BOBBY MCFERRIN/ “L’audiobiografia” da Miles Davis a Beethoven

- La Redazione

Bobby McFerrin, uno dei più straordinari vocalist jazz di ogni tempo, a 62 anni di età incanta ancora. Lo ha dimostrato al Lincoln Center di New York. La recensione di CARLO MELATO

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Gershwin, Charlie Parker e Miles Davis, ma anche Beethoven, il grande patrimonio degli spiritual e Simon And Garfunkel. Così Bobby McFerrin ha stilato la sua personalissima “audio biografia”, alla luce dei suoi 62 anni di vita e di musica. Dodici brani portati in scena in tre memorabili serate al Rose Theater del Jazz at Lincoln Center di New York, il regno di “sua maestà” Wynton Marsalis sulla sessantesima strada (a due passi dal Metropolitan, Broadway e dalla Carnegie Hall). Dietro i rasta da leone buono del cantante newyorchese, per la prima volta, prende infatti posto un’elegante orchestra di quindici elementi magnetizzata, più che diretta, dal carisma di Marsalis. Anche perché al trombettista di New Orleans (classe 1961) per controllare la tenuta dello swing, basta una severa occhiata dall’alto della seconda fila, al fianco del formidabile batterista Ali Jackson, che, scalzo, non sprecherà nemmeno un colpo in questo senso.

«Ripensare alla musica che ha cambiato la mia vita mi permette di capire dove sono realmente e verso dove sono diretto» aveva dichiarato McFerrin alla vigilia del debutto, augurandosi «il giusto equilibrio tra ordine e libertà». 

Una scommessa vinta clamorosamente, grazie all’intesa e alla complicità tra la voce di un musicista non a caso soprannominato da anni “uomo orchestra” e una big band che nel mondo teme ben pochi rivali. Se a questo si aggiungono le doti di enterteiner e la simpatia dell’autore di Don’t Worry Be Happy è difficile non aspettarsi che, presto o tardi, queste serate possano essere ricordate in un disco. 

D’altronde non capita spesso di sentire una voce di oltre quattro ottave di estensione trasformarsi come un camaleonte impazzito nella tromba di Miles Davis (in Selim), nel basso elettrico (con tanto di slap) degli Sly & The Family Stone in Thank You (Falettinme Be Mice Elf Agin) o in un formidabile rapper della Grande Mela. E nemmeno di assistere allo straordinario gioco di imitazione tra i solisti della Jazz at Lincoln Center Orchestra che a turno si avvicinano a McFerrin per fondersi in un unico flusso sonoro (Marsalis terrà per sé l’ubriacante Donna Lee di Charlie Parker per dare vita a un intenso giro di chorus con McFerrin a orchestra muta).

Tra gli incontri musicali che hanno cambiato la vita del cantante statunitense non potevano poi mancare spiritual come Fix me, Jesus o Jesus, Lay your head in the window e la musica di Ludwig van Beethoven. 

L’arrangiamento jazz del terzo movimento della Settima sinfonia porta la firma dello stesso Marsalis e potrebbe, senza ragione, far arrabbiare qualche purista appassionato al Maestro di Bonn. Dall’altra parte dell’oceano però succede anche questo. Prima del blues Sweet Home Chicago, bis conclusivo in solitaria del “festeggiato”, un po’ di Beethoven ci sta benissimo.

(Carlo Melato) 

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