HARVEY BROOKS/ Intervista esclusiva: l’uomo che suonò con Jimi Hendrix, Bob Dylan e Miles Davis

- Paolo Vites

Ha suonato con tutti i più grandi musicisti della storia del rock, da Bob Dylan ai Doors e anche con Miles Davis. E’ il bassista Harvey Brooks e PAOLO VITES gli ha fatto raccontare la sua st

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Harvey Brooks

Guardarsi allo specchio alla mattina, per Harvey Brooks, deve essere un po’ come guardare allo specchio la storia del rock. Non è da tutti aver infatti suonato con gente del calibro di Bob Dylan, Jim Morrison, Miles Davis, Stephen Stills, Mike Bloomfield, Jimi Hendrix, Richie Havens e tanti altri. E non in un momento qualunque, ma quando questi personaggi erano all’apice della loro creatività e popolarità: con Dylan ad esempio ha registrato forse il suo disco più importante di sempre, “Highway 61 Revisted”, con Miles Davis ha preso parte al suo capolavoro “Britches Brew”. Ma la storia dei suoi incontri musicali Harvey Brooks, oggi felicemente residente in Israele, lontano dallo stress di un music business che comunque non è più quello dei tempi gloriosi che lui contribuì a creare, la racconta lui stesso nel corso di questa intervista esclusiva con Ilsussidiario.net.

Harvey, come comincia la tua avventura nel mondo della musica rock?

Suonavo la chitarra in una band ai tempi del liceo, gli altri erano più grandi di me e dopo un po’ decisero che avere due chitarristi nella stessa band non andava bene. Così mi misi a suonare il basso elettrico che allora, gli inizi degli anni 60, era uno strumento relativamente nuovo. Ricordo che una sera andammo al Greenwich Village, a Manhattan, ad ascoltare una band che si chiamava 4 Saints che avevano uno di loro che suonava il basso elettrico. Mi diede una grande ispirazione. Il mio primo basso era un basso “tower”, Fender. 

Ancora giovanissimo, hai preso parte ad alcune delle session di “Highway 61 Revisited” di Bob Dylan. Che tipo di esperienza fu?

Mi dispiace non aver preso parte alla registrazione di Like a Rolling Stone, fu registrata prima che arrivassi io. Posso dire che prendere parte a quelle incredibili registrazioni come altre analoghe, ti fa impegnare a suonare tutto quello che pensi sia necessario per la tua parte nella canzone specifica. Il resto sta al Cielo…

Tu hai suonato anche dal vivo con Dylan, durante i suoi primissimi concerti nell’estate del 1965. Che tipo di esperienza fu? Molti fan lo fischiavano perché si era dato alla musica rock, non è vero?

Ho suonato con Dylan a Forest Hills vicino a New York e all’Hollywood Bowl. Ricordo che a Forest Hills Dylan venne presentato dal leggendario dj Murray The K: il pubblico era apertamente ostile. Era un autentico pubblico di fan della musica folk. Quella sera c’erano Al Kooper alle tastiere, Robbie Robertson alla chitarra, Levon Helm alla batteria e io al basso. Era una splendida e fresca sera di agosto e potevamo sentire quanta intensità sprigionava il pubblico. A un certo punti alcuni spettatori cercarono di arrivare al palco, che era distante dalle prime file 20 metri, un vero attacco… Improvvisamente vidi Al Kooper che cadeva giù: uno degli spettatori aveva preso una gamba del suo sgabello e lo aveva fatto cadere. Guardai Bob (Dylan) e decidemmo con uno sguardo di proseguire a suonare. Per quando il concerto finì, anche se c’erano ancora dei fischi, avevamo spezzato la barriera e vinto: era nato il folk-rock. 

Dopo aver lavorato con lui, hai preso parte a decine di dischi della nuova scena appunto chiamata folk-rock.

 

Per dirti solo qualche enorme: John Sebastian, Richie Havens, Ian & Sylvia, Tom Rush, Gordon Lightfoot, Judy Collins, Odetta, Eric Andersen, Jim & Jean… Fu una straordinaria esperienza perché ognuno di loro aveva caratteristiche musicali diverse che mi obbligavano ad adattare il mio modo di suonare al loro stile particolare.

 

Tu hai anche registrato in studio e suonato dal vivo con i Doors. Se non sbaglio sei stato il primo bassista che abbiano usato per un loro disco. 

 

No: avevano già usato Larry Knechtel, Lonnie Mack e Doug Lubahn nei loro dischi, come bassisti. Io ho suonato in Tell all the People, Touch Me, Wild Child e Wishful Sinful che sono nel disco “Soft Parade”. Dal vivo ho suonato con loro a Los Angeles nel dicembre 1968 e nel gennaio 1969 al Madison Square Garden di New York. 

 

Che tipo di esperienza fu suonare con loro?

 

Robby Krieger e John Densmore mi chiesero  di fare delle prove con loro a Malibu dopo avermi sentito suonare con Mike Bloonfield negli Elecric Flag. Dopo quelle prove ricevetti una telefonata dal loro produttore Paul Rotchild che mi assumeva per suonare il basso nel loro prossimo disco. In quel periodo la band non aveva le idee chiare, c’erano problemi personali che si stavano sviluppando per via delle pressioni del music business. Jim Morrison non era felice con la direzione presa. Rotchild e anche loro volevano provare una nuova direzione musicale. 

Quella che sarebbe sfociata nel disco “Soft Parade”…

Vissi al Chateau Marmont Hotel a Los Angeles per circa un mese. Le canzoni a cui presi parte richiesero numerose registrazioni e molto lavoro. Ad aiutarci fu il mio amico Paul Harris che si occupò degli arrangiamenti orchestrali. 

 

E dal vivo? Come fu suonare con loro?

 

Suonai con i Doors alla presentazione di “Soft Parade”, il 14 dicembre 1968 all’Inglewood Forum di Los Angeles. La reazione del pubblico fu simile a quella che vidi con Dylan: volevano sentire solo i vecchi pezzi della band. Al Madison Square Garden invece, la sera del 24 gennaio 1969, il successo fu totale. Loro dal vivo erano spontanei, un piacere suonare con i Doors. Furono molto gentili e per il periodo in cui suonai con loro divenni un membro dei Doors a pieno titolo.

 

Tra le tante registrazioni a cui hai preso parte ce ne è una particolarmente leggendaria, passata alla storia con il nome di “Supersessions”: c’erano Stephen Still, Mike Bloomfield e Al Kooper. 

 

Registrammo le tracce base in due giorni. Al Kooper sceglieva quali pezzi fare. Dopo il primo giorno di registrazioni però Bloomfield se ne andò e Al chiamò Stephen Stills al suo posto. Ci divertimmo un sacco a suonare liberamente senza pensare a nulla. Bloomfield e Stills avevano stili chitarristici diversi: la cosa aggiunse varietà al sound che probabilmente non sarebbe  stato quello che venne fuori se avesse suonato il solo Bloomfield.

 

Hai suonato con gli Electric Flag una eccellente blues band: come mai durarono solo un disco? 

 

Negli Electric Flag c’era un serio problema di droga (Michael Bloomfield sarebbe ben presto diventato eroinomane, ndr) che impedì alla band di raggiungere il suo potenziale. Qualcuno nella band era un junkie, e per un tossico sballare è più importante di qualunque altra cosa. Metti quello insieme a problemi di ego enormi e hai una breve, ma esplosiva carriera per una band. 

 

Suonaste anche al Monterey Pop Festival nel 1967, la nascita del movimento hippie: davvero in quei giorni si credeva che la musica avrebbe cambiato il mondo?

 

Il Monterey Pop Festival fu il primo dei grandi festival pop internazionali. Quel festival fu un mettersi insieme di gente che desiderava ascoltare una nuova musica e godersi le esibizioni. Non ci fu alcun incidente né atto ostile. Tutti noi che suonavamo, ascoltavamo o ballavamo a tempo di musica eravamo convinti che la musica potesse toccare l’anima delle persone e superare il gap culturale che divide il mondo. Credo fosse vero allora e lo credo ancora oggi. 

 

Poi diventasti produttore per la Columbia Records, eri ancora molto giovane. Certamente allora c’era una idea diversa del produttore di quella che c’è oggi. 

 

A quei tempi i ragionieri non avevano il controllo della musica come oggi. Gli artisti venivano protetti e coltivati. Le idee si condividevano e la musica era ciò che si amava. Successe che il mio ufficio era a fianco di quello di Teo Macero e quello di Al Kooper era in fondo al corridoio. Clive Davis (boss della Columbia, ndr) e Don Devito (produttore di, fra gli altri, Frank Sinatra, ndr) erano i miei mentore. Negli anni 60, 70 e anche 80 far musica significa soprattutto esibirsi: i grandi anticipi delle case discografiche si usavano per fare ulteriori registrazioni su quanto già registrato. Il mio primo disco era un disco di lezioni per basso fatto ai Regent Recording a New York insieme al produttore degli Eagles, Bill Szymczk, registrato con uno Scully a quattro tracce. Poi si cominciò a usare gli otto tracce, credo che “Highway 61” di Dylan venne registrato così. Poi seguirono i 16, 32, 64 tracce e infine la tecnica digitale. Oggi possiamo registrare quante tracce singole vogliamo ed editarle in modo digitale senza ave rami bisogno di tagliare il nastro o avere a che fare con problemi di tagli irrisolvibili.

 

Fu in quel perido che finisti a lavorare con Miles Davis per il suo disco “Btiches Brew”.

 

Sì, lavoravo come produttore alla Columbia e conobbi Teo Macero che era il produttore di Miles Davis. Un giorno Teo entrò nel mio ufficio e mi chiese se volevo lavorare a un demo che Miles Davis stava registrando per sua moglie Betty.  Il giorno dopo mi trovai a registrare con Herbie Hancock, John Mc Laughlin, Mitch Mitchell, Joe Zawinul e Larry Young.

 

Un cast impressionante…

Dopo quella registrazione Miles mi invitò a prendere parte al resto del suo disco. facemmo una prova a casa di Miles che durò in tutto venti minuti. Il resto del tempo lo passammo a guardare fin di boxe di Jack Johnson e fare amicizia con gli altri musicisti. La cosa bella di quelle sedute per il disco Bitches Brew fu che non c’erano grandi spiegazioni da parte di Miles: seguivamo solo le sue indicazioni. Teo Macero ebbe un grande ruolo nella produzione di tutto, facendo di quel disco un capolavoro.  

 

Da qualche anno ti sei trasferito a vivere in Israele, fai ancora musica?

Quando sei stato un musicista, lo rimani per tutta la vita. E’ la mia vita, la mia anima e la mia consistenza. Io e mia moglie Bonnie ci siamo trasferiti in Israele nel 2009 per sviluppare un mercato internazionale per la nostra casa discografica, la 17th Street Records. E’ una etichetta che abbiamo inaugurato circa otto anni fa Tucson, in Arizona. Abbiamo una figlia e una nipotina che vivono in Israele da oltre undici anni. Abbiamo altre due figlie che vivono felicemente negli Stati Uniti. Continuo a registrare musica, esibirmi dal vivo e insegnare. Facebook ci permette di mantenere i contatti con tutto il mondo. Dvrei presto esibirmi in Italia con il mio amico Marco Pandolfi, che ho conosciuto a Tucson.

 

Tu hai preso parte ad alcuni dei più straordinari momenti della storia della musica moderna: di tutti i grandi musicisti con cui hai lavorato, di quale hai i ricordi migliori, come persona e come musicista?

 

Penso di Bob Dylan e Miles Davis. Questo perché ho seguito la loro musica per tutta la loro carriera e quando ho avut la possiiblità di incontrarli e suonare con loro, ero un giovane musicista e mi diedero la possibilità di avere successo. Ma anche improvvisare con Jimi Hendrix o suoanre dal vivo con i Doors sono parti uguali di questa mia equazione.

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