IO?DRAMA/ Intervista esclusiva: piacciamo alla gente che se ne frega delle etichette

- La Redazione

Gli Io?Drama sono una delel band più interessanti dle panorama giovane della musica indipendente italiana. LUCA FRANCESCHINI li ha intervistati in esclusiva

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Gli Io?Drama

Lo scorso 6 settembre al Carroponte, storica location milanese per concerti, sorta sulle rovine della Breda, gli Io?Drama hanno concluso una tournée durata due anni ininterrotti con uno show gratuito, incendiario e variopinto come è nella loro migliore tradizione. C’era da salutare il chitarrista Fabrizio Vercellino, uno dei membri fondatori, che dopo anni passati on the road e in studio di registrazione ha deciso di fare altre esperienze musicali e c’era da ringraziare per un periodo che ha portato soddisfazioni una dopo l’altra. Non stiamo parlando di gente che vende milioni di dischi e riempie gli stadi anche perché, consentitemi la polemica, nel nostro Paese chi fa certi numeri raramente va a braccetto con la qualità della proposta.  Gli Io?Drama sono una band che, dovessimo osare un’etichetta ormai odiosa e poco chiara, definiremmo “indie”. Un piccolo act di ragazzi giovani (tutti non ancora trentenni) che va in giro per l’Italia (per tutta l’Italia, non solo le solite quattro città del nord. Sono appena tornati da un giro di concerti in Sicilia, terra che di musica dal vivo ne vede ben poca, di solito) a fare quello che gli piace fare: la propria musica. 

“Direi che siamo la band giusta da ascoltare – dice il cantante, chitarrista e “mente” Francesco Pollio intervistato da Ilsussidiario.net – se hai voglia di sentire qualcuno che vuole dire il suo punto di vista e lo fa nella maniera più sincera e viscerale. E nello stesso tempo i pezzi sono orecchiabili. Normalmente piacciamo alla gente che se ne sbatte delle etichette o del giornale dove esce una tua recensione e che è contenta nel momento in cui sente un pezzo bello, che piace e che può cantare quando va al concerto.” Non si può dargli torto. Musicalmente non sono facilissimi da inquadrare: il loro primo album “Nient’altro che madrigali” (uscito nel 2007 per la Tube Records) già dal titolo evidenziava che la proposta, alla fine, era sempre quella. Melodie accattivanti, di quelle che ti si stampano in testa e non escono più, ma accompagnate da un grado di sperimentazione sonora che li rendeva più simili a gruppi come Afterhours e Marlene Kuntz, gente che agli inizi degli anni ’90 ha reinventato completamente le coordinate del rock italiano.

Fabrizio non nega queste influenze, se gliene parli. Però non fa mistero che nella band sono in cinque e che ognuno ha un diverso background: “Se mi parli degli Afterhours, devo dire che un disco come “Hai paura del buio?” l’ho letteralmente consumato, ancora oggi lo conosco a memoria. Però nella mia formazione musicale e lirica devo dire che sono stati molto più importanti i C.S.I di Giovanni Lindo Ferretti. E poi i Radiohead, i Muse, un gruppo tedesco che si chiama Einsturzende Neubauten, i Joy Division, ecc.. Per gli altri della band è diverso: un disco che all’epoca aveva messo tutti d’accordo era stato “Fat of the land” dei Prodigy ma poi ognuno ha le sue cose. Pensa che Mamo, il batterista, è un fan dei Pantera e non ha quasi mai ascoltato gli Afterhours!”. 

E’ interessante perché ascoltando i loro pezzi non sempre tutte queste influenze vengono fuori ma è comunque vero che è difficile prevedere dove, come e se un artista espliciterà le sollecitazioni che ha assorbito nell’arco dell’esistenza. Certo è che agli Io?Drama interessa scrivere canzoni: il secondo album, “Da consumarsi entro la fine” (uscito nel 2010 per Via Audio Records, piccola ma attivissima etichetta dalle parti di Seregno, in Brianza) ha virato in maniera più netta verso suggestioni cantautorali: Fabrizio dice che tra i suoi numi ispiratori ci sono De André, Ferretti e Battiato e in effetti si sente. Melodie vincenti e testi che dimostrano un uso sapiente delle parole hanno fatto di questo album un sicuro capolavoro, con tutte le potenzialità per diventare un classico del rock a stelle e strisce, se solo la gente si abituasse di più ad allargare i suoi ambiti di fruizione. 

Ci sono pezzi come “Nel naufragio”, con versi in grado di scavare solchi insanguinati nella pelle di chi ascolta (“Quello che non so accettare è che piovano dai tetti solo padri disperati e non politici corrotti, tra i miei denti c’è più sole che nei vostri paradisi e le vostre museruole non cancellano i sorrisi. Ora che avete preso tutto e deturpato la mia aria, io respirerò il silenzio per pensare quando è sera e pensare a come fare a stare in piedi in mezzo al nulla, scivolando sul sapone di cui è fatta questa bolla. E adesso fredda solitudine fammi compagnia come non mai”), un brano che è insieme di denuncia e di grido esistenziale, musicalmente una ballata che ha una tale intensità e potenza (specialmente nella versione acustica proposta questa sera) che è difficile rimanere indifferenti. Dall’altra parte c’è “Musabella”, che è stato anche il primo singolo estratto. Un episodio che ha giocato ironicamente a diventare un tormentone estivo (su youtube c’è un video in cui il gruppo insegna gli accordi per suonarla in spiaggia con la chitarra) e che ne avrebbe in effetti tutte le potenzialità. 

Il testo, invece, è tutt’altro che superficiale, col suo sguardo disincantato ad una “musa” non meglio precisata che avrebbe forse bisogno d’aiuto anche lei (Musabella mi hanno detto che sei da sola e non ridi più come facevi prima. Ma ti conosco e so che è perché al mondo quest’oggi c’è troppa noia. E poi so, che per svagarti fumi in sala ascoltando canzoni che sai a memoria perché è da troppo tempo che alla radio non passano roba nuova. Musabella vieni qui, io ti voglio ancora, qualcosa cambia, la sveglia suona. Ricordi? Sono quello che guardava sdraiato il cielo a Barcellona. Ora dammi poesia come fa la luna e dimmi che ne vale la pena, che esistere è resistere, giorno dopo giorno un giorno ancora.”). Di sicuro c’è che è una favorita dei concerti e anche stasera, quando è arrivato il suo momento, il pubblico del Carroponte non si è trattenuto dal ballare e saltare per tutta la sua durata. 

“Da consumarsi entro la fine” ha venduto benissimo e ha permesso al gruppo di esibirsi davvero dappertutto. Da questo punto di vista, Fabrizio e soci sono veramente una mosca bianca nel panorama italiano ma se sono arrivati fin qui è perché di voglia di lavorare e di osare ne hanno veramente parecchia: “Sappiamo bene che in Italia non è facile suonare dal vivo. Noi ce la stiamo facendo ma il grosso merito è di tutti quei gestori di locali che hanno accettato di farci suonare e ci hanno messo a disposizione il loro locale anche quando magari era poco adatto. E’ gente che è appassionata, che ha la volontà di smuovere le cose e che ha voluto quindi accettare una sfida. Noi di conseguenza abbiamo risposto. C’è anche un altro fattore da considerare: noi crediamo fermamente nella nostra musica e quindi non veniamo a suonare gratis. Oggi se ti accontenti di suonare gratis vai praticamente dovunque ma noi non potremmo mai farlo: è una questione di rispetto verso di noi e verso chi ci fa suonare. Di conseguenza, un tour come il nostro è stato reso possibile dal fatto che sì, ci sono state tante persone che ci hanno invitato, ma anche che siamo riusciti a rispettare certe condizioni economiche; cosa che diventa tanto più importante oggi che c’è la crisi.”

Anche sul fronte del lavoro in studio, la band è particolarmente lanciata: a febbraio, tanto per non rimanere con le mani in mano e non vivere di rendita su un disco pubblicato due anni prima, è stato realizzato “Mortepolitana”, un mini cd di 4 pezzi (tre inediti e un’ottima cover di “Samarcanda” di Vecchioni) che con lucido realismo e un pizzico di ironia ha messo in luce alcuni dei fattori di “morte” dei quali questa società “metropolitana” è ammantata: il faticoso inserimento dei giovani nel mondo del lavoro (“L’amore ai tempi del precario”), la trasfigurazione della propria identità personale tramite i social network (“Il mio profilo”), lo scattare fotografie come mezzo per sostituire la realtà invece che valorizzarla (“Il fotografo”). Il tutto espresso mediante canzoni semplici dove il violino di Vito Gatto ha un ruolo preponderante (“Ho sempre pensato che avrei voluto suonare in una band col violino, ma non perché ce l’avevano i Velvet Underground: nella mia visione della musica il violino era un elemento perfettamente normale”) e dove Fabrizio Pollio riconferma il suo talento naturale per le melodie. Tra le sue influenze cita anche Mogol/Battisti e, senza timore di esagerare, alcune delle sue canzoni hanno una forza e una “assolutezza” che ricorda molto quella della coppia più celebre della musica italiana.

Il concerto del 6 settembre è stato dunque quello che un concerto degli Io?Drama è normalmente: una grande festa in cui la band è sul palco e il pubblico sotto ma dove alla fine la distanza proprio non la senti. Forse un po’ più lungo del solito, perché c’era da salutare un vecchio amico (lo ha fatto lui di persona, prendendo la parola a metà show) e perché c’era da riprendere qualche vecchio pezzo da tempo non suonato ma che in tanti avevano richiesto (vedi “Pelle liscia” e “L’inquietudine di Babi”, entrambe dal primo album). Difficile non innamorarsene, vedendoli in azione. Al sottoscritto successe due estati fa proprio al Carroponte, mentre aprivano per i Perturbazione, e già al secondo pezzo riuscirono a folgorarmi. Non mi succede quasi mai e infatti da allora non li ho più mollati. 

Adesso per loro sarà tempo di una meritata pausa. Non per sostituire Fabrizio Vercellino (“Onestamente non so ancora dire se ci sarà un sostituto. Già in Sicilia siamo andati con una chitarra sola e ci siamo trovati bene, anche se ovviamente questo mi obbliga a fare un doppio lavoro”) ma per raccogliere le idee in vista del nuovo disco, che Fabrizio sostiene essere già in fase avanzata di lavorazione. Sarà interessante capire fino a dove riusciranno ad arrivare, ma è certo che, se va avanti così potremmo vederli molto in alto. Non che loro se ne preoccupino più di tanto: “Per il mercato musicale non c’è futuro, ma non è detto che la musica debba essere per forza essere fruita all’interno di un mercato. Io credo che la musica sia viva, che si rinnovi sempre. Un essere umano nasce e muore ma la musica non muore mai. Certo, se uno la concepisce come una professione, allora questo periodo di difficoltà può essere un problema. Io voglio vivere di musica e mi rendo conto che probabilmente sono nato nel momento sbagliato. Ma non importa: passerà anche questo periodo. La gente non ascolta più gli album dall’inizio alla fine? Non importa. Se la mia generazione morirà senza un mercato musicale, al nostro funerale ci sarà sicuramente roba nuova da ascoltare.” 

(Luca Franceschini) 




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