RADIO ROCK/ Elvis Presley e quella “Long Black Limousine” che lo riporterà a casa

- Paolo Vites

In una nuova puntata della rubrica Radio Rock, PAOLO VITES racconta la storia che c’è dietro a uno dei massimi capolavori di Elvis Presley, la canzone “Long Black Limousine”

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Elvis Presley

Poco meno di un paio di settimane fa, il 16 agosto, si sono ricordati i 35 anni della morte di Elvis Presley. Era il 16 agosto 1977 infatti quando il Re del rockn’roll moriva, in un modo che non era certamente degno di un re, colpito da un infarto mentre sedeva sul gabinetto della sua residenza di Graceland, a Memphis. Aveva 42 anni e a chi negli ultimi tempi aveva criticato il suo aspetto, quasi obeso, gonfio di pillole anti depressive e di pillole eccitanti, nonché  per una dieta che anticipava quella di MacDonald’s, rispondeva, non da re, ma da uno consapevole di tutta la sua fragilità: “E come dovrebbe essere un uomo di quarant’anni?”.

Altro che star di Hollywood rifatte al bisturi. Non si era vergognato di andare in scena in quello stato, fino a pochi gironi prima di morire, che forse era stato anche un modo inconscio di lanciare un grido di aiuto, un aiuto che non era poi arrivato. Chi scrive, ricorda perfettamente quel pomeriggio del 15 agosto 1977, quando la radio diede la notizia con l’enfasi della morte di un re.
Ricorda sua madre, che lasciava andare qualche lacrima discreta, e ricorda il commento del padre: “Ecco la fine che fanno tutti quei drogati”. Ma Elvis non era un drogato, almeno non più dei tanti che vanno a lavorare in ufficio o in banca con la loro dose quotidiana di prozac, per sopportare una vita che altrimenti non saprebbero sopportare.

Con un lampo di incredibile genialità, con quella inconsapevolezza che è tipica del miglior rock’n’roll, che annuncia qualcosa di grande, di terribile, di insondabile senza che l’artista se ne renda neppure conto, Elvis aveva profetizzato la sua morte, una decina di anni prima. Più che la sua morte stessa, aveva profetizzato la fine di un sogno, della promessa di invincibilità che era contenuta nel ruolo che lo show business gli aveva ritagliato addosso: un uomo che si fa da solo è qualcosa di notevole, ma un uomo che si fa re è qualcosa di inverosimile.

Eppure era quello che era successo a Elvis. Incidendo il suo primo vero disco di canzoni dalla fine degli anni Cinquanta, nei primi mesi del 1969, Elvis stava riprendendo pieno possesso del suo ruolo di più grande interprete della storia del rock. In quei primi mesi del 1969 infatti era tornato per la prima volta dopo più di dieci anni in uno studio di registrazione della sua città, Memphis. Lo aveva fatto dopo una decade fasulla, sprecata a girare sciocchi filmetti hollywoodiani e inutili colonne sonore (attenzione, che in ogni disco “inutile” di Elvis c’è sempre almeno un capolavoro nascosto dentro). 

Poco prima dell’ultimo Natale aveva già dimostrato la volontà di riprendere il suo ruolo di autentico musicista rock, filmando quella che giustamente è stata definita la più grande performance di un artista rock, intitolata “Elvis: the comeback show”. Adesso, tornando a incidere negli studi di una città carica degli umori di quelle musiche che lui aveva rivoltato e reinventato, il country, il gospel e l’R&B, Evis stava ponendo la parola definitiva alla sua carriera.

L’album, che si sarebbe intitolato “From Elvis in Memphis”, pubblicato nel giugno di quell’anno, è il suo più grande disco a parte le registrazioni degli anni Cinquanta. Dentro, c’è un brano particolarissimo, quella premonizione, quell’affermazione di se che arriva ai geni per vie misteriose. Quando Elvis incide Long Black Limousine, un brano scritto originariamente nel 1958 e passato inosservato nella pubblicazione di altri artisti, sta semplicemente facendo quello che sa fare meglio. Prendere cioè una innocua ballata country e trasformarla in una tesissima, compulsiva, emozionante e trascinante esecuzione gospel e R&B. Ma accade qualcosa di più. La lunga e nera Limousine, in America, è il carro funebre. La canzone parla di qualcuno che se ne era andato di casa per trovare qualcosa di grande, vivere un sogno, realizzare la promessa: adesso sta tornando a casa dentro a un carro funebre.

“C’è una lunga fila di gente che piange, le loro belle macchine sono un tale spettacolo. Sono tutti i tuoi ricchi amici che ti conoscevano là nella grande città, e adesso ti stanno finalmente portando a casa”. Sono parole che si adattano perfettamente a Elvis: partito da un tugurio per vivere il sogno, è stato circondato da ricchi (e interessati) amici che adesso lo riportano a casa. “Quando te ne sei andato mi avevi detto che un giorno saresti tornato in una bella macchina, be’ adesso tutti ti stanno guardando: finalmente hai realizzato il tuo sogno, stai viaggiando dentro a una lunga e nera Limousine”.

La Limousine infatti oltre a essere il carro funebre americano per eccellenza è anche la macchina di chi, nel sogno americano, ha conquistato tutto. Il tipo di cui parla la canzone ha perso la vita in un incidente stradale dopo un party selvaggio, di quelli che Elvis ne doveva aver fatti parecchi.
Tutto il mio cuore, conclude la donna che sta narrando la scena, tutti i miei sogni sono adesso con te, in quella lunga  e nera Limousine. Il modo inquietante, con un senso della tristezza incombente con cui la canta Elvis mette i brividi. Con il senno di poi, pensando che solo otto anni dopo l’incisione di questa canzone, anche Elvis sarebbe tornato a casa dopo una vita spesa sui palcoscenici di tutta America e nella grande città, Los Angeles, dove aveva rischiato di perdere anche l’anima, dentro una lunga e nera Limousine, circondato da file lunghissime di persone in lacrime, sembra quasi che il cantante stia immaginando la sua sorte. E che abbia capito, per un breve momento, che dentro a quella lunga e nera Limousine c’è lui, cosciente che quello  sarà il destino che lo aspetta. 

Ma la cosa non lo spaventa: nella performance vocale che rilascia in questa straordinaria incisione, Elvis supera subito questo senso di perdita, e riacquista la sfrontatezza, la potenza, la consapevolezza che la vita spesa per la promessa di felicità è quanto di più bello ci possa essere, qualunque sia il prezzo da pagare. Dopo tutto, molti possono crearsi da soli una vita di successo, ma uno solo è riuscito a farsi re con le sue mani. Sa benissimo che quello che lo definisce, esteriormente, è stupidamente transitorio, ma sa anche che lui ha qualcosa che pochi hanno: la musica, la grande musica. Cantando Long Black Limousine, Elvis ha rilasciato il suo epitaffio definitivo, proprio come quando una decina di anni prima, incidendo Mystery Train, aveva lanciato la sua sfida al mistero, salendo su un treno che lo avrebbe portato lontanissimo. Ma questa è un’altra storia. 



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