TOM PETTY AND THE HEARTBREAKERS/ Il ritorno in Italia dopo 25 anni nell’evento rock dell’anno

- Paolo Vites

Sono tornati a esibirsi in Italia dopo un’assenza di ben 25 anni. È successo al Summer Festival di Lucca e il risultato è stato uno degli eventi dell’anno. La cronaca di PAOLO VITES

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Tom Petty a Lucca, foto di Leonardo Rescic

Abbiamo dovuto aspettare la bellezza di 25 anni esatti per rivederli in azione su di un palcoscenico italiano. Tom Petty And the Heartbreakers infatti non erano più tornati nella penisola da quando, nell’autunno del 1987, si esibirono come band di accompagnamento di Bob Dylan, ma anche con uno spazio per loro in quanto figuravano come gruppo di apertura di quei concerti. Chi li vide allora, attendeva ormai quasi senza speranza di poterli rivedere in concerto, tanto che su Facebook era nato anche un gruppo intitolato “Riportiamo in Italia Tom Petty and the Heartbreakers”. Una delle più straordinarie realtà musicali della storia della musica rock, la loro mancanza dal nostro Paese era uno di quei grandi misteri italici: qua, ad esempio, non sono mai giunti gruppi imprescindibili per capire a fondo cosa siano musica rock e America, connubio indivisibile, come ad esempio Grateful Dead, Allman Brothers Band o The Band.

La sera del 29 giugno Tom Petty e la sua banda di spezzacuori si sono finalmente materializzati sul palco del Lucca Summer Festival, ed è stata festa grande. Nonostante la scelta logistica di questo festival, incastrato nel cuore della città toscana in una piazza con tanto di monumento marmoreo che spicca davanti al palcoscenico, non proprio il massimo per gli spettatori, la serata per chi vi ha preso parte entra in competizione con gli show di Bruce Springsteen come evento musicale dell’anno. Sessantenni anche loro come Springsteen, gli Heartbreakers hanno macinato per due ore tutto lo scibile della cultura rock americana degli ultimi cinquant’anni, ma soprattutto testimoniato un modo di fare musica dal vivo che ormai praticamente più nessuno fa, neanche in America. O almeno in pochissimi, quei pochi che in Italia non invita nessuno.

Quello che negli anni Settanta era il cuore stesso della musica rock, e cioè cavalcate chitarristiche prolungate, duelli di chitarre incendiari, è invece ancora oggi il senso di una esibizione di Tom Petty and the Heartbreakers, grazie alla presenza nella band di uno dei più fantastici chitarristi di ogni generazione, lo straordinario Mike Campbell che, cambiando chitarra per ogni canzone e spolverando una collezione da urlo che lo ha visto prendere in mano praticamente ogni modello e ogni marca prodotti nelle ultime cinque decadi, ha tirato fuori dalle tombe gli spiriti di geni della chitarra come Duane Allman, Jimi Hendrix, o di geni ancora viventi come Eric Clapton e Jimmy Page.

Non solo: anche tutti quegli oscuri chitarristi di ogni estrazione che hanno fatto grande questa musica, con un repertorio di citazioni e di effetti da far paura. A dargli man forte lo stesso Tom Petty, quasi sempre con una Rickenbacker per esaltare quel suono alla Byrds che tanto lo ispirò a inizio carriera, e il bravo Scott Thurston.
Punk, new age, pop elettronico, o definizioni di idiozia pura come post rock – dalla  fine degli anni Settanta – hanno fatto pensare che un buon assolo di chitarra sia una bestemmia: non è così per questa band che ha saputo unire le istanze del rock garage a quelle della miglior american music, pescando ad esempio profondamente nel blues più denso e luciferino o nella psichedelia, con il risultato di offrire qualcosa di unico. Impossibile poi dimenticare un batterista “mostruoso” per potenza e raffinatezza allo stesso tempo come Steve Ferrone e un pianista/tastierista come Benmont Tench.

Spronati dall’usuale entusiasmo dell’ottimo pubblico italiano, anche gli Heartbreakers sono rimasti colpiti dalla sindrome springsteeniana, regalando a Lucca una esibizione più lunga delle loro abituali e con alcune chicche come un brano presentato in esclusiva mondiale perché ancora inedito e suonato dal vivo per la prima volta, Two Men Talking (o forse Too Much Talkin’) e una rara Oh Carol, dal repertorio di Chuck Berry. Per il resto hanno passato in rassegna il meglio della loro produzione compresa quella solista di Tom Petty, facendo praticamente un cerchio completo.

Hanno iniziato con Listen to Her Heart dal loro secondo disco del 1978 e hanno concluso con la loro hit del 1976 dal disco di esordio, American Girl. In mezzo  gioielli come You Wreck Me, I Won’t Back Down, Its Good to be King (con una coda chitarristica incendiaria che sembrava non finire mai, tre chitarre che volavano alte in spazi cosmici siderali), Mary Jane’s Last Dance.
La poesia tutta americana di Free Falling (“She’s a good girl, loves her mama Loves Jesus and America too She’s a good girl, crazy ‘bout Elvis”) ha fatto sollevare tutti i presenti in alto nei cieli dando per alcuni minuti quelle vibrazioni che rendono l’esperienza della musica rock trascendenza pura, mentre la psichedelia di Dont’ Come Around No More (lode e negazione della cultura lisergica) ce li ha tenuti a lungo in quei cieli mentre dal passato sono spuntate altre chicche come il rock ruvido e garage di Here Comes My Girl  (all’insegna del jingle jangle chitarristico) e quello di Refugee.
A testimoniare la loro visione musicale una ripresa dei Fleetwood Mac del periodo Peter Green, con il blues feroce, bruciante e devastante di Oh Well, in cui Petty si è mosso per il palcoscenico incarnando uno spirito voodoo, mentre c’è stato spazio anche per qualche gemma acustica, come Learnin’ to Fly e Yer so Bad.
Tom Petty non ha dimenticato l’amico scomparso George Harrison, quando ha eseguito Handle with Care incisa con i Traveling Wilburys (lui, Harrison, Bob Dylan e Roy Orbison). A dimostrazione del repertorio immenso di questa band, sono rimasti fuori pezzi di valore come The Waitin’ o The Last Dj, ma poco importa: chi era a Lucca non dimenticherà facilmente una serata che, chiudendo gli occhi, riportava di schianto ai giorni gloriosi del Fillmore West di San Francisco, quando la musica era davvero esperienza di liberazione della mente e comunione dei corpi.

Un Tom Petty estasiato dall’accoglienza (“You are a fantastic audience”) ha promesso alla fine di tornare presto: speriamo soltanto non debbano passare altri 25 anni. Alla fine, oltre alle due ore di grandissima musica, rimane nella mente il sorriso da gatto del Cheshire, quello di Alice nel Paese delle Meraviglie, con cui Tom Petty si rivolgeva agli spettatori nelle prime file, con un misto di tenerezza che voleva abbracciare ogni singolo spettatore e l’aria di sapere cose che sfuggono ai comuni mortali. Potere del rock’n’roll.

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