SHAMROCK BAND/ Irlanda, Scozia e Italia: arte popolare in concerto a Villa Clerici

- Alessandro Berni

Si è esibita nella splendida cornice di Villa Clerici la Shamrock Band, reduce dal grande successo al Meeting di Rimini. La recensione di ALESSANDRO BERNI

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Shamrock Band

Irlanda, Scozia, diaspora. Sparsi per il mondo e per un nuovo mondo.  In effetti la musica celtica aveva fatto capolino in una passata fiera dell’artigianato milanese e, a vedere con attenzione quanto offerto dalla Shamrock Band il 14 settembre scorso nello scenario suggestivo e stellato del Teatro Romano di Villa Clerici, non sembra un caso.  Se fosse contemplata una Fiera dell’Artigianato dedicata interamente alla musica, la stessa non potrebbe che mettere a tema la profonda radice endemica di realtà nate da quella costanza e tenacia di popolo che gode nel creare cose belle e rigeneranti per i propri simili.  L’arte dell’umano per l’umano che nasce dal quotidiano per un quotidiano con la coda dell’occhio vigile e ben puntata sull’eterno.

Realtà musicali venute di recente alla luce come quella della Shamrock Band – o  di Rita De Cillis tanto per non dimenticare un’altra significativa rivelazione di questi mesi – stanno lì a testimoniare qual è la naturale consistenza di una cosa bella.  Quella dell’umiltà di un atto generativo che scandisce le ore della giornata, come quello di una madre o di una sposa che ti butta nel mestiere di vivere dalla prima azione mattutina al rientro serale fino al riposo.

Tutto ciò in un concerto dell’ensemble Shamrock Band (but really folk, caso raro di band con didascalia) – scalpitante declinazione nazionale della più schietta irish music – è evidente sin dalle prime battute.  Una splendida “O’Neill March” che è una dichiarazione di intenti e anche di più, è esattamente quell’atto generativo. Un tin whistle che stende un canovaccio che con le aggiunte di bodhran, strumenti a corda, accordion e violino va idealmente a tessere sezioni e frammenti di quello che sarà un oggetto bello, prezioso e a misura d’umano.  

Così come la tela nata da un  paziente lavoro di mani tenaci e materne – che chiedono l’aiuto di altre mani altrettanto forti, materne e pazienti – il brano introduttivo del concerto richiama il lavoro dei soldati e ancor di più quello delle loro donne che li attendono a casa.  Nota su nota, melodie e armonie ritraggono la sorpresa per la bellezza di una creazione che apre un varco inaspettato per l’esistenza quotidiana.                                                                  
Il concerto, come le migliori testimonianze d’arte popolare racconta di vite e percorsi, di feste in famiglia e con gli amici, di momenti di immedesimazione, di lontananze,  di eroismi o recessi del quotidiano, di prigionia, di mancanza e desiderio di libertà.  La meraviglia dell’istante bello e tremendo in cui la propria vita incontra il punto di non ritorno dell’innamoramento, “Black Velvet Band” e “Start of The County Down” e “Galway Girl”, così come le celebrazioni festose di ricorrenze, eventi e gioie in “Wild Rover”, “Saint Patrick Was a Gentleman”, “Cockles and Mussels”, “I’ll Tell Me Ma” e “Whiskey in the Jar”. 

Più in là l’esilio come lontananza carnale in “Galway Bay” o separazione dal propulsore fisico della vita in “Auld Triangle”, canto dei carcerati dirompente nella sua dolorosa ossessività e proposto da tutta la band giù dal palco, senza microfono in fila davanti al pubblico come un gruppo di galeotti nell’ora d’aria, come ritratto in bianco e nero catturato in presa diretta. 

E ancora in “Down by the Sally Gardens / Mo Ghile Mear” l’amore come desiderio nudo davanti ad una realtà ostile come la partenza per la guerra in un linguaggio musicale che sta tra la passione pudica di una Mary Black e l’impressionismo ascetico dei Clannad di “Siùil a Rùin”.  

Tutto e anche di più di quanto si può trovare nel disco d’esordio dei nostri, “The Welcome Glass”, sintesi ragionata, mirata ma tuttora in fieri dell’itinerario concertistico pluriennale di una band che sposa l’eroico e il quotidiano di vite in bilico tra routine, pegni di gioia, dolori e follie.

Una brigata dove ad un tempo sono tutti soldati, spose e testimoni dell’arte come pazienza e luogo di un cuore che si fa ad un tempo piccolo e grande.  Dai tessitori del suono Pierluca Mancuso (il fiddle-man) e Gabriele Zottarelli (fisarmonica), al frontman Giorgio Natale (voce, chitarra), ai musicisti a tutto campo Andrea Natale (mandolino, chitarra, tin whistle, cori) e Sergio Fornasieri (uilleann pipes, flauti, bodhran), fino a Stefano Rizza (voce, banjo, chitarra) vero asso pigliatutto delle più svariate produzioni folk nostrane e Eleanor de Veras (voce, bodhran), maestra di cerimonie, lungimiranza materna, voce lavorata nota su nota come pane quotidiano.

Presi per sé musicisti curiosi e appassionati tenuti insieme dal collante di quella storia unica di esodo, desiderio e contaminazioni che hanno scavato un solco tra origine ed evoluzione di uno slancio di vita antico e tuttora non sopito.

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