OPERA/ Tristano, Isotta e il silenzio della metropoli

- Giuseppe Pennisi

GIUSEPPE PENNISI ci parla della nuova edizione della Sagra Malatestiana di Rimini che ha presentato il 15 ed il 16 settembre la prima messa in scena del ciclo Harawi di François Messiaen. 

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Harawi di François Messiaen

Per gran parte degli italiani – ed ancor più degli stranieri – la Rimini estiva è quella immortalata dai film di Fellini e, negli ultimi anni, utilizzata come scenario di commedie all’italiana spesso piuttosto volgari. Pochi sanno che è la sede di uno dei più lunghi e più importanti festival musicali dell’estate: la Sagra Malatestiana, ospitata inizialmente nel rinascimentale Tempio Malatestiano (che contiene non più di settecento spettatori) ma gradualmente trasferita in varie chiese, nelle rovine del Complesso Agostiniano bombardato durante la secondo guerra mondiale e dal 28 agosto di quest’anno in un nuovo grande auditorio polifunzionale. La Sagra Malatestiana è giunta alla 63esima edizione. Questa estate-autunno è iniziata il 2 agosto con una serie di concerti dedicati a Domenico Scarlatti (dopo cinque fortunati cicli, negli anni precedente, imperniati su Bach). Nel nuovo Auditorium , sfoggia una serie di grandi concerti sinfonici (spesso portando in Romagna orchestre di fama internazionale provenienti dal MiTo od in viaggio verso Milano e Torino), dopo un Salon Debussy l’8 settembre, per ricordare i 150 anni dalla nascita del compositore. Tra gli “eventi collaterali” (che si estendono sino all’11 ottobre) ha presentato il 15 ed il 16  la prima messa in scena del ciclo Harawi di François Messiaen. Sono ormai diversi anni che la Sagra rappresenta in forma scenica lavori originariamente non concepiti per teatri e palcoscenici. E’ un modo interessante di offrire ‘opere da camera’ spesso a basso costo e tali di poter andare in tournée. Harawi si vedrà in varie altre città italiane, tra cui Roma nell’ambito del Roma Europa Festival e Bassano del Grappa nel quadro della rassegna annuale dell’opera da camera.

Harawi, sottotitolato Chant d’Amour et de Mort è una delle tre composizioni di Messiaen, ispirate al mito di Tristano ed Isotta. Normalmente quando si pensa all’antica leggenda celtica si amore oltre la morte, si va con la mente all’opera di Richard Wagner, senza dubbio il più importante lavoro musicale ispirato alla vicenda (fortemente semplificata) nonché germe della musica atonale contemporanea.

Sin dal Medio Evo, tuttavia, il mito ispira la musica, da una “estampie” (composizione strumentale per danza) chiamata Il Lamento di Tristano” che risale all’inizio del Rinascimento. In epoca romantica, prima di Wagner, la cui opera debuttò a Monaco nel 1865, Herman Kruz compose una serie di lieder intitolati Tristan und Isolde . In tempi recenti, lo svizzero Frank Martin presentò nel 1942 un oratorio Il Vino Speziato tratto dalla vicenda dei due sfortunati amanti, Hans Werner Henze un poema sinfonico nel 1973, Armin Schible un’opera La Follia di Tristano, nel 1995 Francesco Pennisi compose, su commissione della Biennale, un Tristan su un libretto di Ezra Pound redatto secondo i canoni del Teatro No giapponese. Non manca un’”opera celtic pop” Tristano e Isotta, storia d’amore, di patria e d’onore” di Stefano Fucili, Francesco Gazzè ed Enzo Vecchiarelli, che è stata messa in scena dal Tristano e Isotta Ensemble, con regia di Fabrizio Bartolucci. Numerosi, poi, i balletti , tra cui uno (del 1944) con scene e costumi di Salvador Dalí.

Senza entrare nelle altre due versioni del mito che hanno ispirato Messiaen, grande esperto di musica etnica e di canto degli uccelli che integrava in partiture quasi neoclassiche, soffermiamoci su Harawi presentato al Teatro degli Atti nel Complesso Agostiniano, in coproduzione il collettivo teatrale romano Santasangre. Nel Perù postcolonizzato la grande fioritura di racconti mitologici e di canti che narrano dell’amore e della morte prende, nel suo complesso drammatico – rituale ed espressivo, il nome di Harawi, una parola dell’antico dizionario Quechua. Nella tradizione Quechua , il tema mitico della congiunzione eterna di Eros in Thanatos diventa un enigma fosco. Compositore cattolico, Messiaen gli da una risposta serena riferendosi al contesto straniante di una cultura extraeuropea contaminata dall’Occidente: “un grande amore come quello tra Tristano e Isotta è un riflesso, ancorché un pallido riflesso dell’amore divino”.

Lo spettacolo è un lavoro essenziale: pianoforte (Lucio Perotti) e soprano (Matelda Viola), a cui i Santasangre aggiungono quattro attori-mimi che non parlano (Maria Teresa Bax, Marcello Sambati, Antonello Compagnoni, Monica Galli). Nelle letture consuete di Harawi il canto di amore e morte è effetto del sentimento di estinzione di un popolo deprivato delle proprie espressioni linguistiche e culturali, della propria identità. Harawi è l’anti-Tristan, non vi è enfasi ottimistica, non vi è possibilità di facile identificazione, elemento di cui, anzi, Messiaen, compie una critica spietata trattando parodisticamente ogni elemento desunto dall’opera di Wagner (tecniche del leitmotiv e frammenti di testo letterario), e immergendo gli elementi stranianti della cultura Quechua nel proprio dizionario compositivo e concettuale, pervaso di cultura novecentista e degli influssi della pittura e della poesia simbolista francese. L’allestimento del gruppo Santasangre (Diana Arbib, Luca Brinchi, Dario Salvagnini, Roberto Zanardo) situa la leggenda in una grande metropoli moderna. Isotta e Tristano sono rispettivamente sui 65 ed i 70 anni di età. Muoiono insieme. Ma insieme si risvegliano per fare l’amore. Un amore eterno nel nome di Dio. Ciò da grande attualità ad un mito millenario.

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