GASLIGHT ANTHEM/ “Handwritten”, piccoli Springsteen crescono

- La Redazione

È uscito il nuovo disco dei Gaslight Anthem, “Handwritten”, un passo avanti rispetto al mix tra Bruce Springsteen e i Clash dei precedenti lavori. Ce ne parla LUCA FRANCESCHINI

Gaslight-R439
Foto Gaslight Anthem

Se si guarda alle canzoni che hanno riletto e interpretato negli ultimi anni, si potrebbe già capire tutto. Procedendo in ordine cronologico, hanno fatto di “State of love and trust” dei Pearl Jam uno dei loro pezzi forti nei concerti; hanno inciso una strepitosa versione di “Changing of the guards” (per chi scrive il più bel pezzo del repertorio “minore” di Dylan). Dopodiché, ed è storia degli ultimi giorni, hanno buttato fuori una arrabbiatissima “Sliver”, outtake dei Nirvana pre Nevermind e dulcis in fundo, hanno rifatto pure “You got lucky”, classico di Tom Petty & The Heartbreakers. Che cosa vuol dire tutto ciò? Che Brian Fallon, cantante, chitarrista e anima dei Gaslight Anthem, la musica la conosce bene.

Abbastanza da avere appreso sia la lezione del classic rock americano, sia quella “rivoluzionaria” portata dal cosiddetto grunge all’inizio degli anni ’90. Brian Fallon, classe 1980, è cresciuto con quest’ultima (per ovvie ragioni anagrafiche) ma ha saputo guardare indietro e tornare alle radici già molto presto. Dimostrando grande voracità ed eclettismo: se, come lui stesso afferma, fu folgorato sulla via di Damasco dai Clash di Joe Strummer, nel 2004 diede vita a una band il cui nome, This charming man, era di per sé tutto un programma (la citazione, per chi non lo avesse capito, è di una delle più importanti rock band di sempre, gli Smiths di Morrissey e Marr). 

I Gaslight Anthem, che oggi pubblicano il loro quarto album, sono semplicemente la summa di tutto questo: una band che, quasi in sordina, è riuscita a fondere nelle sue canzoni quarant’anni di storia del rock, senza per questo sembrare schizofrenica. Un immaginario vintage e nostalgico già a partire dal nome (il Gaslight era uno storico locale del Greenwich Village dove più volte si esibì lo stesso Bob Dylan) e dai titoli delle canzoni (“The ’59 sound”, “Where are you Elvis?”, “Old White Lincoln”, ecc.). Musicalmente, appaiono piuttosto come un incrocio improbabile tra Bruce Springsteen e i primi Clash. In effetti Fallon è nato nel New Jersey e difficilmente poteva rimanere immune dal mito del ragazzo di “Born to run”. A ben vedere, tutta la prima produzione lirica dei Gaslight (il disco d’esordio “Sink or swim” del 2006 e soprattutto il successivo “The ’59 sound”, uscito nel 2008) è fortemente debitrice dello Springsteen giovanile, quello che cantava di corse in macchina e di fugaci amori sulle rive del Jersey Lake. Tanto che, quando al festival di Glastonbury del 2009 il Boss in persona li raggiunse sul palco, non si stupì praticamente nessuno. 

Ma ridurre i Galsight Anthem a un prodotto surrogato per springsteeniani in perenne crisi d’astinenza sarebbe un grosso errore. “American Slang” (2010) mostrava già segni di evidente evoluzione e il crescente consenso accumulato dalla band un po’ dovunque non fu certamente immeritato.
Oggi, dicevamo, esce “Handwritten”, loro quarto lavoro, e di ragioni per essere ottimisti ce ne sono parecchie. Certo, il songwriting si muove sempre sui soliti binari (dopotutto è lo stesso Fallon a citare la famosa frase di Harlan Howard secondo cui una buona canzone è fatta di “tre accordi e verità”) e non si può certo dire di essere al cospetto di un capolavoro. Questa volta però le linee vocali si assomigliano di meno e ogni singola canzone ha un’autonomia molto più definita, pur non mancando un paio di episodi in tono maggiormente autoreferenziale. 

I pezzi sono nel complesso meglio organizzati: meno fretta di arrivare al ritornello orecchiabile per farvi convergere tutta la canzone, più attenzione a costruire e a mettere insieme le varie parti, in modo tale che la sensazione sia sempre quella di un crescendo e che, nelle varie strofe, gli strumenti facciano sempre cose diverse (nei limiti di una canzone da tre accordi ovviamente!). Quando poi vieni a sapere che il disco in questione lo ha prodotto un signore che si chiama Brendan O’ Brien (Pearl Jam, Stone Temple Pilots, Incubus, Bruce Springsteen e un po’ di altri nomi di questo livello), allora ti spieghi molte cose. In effetti, tutti questi miglioramenti in fase di scrittura e di arrangiamento non possono che essere ascritti alla sua sapiente mano.

Poi bisogna anche aggiungere che Brian Fallon è cresciuto, si è sposato e forse ha voglia di qualcos’altro oltre che di rincorrere la notte in una Cadillac e di mettere monetine in un juke box. I testi di “Handwritten”, pur non rinunciando all’immaginario metropolitano e alla nostalgia dei tempi che furono (il singolo “45”, che apre anche il disco, è da questo punto di vista uno dei brani che più richiama il passato), mette in campo sofferte storie famigliari (“E nel fondo di questo fiume ti butto  giù, perché così posso convivere con questo. E nel mio cuore ci sono queste acque dove ti abbandono mentre imparo a convivere con tutto questo, finché non sarò libero” canta in “Keepsake”, a quanto sembra ispirata dalla separazione dei suoi genitori), sincere confessioni (“Non sono un angelo ma non ho niente da nascondere, puoi dire lo stesso di te stanotte?” in “Too much blood”), domande semplici ma sincere su ciò che muove l’esperienza (“Che cosa ci si sente dentro? Ti fa male di notte? Oppure ti tiene vivo e ti infiamma? Che cosa fa sì che una donna come te creda in un uomo come me? Non sono degno di sedere ai tuoi piedi, saprei solo abbandonarti” in “Desire”). Testi spesso e volentieri impressionisti, a volte ancora piuttosto ingenui, senza la forza narrativa di quelli di Springsteen o la potenza evocativa di quelli di Dylan; eppure autentici e sentiti, su questo non c’è dubbio, mai come in queste canzoni così fusi con la musica a cui si accompagnano. 

Anche questa volta si chiude con una ballata: “National Anthem”, a dispetto del titolo, non c’entra nulla con il patriottismo ma è una commovente elegia per quello che sembra essere un amore finito. Un brano sommesso e malinconico, come del resto tutto il disco (c’è poca allegria in queste canzoni, quasi che crescere voglia dire confrontarsi coi lati più duri della vita), semplice e bellissimo come tutto il disco. Esce oggi, ripetiamo. Potreste approfittarne per spendere i vostri soldi in modo intelligente.
E il 6 novembre arriveranno in Italia, per un unico concerto all’Alcatraz di Milano. Il sottoscritto, che li ha visti più di una volta, garantisce che anche su quel versante se la cavano egregiamente. Sperando che questa volta ci siano un po’ più di ragazzini: questa è davvero una band per cui i teenager potrebbero impazzire senza sembrare ridicoli. 

(Luca Franceschini)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori