LA LUNGA STRADA DEL ROCK/ Brian May (Queen): davanti al dolore basta la musica?

- Walter Gatti

L’anticipazione del nuovo libro di Walter Gatti “La lunga strada del rock, canzoni, desideri, religiosità nelle storie di un cronista musicale”. L’autore con BRIAN MAY, nel 1992

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Brian May (Infophoto)

Mentre al Meeting di Rimini sta per aprirsi una grande mostra dedicata ai significati della musica pop, esce un nuovo libro di Walter Gatti: “La lunga strada del rock, canzoni, desideri, religiosità nelle storie di un cronista musicale” (Lindau). Il volume raccoglie oltre cinquanta interviste realizzate da Gatti per le testate con cui ha collaborato dal 1982 ad oggi, chiacchierate sulla vita e sulla musica con personaggi come Chuck Berry, Pink Floyd, Eric Clapton, Eagles, Jeff Buckley, Leonard Cohen, Genesis, Dire Straits, Dave Matthews, B.B. King, Metallica, oltre che con i più grandi della canzone italiana, da Guccini a Paolo Conte, da Venditti a Giovanni Lindo Ferretti. Per concessione dell’autore e dell’editore anticipiamo una delle interviste importanti del volume, quella realizzata con Brian May, chitarrista dei Queen.

Tra i grandissimi che mi è capitato di incontrare, il chitarrista dei Queen ha un posto a parte. Elegantissimo, coltissimo, Brian May è il classico ragazzo di buona famiglia britannica che si ritrova dentro a una storia più grande di lui. Poi la storia finisce: Freddy Mercury viene stroncato dall’Aids e tutto cambia. Addio al successo, addio alla vita dorata. Cosa rimane quando la vita ti tocca così?

Rock, ai posteri l’ardua leggenda
21 novembre 1992
Il Sabato

Un anno fa moriva la regina. Freddie Mercury, cerimoniere dei Queen, si spegneva il 24 novembre 1991 a Londra, ventiquattrore dopo aver pubblicamente annunciato di aver contratto l’Aids. Nel ’71 aveva scelto per la sua band il nome Queen, titolo nobiliare dell’inquilina di Buckingham Palace e, nel linguaggio portuale, della checca. Freddie era stato l’istrione del rock, una maschera greca che alternava ironia ed esagerazione, amore e morte, intimismo e spavalderia. Che il cantante dei Queen stia già diventando leggenda lo suggeriscono anche le cifre: il doppio “Live at Wembley” viaggia verso vendite milionarie, mentre la raccolta dei “Greatest Hits” sta raccogliendo ovunque un successo di dimensioni colossali. E se per gli altri miti del rock la leggenda è circondata da un alone di significati – libertari, rivoluzionari, generazionali – che importa? Si scoprirà con il tempo che Freddie non era poi quel “macho” esagerato che egli stesso rappresentava in scena, ma un personaggio ermetico che raccontava (con parole simili a quelle di Jim Morrison): “sono stanco di essere usato, vorrei essere amato, perché puoi avere tutto ed essere solo in questo mondo di merda”. Un omosessuale non pentito che ha lasciato la parte più cospicua della sua eredita – milioni e milioni di sterline – non ai suoi amanti gay, ma all’unica donna della sua vita, la quarantenne londinese Mary Austin.
Per quelli che gli sono stati vicino, la morte di Freddie è ancora un trauma. Lo è soprattutto per Brian May, il riccioluto chitarrista-astronomo che all’età di 23 anni abbandonò i telescopi per entrare di fianco a Mercury nel mondo del rock. Oggi Brian, uno dei più apprezzati musicisti del globo, è un uomo che tenta di risollevarsi. Uno dei quarantenni del rock che stanno tentando di ritrovare una qualche direzione di marcia…

Brian, è già trascorso un anno dalla scomparsa di Freddie…

E ogni volta qualcuno chiede come io e gli altri della band, John Deacon e Roger Taylor, abbiamo reagito alla sua morte, se abbiamo sopportato “bene” il colpo. Che razza di domanda: come si reagisce alla scomparsa di una persona con cui hai vissuto per vent’anni ogni giornata della tua vita? Male, malissimo, ti senti a pezzi fisicamente e non ci sei più con la testa…

Al termine del Mercury Tribute allo stadio di Wembley, David Bowie inginocchiandosi ha recitato il Padre Nostro in coro con tutto lo stadio…

Già, è stato un momento strano. Ho chiesto a David il perché, il motivo di quel gesto, ma neanche lui mi ha dato una risposta. Gli sembrava giusto ricordare Freddie con una preghiera e il Padre nostro è la preghiera. Ognuno poi reagisce diversamente di fronte al dolore, in modo oscuro. Nel dolore emergono i tuoi spettri, il tuo sangue, le tue ferite. Io ho preferito andare dall’analista, che è riuscito a farmi intravvedere la luce. Ho poi inciso un album, “Back to the Light”, che avrei potuto intitolare Inferno e resurrezione, ma poi ho pensato che anche Dante Alighieri aveva già scritto qualcosa di simile.

E ora si sente tranquillizzato, in pace con se stesso?

Non so ancora bene dove mi trovo. Sono solo più stabile.

Ha qualcosa da dire sulla morte?

Oh mioddio. Cosa si può dire… Ci attende tutti. Ne siamo coscienti solo quando ti tocca vicino, vicinissimo. E dopo diventi adulto di colpo. Di colpo ti accorgi che non giochi più.

Lei, Peter Gabriel… come mai tante rockstar si rifugiano dallo psichiatra?

L’analista è spesso una persona che aiuta a non aver paura dei mostri della vita, della parte più incomprensibile di te e degli altri, di quei segreti inconfessabili che son la tua zavorra, la tua tomba. Nel caso del rock l’analista aiuta ad affrontare le energie che vengono liberate e poi sfuggono al controllo. Il problema di chi fa rock è sempre nella testa…

Quanto si finge quando uno è sul palco?

Tanto. Con tutti.

Cioè?

Uno dei problemi del rock è la gente che hai intorno. Per mille motivi conviene a tutti che si rimanga bambini, marionette. Gli affari determinano il potere e per gli affari devi rimanere un oggetto, facilmente utilizzabile. Freddie lo diceva sempre. “Nessuno si immagina come io sia lontano dal palco, lontano dai soldi, lontano dal business. Nessuno immagina come siamo ognuno di noi quattro, lontano da quella macchina che chiamiamo Queen”. Quando il treno si è fermato e la favola Queen s’è interrotta, ho sentito la sensazione di aver sbagliato tutto, di essermi perso.

Nell’ultima produzione dei Queen ci sono titoli che riflettono proprio la tragedia che stavate vivendo. Un pezzo come The show most go on non conteneva già una sensibilità nuova e drammatica?

Certo, quella era una canzone con una forza particolare, scritta mentre sentivamo che si stava compiendo qualcosa di tragico. Quando Freddie è venuto per la prima volta a sentire i provini e a registrare le sue voci era in condizioni tremende eppure riuscì a cantare anche meglio che nel passato: quella sua registrazione è probabilmente uno dei suoi vertici assoluti. Dal mio punto e vista è come se fossimo riusciti a scrivere un’aria d’opera, molti anni dopo Bohemian Rapsody

Ma abbiamo scritto e interpretato tante canzoni dal testo forte e ricco anche prima di quell’ultimo periodo. L’urgenza di essere amato di Somebody to love esprime fortissimamente la sensibilità di Freddie, ma anche la necessità di tutti di non essere soli. E poi il sentimento ecologico di Is this the world we create

I vostri pezzi più famosi – We we’ll rock you e We are the champions – vi rappresentano ancora?

Non rappresentano più né me, né gli altri. Sono grandi canzoni e le suonerò ancora, ma la vita le deve superare: non è mai il passato che può rappresentarti. Ciò che abbiamo fatto appartiene alla vita pubblica, alla cultura della gente, dei giovani in tutto il mondo. Così come la memoria di Freddie ormai appartiene a tutti coloro che l’hanno amato. Penso che la manterranno viva.

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