BENNY GOLSON/ Il grande jazz torna al Blue Note, una serata di altri tempi

- Alberto Contri

Ha suonato con i più grandi del jazz di una volta: Benny Golson, nonostante gli 83 anni, si è esibito in una splendida performance. La recensione di ALBERTO CONTRI

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Benny Golson, foto di Alberto Contri

Non poteva esserci migliore ripresa della stagione jazzistica al Blue Note di Milano: un unico concerto con l’ottantatreenne Benny Golson. Pubblico delle grandi occasioni, club strapieno, gran voglia di amarcord per la presenza di una delle ultime leggende viventi del jazz che ha suonato con Tadd Tameron, Dizzie Gillespie, Lionel Hampton, Johnny Hodges, Sonny Stitt, Chet Baker, Clifford Brown e altri ancora. Di lui si ricorda l’attività di grande autore (si diceva che era solito comporre standard, non canzoni) e la sua partecipazione assai attiva al progetto dei Jazz Messengers di Art Blakey.                                      

L’inizio un po’ in tono minore, con un brano poco conosciuto dedicato ai giovani musicisti (Horizon ahead) e qualche lieve problema di intonazione ci ha fatto un po’ temere, ma dal secondo brano, un eccellente Whisper not, s’è capito trattarsi solo di una questione di riscaldamento. Da quel momento in poi un torrente di solido e gustosissimo jazz ha inondato il pubblico per due ore filate. Dimostrando vent’anni di meno, il vecchio Benny ha interpretato alcuni dei suoi standard più famosi con scioltezza, eleganza e inaspettata energia. Con grande intelligenza si è presentato con un trio di eccellenti musicisti (“li ho scelti apposta così bravi” ha detto “così la gente pensa che se sono così bravi, ancora più bravo deve essere il capobanda”). Ottimo entertainer, gran raccontatore (“mi accusano di parlare troppo, ma a me piace”) anche per prendere un po’ di fiato, ma i suoi racconti hanno fatto parte a pieno titolo della performance, tanto erano interessanti e gustosi i suoi aneddoti. 

Grande spazio, nel concerto, si è preso il pianista Kirk Lightsey che – nonostante la classe 1937 – ha suonato con irruente swing e autentico divertimento. Potremmo definirlo un degno erede di Oscar Peterson, capace di inglobare nella sua cifra musicale il pianismo di musicisti storici come Fats Waller, Art Tatum, Tommy Flanagan, ma anche quella di personalità contemporanee come Brad Mehldau e Uri Caine. Sbirciando la sua biografia, si scopre che – dopo aver cominciato a suonare piano e clarinetto a 5 anni! – ha militato con Yusef Lateef, Betty Carter, Pharoah Sanders, Bobby Hutcherson, Sonny Stitt, Chet Baker, Kenny Burrell e soprattutto con il grande Dexter Gordon. 

Altrettanto significativa la presenza del bassista Reggie Johnson di cui si farebbe prima a dire con chi non ha suonato: infatti è presente in oltre 80 CD di gruppi diversi. Bassista solidissimo, ha dato in crescendo una bella dimostrazione della sua straordinaria versatilità, come dimostra la sua carriera. Infatti ha suonato indifferentemente con musicisti della new thing come Archie Shepp (con cui ha inciso il famoso Fire Music) ed esponenti della corrente mainstream come Sarah Vaughan, Kenny Burrell, Art Pepper, Clark Terry, Art Blakey. Da non dimenticare la sua presenza accanto a Chuck Mangione e Keith Jarrett. La sezione ritmica era ottimamente completata da un ottimo batterista tedesco, Guido May, notevole sia per gli assoli “melodici”, capaci di ripercorrere la struttura del brano, sia per l’abilità nell’alternare l’intensità del drumming.

Grazie a queste presenze, come già detto, il concerto si è rivelato assai godibile dalla prima all’ultima nota, anche perché era palese che i musicisti si divertivano senza essere schiavi della routine. Il momento più intenso e commovente è stato senza dubbio costituito dal racconto di come si sentì Benny alla notizia della morte del suo amico trombettista Clifford Brown, travolto da un’auto a soli venticinque anni, e di come decise di comporre quello che  divenne uno dei suoi brani più famosi, I remember Clifford. Standard poi eseguito con grande partecipazione e con l’invenzione di una coda finale di solo sax, all’inseguimento delle assonanze con i gospel cantati nelle cerimonie funebri, una esecuzione che definire toccante è dire poco. Gran finale con un omaggio a Duke Ellington: un Take a train arricchito da intelligenti e assai divertenti scambi di break a 8 battute tra piano, basso e batteria. Grandi applausi, nessun bis…ma che si voleva pretendere dopo due ore ininterrotte di jazz come oggigiorno non se ne ascolta più?

 

 

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