RECENSIONE/ Roberto Giordi e gli amanti di Magritte

- Alessandro Berni

Giordi è’ un musicista che si candida come testimone raro se non unico dell’importante lascito lirico-musicale di quel cantautorato che esibisce una dolce confidenzialità da chansonnier.

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Un'opera di Magritte

Parole del titolo che arieggiano l’arcano e il mitico volteggiando tra il suadente e l’ermetico. Ma nella sostanza un percorso che svela il cammino nella storia di questa curiosa entità che si agita tra il tutto e il nulla e che si riassume in quell’affascinante e indecifrabile intrigo di cuore e involucro che è l’umano. Roberto Giordi – al secolo Michelangelo Giordano – napoletano di stanza a Roma è un esponente di quella bella espressione d’autore i cui segni storici sono tuttora ben sparsi sul territorio ma che oggi vanta ben pochi autentici seguaci. E’ un musicista che si candida come testimone raro se non unico dell’importante lascito lirico-musicale di quel cantautorato che esibisce una dolce confidenzialità da chansonnier mista ad un acuto senso di precarietà. Un interessante esempio di artista lanciato all’inseguimento di ciò che ha rappresentato terreno privilegiato della forza poetica e sonora dei malinconici senza tempo come i Bindi, gli Endrigo, i Paoli, i Dorelli filtrati alla luce delle più recenti esperienze dei Cammariere. Dopo un primo discreto album targato 2010 (“Con il mio nome”) che già annoverava alcuni episodi di buon livello, questo nuovo lavoro rivela una personalità più definita e coerente nell’approccio a quel mondo musicale. Deciso e risoluto nel tirare a lucido riferimenti culturali e musicali, il nostro promuove una congiunzione tra due stirpi, quella d’autore menzionata e quella latino-mediterranea di sua pertinenza (quella che sta tra i Daniele e i Ranieri) in una combinazione che si apre a mondi lontani collusi e mescolati alle sonorità delle proprie origini. Presentato dall’autore come una narrazione in due tempi sulle terre desolate dell’amore, in realtà il disco – come nei migliori casi di irriducibilità della buona arte – svela questo e altro ancora. Nella prima parte lo stesso Giordi ottimizza la scrittura musicale di brani che approfondiscono e definiscono il rapporto con i citati grandi cantori dell’amore fuggevole. Si parte con la canzone del titolo che conquista con una risoluzione d’archi in senso melodrammatico, per transitare dalla bellissima “Quando parlerò con te” bossa lenta condotta da una tromba placida e seducente e dal fraseggio lirico di un piano che scandisce le variazioni armoniche riversando continue coloriture sul pentagramma. 

E se “L’inverno di Bahia” offre una certa tregua con un andante stavolta rilassato e piacevole, la tensione la fa sempre da padrone con una “Tu appartieni a me” di scuola paoliana nel rendere un acuto senso di fragilità affettiva e con l’omaggio all’Endrigo di “Era d’Estate” ben resa nel suo nudo e invincibile senso di struggimento. Si entra quindi nella seconda parte del lavoro che – con il bell’apporto ai testi di Alessandro Hellmann – sembra mutuare le sembianze di una narrazione unitaria scandita sotto una vaga forma di concept e dove vengono messi a tema in forma quasi cronologica – su musiche etno-oriented di Rosario Di Bella – i raggiri e le finzioni dell’amore e delle sue declinazioni in ambito civile fino alla dimensione controversa della pace.La sezione viene aperta da una “Via del deserto” che – con il pregevole ed evocativo ausilio della fascinosa vocalist romana Yasemin Sannino (nota voce della colonna sonora de “Le fate ignoranti”) – sembra quasi rappresentare un viaggio di andata alla scoperta di quelle isole ambigue e manipolabili dell’umanità dove il deserto funziona al contempo come desiderabile meta incantata e come smarrimento di sé. “Barbari”, tra ritmi tribali e taranta imbevuta d’oriente, pare così rappresentare il timore della nuova venuta di un invasore tuttora non identificabile ma che corre a fianco di quello stesso smarrimento esteso e generalizzato. Conseguenza di ciò è una fragile rievocazione nostalgica di un paradiso perduto (la piccola danza fiabesca di “C’era un prato”) o una chiusura in un’isola protetta e fortificata (“La musica è finita” i cui ritmi e le scansioni riportano a “Barbari”). E ancora “Baciami adesso”, soffice ballad pop-jazz, scolpisce un ritratto dell’amore come rifugio che – al di là dell’apparente tratto romantico che la riveste – sembra amplificare il senso di desolazione di chi ne è protagonista. Con i due brani conclusivi l’autore cerca di scorgere e decodificare possibili o ipotetiche vie d’uscita. Il primo, “Habibi jesce sole”, sostenuto dalla strofa ad alta gradazione arabeggiante del cantante tunisino Ziad Trabelsi, è un coacervo di contaminazioni tra ortodossia mediorientale e pizzica partenopea che arruola musical, danza popolare e vicoli. Il secondo “Prima dell’Alba”, frammento in lingua originale tratto dalla “Vita di Agricola” di Tacito dedicato alla battaglia del Monte Graupio, è un breve e perentorio peana di epilogo che prima di lasciare spazio ad una lenta e lirica coda musicale a base di atmosfere celtiche e orientali, mette in guardia da facili soluzioni. Il momento prima dell’alba scopre l’umano sulla soglia, perché è quello che precede la guerra infinita o la rinascita del soggetto, l’imposizione della pace come dominio o il paziente sentiero verso un inizio di interezza autentica.



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