suoi concerti gratuiti, le rassegne riservate ai giovani musicisti che saranno protagonisti del domani.
A festival che chiudono si contrappongono altri destinati a diventare dei classici come il San Marino Jazz Festival che ha presentato tre eccellenti concerti: Pat Metheny, Enrico Rava e John Scofield. Gli organizzatori vanno lodati anche per aver allestito delle manifestazioni collaterali che hanno dato spazio a giovani jazzisti e ad artisti sanmarinesi. Bella la location, vicinissima allo stupendo centrostorico di San Marino.Tanti gli appassionati giunti da ogni parte d’Italia e dall’estero.

Un suggerimento alle due manifestazioni: il prossimo anno sarebbe giusto concedere maggiore spazio ai giovani migliori consentendo loro di aprire i principali concerti come accaduto a San Marino Jazz con il Resonance Trio nella serata della John Scofield Hollowbody Band.
Anche Umbria Jazz che rimane il più grande Festival italiano ha visto ridimensionata la propria proposta, (centoottanta concerti contro i duecentosessanta del 2011) allestendo comunque un cartellone di estremo interesse grazie alla considerazione che gli organizzatori di Umbria Jazz si sono guadagnati in anni di competente e appassionato lavoro.

I musicisti in tour in Europa considerano Perugia una tappa imprescindibile dei loro tour; ma questo, a quanto pare, non è sufficiente per avere il sostegno del Ministero che, tecnico o politico, continua a ignorare il più grande festival jazz italiano e uno dei più famosi al mondo. Bisogna anche dire che le proposte musicali sul mercato non brillano certo per originalità come succedeva anni addietro, i nomi sono quasi sempre gli stessi e, sempre gli stessi, garantiscono i pienoni e il richiamo di pubblico e sponsor. La critica, almeno quella più considerata, continua a storcere il naso, quando qualcuno, a loro dire, esce dal seminato come Herbie Hancock (in vero alquanto gigione). Il grande pianista annunciato in formazione semi acustica, piano, chitarra, contrabbasso e batteria si è invece divertito un mondo nel riproporre il suo repertorio funk con tanto di synth a tracolla (Roland AX7).

“Oggi – fa sornione fra un brano e l’altro – con l’evoluzione della tecnica, con una sola tastiera e con il nuovo vocoder posso finalmente proporre brani che, per anni, non mi è stato possibile suonare dal vivo”. Anche se alle prese con il funk è stato, come al solito, un enorme piacere veder suonare Hancock che ha messo in mostra tutto il suo virtuosismo, alternando, sin dal primo pezzo Actual Proof, tastiere e piano acustico sul quale rimane uno dei grandi di sempre. Insieme a lui Lionel Loueke alla chitarra oltre alla prodigiosa sezione ritmica composta da Trevor Lawrence alla batteria e dall’incredibile James Genus al basso elettrico a cinque corde.

Numerosi i contorcimenti e i mugugni percepiti fra il pubblico e la critica piùstagionata, impegnata a guardare le stelle, ma a noi Hancock risulta particolarmente simpatico proprio per l’entusiasmo, la passione, la continua ricerca che mette nella sua musica, nonostante i settanta anni e passa. Certo ha parlato molto e allungato il brodo dando spazio a diversi a solo, in Speak like a child ha anche cantato (!) utilizzando il nuovo vocoder, tenendo anche a precisare di essere stato il primo a utilizzarlo negli anni ‘70. Fra i brani in repertorio alcuni dei suoi classici come Cantalope Island.

Umbria Jazz ha ricordato i trent’anni dalla morte di Thelonious Monk. La serata di Hancock è stata aperta dal bravo pianista inglese Stan Tracey (classe 1926) che ha riproposto brani di Monk accompagnato da Clark Tracey alla batteria e Andrew Cleyndert al contrabbasso. Su Monk segnaliamo una interessante pubblicazione di Minimum Fax “Thelonious Monk, Storia di Un genio Americano” di Robin D.G.Kelley. Ben 806 pagine dedicate a questo grande della musica. Ventidue euro ben spesi, anche se il libro manca nella parte iconografica e, soprattutto nella discografia, deficitaria e riproposta con la solita nota “essenziale” .Le celebrazioni di Monk hanno visto la degna chiusura il 15 al Morlacchi con Mostly Monk (Kenny Barron, Mulgrew Miller, Eric Reed, Benny Green).

Tornando al festival gran successo del duo Chick Corea-Stefano Bollani. I due ora sembrano funzionare a meraviglia, beneficiando anche della nuova forma fisica e mentale di Corea. Il pianista italo americano non esclude che il duo possa trovare spazio anche sul mercato americano segno evidente del livello raggiunto dal duo.

Buona la prova dell’astro nascente Esperanza Spalding alla guida di una eccellente band con tanto di sezione fiati. La Spalding si è fatta valere e apprezzare dal competente pubblico perugino. Non è comunque un caso che il suo ultimo disco in studio (Chamber Music Society) è stato prodotto ed arrangiato dal grande Gil Goldstein, già direttore musicale e collaboratore di Gil Evans. Proprio Evans è stato ricordato al Morlacchi da Ryan Truesdell con la Eastman Jazz Orchestra che ha riproposto rari materiali del grande arrangiatore con il contributo di alcuni special guest come Paolo Fresu, Fabrizio Bosso, Stefano di Battista e Francesco Cafisio.

Puntuale la conferma di John Scofield, supportato dalla chitarra di Kurt Rosenwinkel e da Ben Streetal basso e Bill Stewart alla batteria. Scofield con Metheny rappresenta l’evoluzione della chitarra jazz successiva alla generazione di Jim Hall che, unitamente al misconosciuto Mick Goodrick (con i quali entrambi hanno studiato) è da considerarsi il loro principale ispiratore. Stupenda l’esecuzione di Final Blues, come tutti i brani, firmato dal leader.

Gran curiosità per la serata che vedeva protagonisti il progetto Sound Prints di Joe Lovano ed Enrico Rava con il suo tributo a Michael Jackson.
Piuttosto piatta l’esibizione di Lovano che ha riproposto inediti di Shorter. Unici sussulti sono venuti dalle composizioni di Dave Douglas, sanguigno trombettista ed eccellente autore. Buona la prestazione del grande Joy Baron alla batteria, anche se in parte risucchiato dalla poca personalità del resto della band.

Sorpresa ha destato l’excursus di Enrico Rava nella musica di Jackson, della serie “cosa non si fa pur di pubblicizzare i propri concerti”. Il bravissimo Rava, forse era all’oscuro che Quincy Jones, uno dei più grandi arrangiatori della storia del jazz, è stato per anni produttore di Jackson. Comunque sia, poco più che divertente il progetto presentato a Perugia e a San Marino, soprattutto per merito della PM Jazz Lab che loaccompagnava e nella quale ha brillato al piano il giovane Giovanni Guidi.
Bella prova di Al Jarreau ben supportato dalla funzionale band diretta dal grande Larry Williams alle tastiere. Interessante nella stessa serata la proposta di Erykah Badu.

Alla grande attesa non ha corrisposto invece la performance di Spectrum Road sorta di super band guidatada Jack Bruce ex Cream e grande protagonista del jazz inglese degli anni ‘60 . Nella formazione anche Vernon Reid dei Living Colour. La band si proponeva di rendere omaggio al grande batterista Tony Williams. Vuelta abajo, There come a time, Where, alcuni dei brani a sua firma. Peccato che a rappresentarlo alla batteria ci fosse tale Cindy Blackman che ha come “unico merito” il fatto di fregiarsi del cognome Santana.

In ombra Bruce che oltre agli anni risente di una vita assai spericolata. Commovente l’esibizione del colosso Sonny Rollins una delle leggende della musica jazz. Rollins ha già confermato la sua presenza a Umbria Jazz 2013 quando si presenterà con Paolo Fresu ed Enrico Rava.
Gran pubblico per la Reggae Night che ha tolto al Wayne Shorter Quartet, la grande ribalta della Arena Santa Giuliana. Shorter, relegato al Morlacchi è stato strepitoso con uno dei concerti che entrerà fra i must di Umbria Jazz. Gran finale con Sting ritornato a Perugia dopo molti anni. Esibizione convincente adimostrazione di una ritrovata vena artistica.

Un discorso a parte va dedicato alla Unity Band, ultimo progetto di Pat Metheny. Il chitarrista del Missouri che ha caratterizzato la sua carriera per una attenta scelta di partner e progetti ha presentato la sua nuova band, una sorta di costola dei suoi trio. Il caso ha voluto che Metheny suonasse alcuni anni fa nel disco solo del fido batterista Antonio Sanchez (Migration, CAM, 2007) nel quale partecipava anche il sassofonista Chris Potter. Da lì l’idea di formare la band; al momento di completare la formazione per la registrazione del cd, non essendo disponibile Christian McBride, la scelta è caduta sul giovane Ben Williams (Wynton Marsalis, Herbie Hancock, Terence Blanchard, Paquito D’Rivera, Cyrus Chestnut, Benny Golson, George Duke, Eric Reed, Dee Dee Bridgewater, Roy Hargrove, Mulgrew Miller).

Ecco spiegato il giusto mix di energia, tecnica, feeling, interplay e freschezza riscontrato nei concerti di Perugia e San Marino.
Curioso l’atteggiamento dell’artista, destinato a seguire le orme di Keith Jarrett con qualche stranezza di troppo. Ad ogni inizio concerto ha richiesto il tassativo divieto di foto e anche di riprese amatoriali. Netta anche la chiusura ai fan, ai quali, negli anni passati, dedicava lunghi dopo concerto per firmare autografi e scambiare battute.

A parte questo i concerti sono stati esaltanti. L’inizio, in solitario è appannaggio della Manzer Pikasso Guitar (42 corde acustica) con la quale Metheny esegue Make Peace, primo brano in programma. Affascinanti come sempre i suoni della Pikasso utilizzata anche in One quiet Night nel quale entra il resto della band. Chris Potter al clarino basso mette subito in mostra il suo fraseggio e la personale “pronuncia”. Grande la musicalità del contrabbassista Ben Williams, capelli rasta raccolti nel cappelletto portato alcontrario, che svecchia come look l’immagine della band. Metheny in jeans e camicia a righe appare in gran spolvero, mano calda, ispiratissimo, suona al meglio proponendo nella prima parte i brani del nuovo cd.

E’ il momento di New Year, tratto dal nuovo cd Unity Band, che vede la lunga introduzione di Pat da solo con l’acustica a corde di nylon. Grandi emozioni, tocco splendido, il chitarrista appare in gran forma e con l’entrata degli altri componenti si percepisce netta la sensazione di “unicità”, compattezza di suono della band che, se manterrà le premesse, si appresta a diventare con il Pat Metheny Group, il primo trio (quello con Charlie Haden e Billy Higgins), la band più significativa nella lunga carriera del pluridecorato musicistaamericano (ben diciannove i Grammy Award vinti).

Quasi commovente riascoltare dopo tantissimi anni Two Folk Songs tratta da ’80-’81 il disco nel quale erano suoi compagni di viaggio gli scomparsi Michael Brecker e Dewey Redman. Proprio a Perugia con un “remembering Michael Brecker” Pat al termine del pezzo ricorda il grande sassofonista del quale Chris Potter utilizza uno dei sassofoni a lui appartenuti.
Con Signals sempre tratto da “Unity Band”, Pat Metheny utilizza insieme alla band una piccola sezione dell’Orchestrion presente sul palco anche in questo tour. Da rammentare a tal proposito il gran lavoro dell’equipe tecnica coadiuvata da David Oakes che da anni segue Metheny.

L’introduzione dell’Orchestrion aumenta le potenzialità della band, Metheny inizia una entusiasmante cavalcata alla chitarra synth della quale è inarrivabile maestro duettando alla grande con il sax di Potter.
Molto belli i duetti (una sorta di divertente sfida) ingaggiati a turno con Potter, Sanchez e Williams con il quale Pat esegue a due una riuscitissima riproposizione di Blues for Pat.
Scoppiettante il finale con Are You Going With me?, il brano più famoso del Pat Metheny Group, suonato con la synth Roland con Chris Potter che esegue al flauto le parti di Lyle Mays. Crescendo di emozioni con The Goodlife di Ornette Coleman e Did You Get dello stesso Metheny. Grandissimo il successo sia a Perugia sia a San Marino.

Il pubblico perugino beneficia di una ultima chicca. Pat improvvisamente imbraccia la Manzer a corde di nylon e in solitario regala uno straordinario medley dei brani più belli del Pat Metheny Group come Minuano, First Circle, This Is Not America. L’emozione prende il sopravvento, riaffiora il ricordo dei tour del PMG e della grande musica che Metheny e Lyle Mays hanno regalato ai milioni di fan in tutto il mondo. Musica straordinaria, momenti bellissimi, che forse, non torneranno mai più.

Il cd Unity Band, uscito a Maggio per la Nonesuch contiene tutti brani a firma Metheny che si caratterizzano per una rinnovata freschezza. La presenza del sax ha probabilmente dato maggiore respiro agli arrangiamenti. Metheny che si è sempre ispirato nel fraseggio agli strumenti a fiato sembra aver trovato in Chris Potter (Paul Motian, Ray Brown, Jim Hall, James Moody, Dave Douglas, Joe Lovano, Mike Mainieri, Steve Swallow, Steely Dan, Dave Holland, Herbie Hancock) il giusto compagno di viaggio in grado di sostituire il mai troppo rimpianto Michael Brecker. 

 

Pat Metheny e Luigi Viva (foto di Giancarlo Belfiore)

Potter nel fraseggio come nel lirismo a tratti lo ricorda come in Then and Now e in Breakdealer dove nel torrenziale assolo mette in evidenza tutta la sua bravura. Nel cd il brano che più colpisce èSignal (Orchestrion Sketch), la lunga fase sperimentale fa da preludio al toccante finale appannaggio della synth Roland del chitarrista. L’album registrato a febbraio agli Studi Avatar di New York entra di diritto fra i più bei lavori di Pat Metheny. 

Da indiscrezioni raccolte, ci è giunta notizia che il prossimo album del Pat Metheny Group è schedulato per settembre 2014. Seguirà un lungo tour mondiale che vedrà protagonista insieme al PMG anche il mirabolante Orchestrion. Volenti o nolenti è con il Pat Metheny Group che Metheny ha dato il meglio di sé dando un forte scossone al jazz moderno sperimentando strumenti, suoni, arrangiamenti che hanno contribuito a creare quei capolavori che sono i dischi del PMG.

 

Pat Metheny Unity Band e Luigi Viva (foto di Giancarlo Belfiore)

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