REEPERBAHN FESTIVAL/ Claudio Trotta (Barley Arts): un nuovo rinascimento della musica

- Claudio Trotta

L’intervento che CLAUDIO TROTTA, fondatore e direttore di Barley Arts ha tenuto al Reeperbahn Festival di Amburgo in Germania. Uno spunto per un dibattito sul futuro della musica

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foto Claudio Trotta

A settembre Claudio Trotta, uno dei maggiori esponenti del mondo dello spettacolo in qualità di organizzatore di eventi musicali e non solo (ricordiamo ad esempio le tournée di Bruce Springsteen) è stato invitato a parlare nella conferenza sul futuro della musica al prestigioso Reeperbahn Festival di Amburgo in Germania. Pubblichiamo integralmente il suo intervento, possibile spunto per future altre discussioni sul tema.

Grazie per avermi invitato in questa importante conferenza  così ricca di contenuti e possibilità e per avermi scelto per questo keynote speech. Immagino che la scelta sia dovuta alla mia proverbiale tendenza a dire quello che penso, costi quel che costi, senza calcoli, senza limiti, talvolta con qualche problema a seguire…

Più seriamente, credo che la scelta di invitare me abbia a che fare con la mia storia professionale, che mi vede da quasi 35 anni lavorare nella musica e negli ultimi anni più in generale nell’entertainment, magari non sempre con successi commerciali immediati, ma credo sempre con passione, coraggio, intraprendenza e visione per il futuro.
Ad esempio negli anni 80 sono riuscito a cogliere le potenzialità della musica heavy metal e ho importato il Monsters of Rock, poi negli anni 90 sognavo di realizzare un grande festival sullo stile di Reading, o del Rock Am Ring e – forse quando l’Italia non era ancora pronta – ho dato vita a Sonoria e continuo ancora a mettermi in gioco e a rischiare per rendere concrete le mie visioni.

Nel roster Barley Arts c’è posto da sempre per spettacoli diversissimi fra loro: Ac-Dc e Kris Kristofferson, Bruce Springsteen ed LMFAO, We Will Rock You il musical dei Queen e family show come Walking With Dinosaurs, un festival come 10 Giorni Suonati, creato da noi su qualità e sostenibilità, e mostre internazionali di “edutainment”(educational and entertainement), rap italiano e indie rock. Perchè ho sempre pensato che la diversità sia ricchezza. Inoltre, come direbbe Freddie Mercury, “Qualunque cosa tu faccia, falla con stile”. E questo è un buon presupposto per cominciare.

Il tema che mi è stato chiesto di affrontare è in effetti uno di quelli a me più cari: l’omologazione, la globalizzazione, il consolidamento di pochi grandi player nel mondo della musica e dell’enterneiment, della comunicazione e dei media. Questo da molti anni si scontra quotidianamente con chi come me ama il vecchio ruolo dell’imprenditore, che “armato” solo della propria consapevole follia pensa di poter fare qualcosa di utile non solo a se stesso e alla propria azienda, i propri dipendenti, la propria famiglia, ma alla società in cui vive alla storia di cui fa parte. E per far capire meglio il mio pensiero vi voglio leggere due citazioni di  Luigi Einaudi (1874 – 1961), economista, pubblicista, uomo politico e 2° Presidente della Repubblica Italiana:

“La pianta della concorrenza non nasce da sé, e non cresce da sola; non è un albero secolare che la tempesta furiosa non riesce a scuotere; è un arboscello delicato, il quale deve essere difeso con affetto contro le malattie dell’egoismo e degli interessi particolare, sostenuto attentamente contro i pericoli che da ogni parte lo minacciano sotto il firmamento economico”. (da Economia di concorrenza e capitalismo storico, giugno 1942, p. 65)

“Migliaia, milioni di individui lavorano, producono e risparmiano nonostante tutto quello che noi possiamo inventare per molestarli, incepparli, scoraggiarli. È la vocazione naturale che li spinge; non soltanto la sete di guadagno. Il gusto, l’orgoglio di vedere la propria azienda prosperare, acquistare credito, ispirare fiducia a clientele sempre più vaste, ampliare gli impianti, costituiscono una molla di progresso altrettanto potente che il guadagno. Se così non fosse, non si spiegherebbe come ci siano imprenditori che nella propria azienda prodigano tutte le loro energie ed investono tutti i loro capitali per ritirare spesso utili di gran lunga più modesti di quelli che potrebbero sicuramente e comodamente ottenere con altri impieghi”. (da Dogliani, Dedica all’impresa dei Fratelli Guerrino, 15 settembre 1960)

Evidentemente il mio pensiero non è così bizzarro,anomalo o insensato ….

Ma facciamo un salto nel passato più recente e inquadriamo il concetto di globalizzazione della musica.

Siamo tutti abituati ad ascoltare canzoni americane, inglesi, spagnole o comunque in altre lingue. I pro di questo fatto sono l’arricchimento della nostra cultura personale o dei popoli intendendo la cultura in senso antropologico come l’equilibrio quotidiano,il “linguaggio” del nostro tempo biologico,delle giornate che passano tutte uguali e tutte diverse fra di loro.

Un altro pro è l’allargamento degli orizzonti, la contaminazione dei generi, l’abbattimento degli steccati fra “colto” ed “extracolto”, fra ” leggero” e “serio”, fra pop e classico.

I contro…i contro sono la perdità di identità culturale,il fenomeno della standardizzazione che va a discapito di ognuno di noi,le varie “culture” che si fondono in un unico spesso impersonale “mix” …troppo spesso sia ascoltano canzoni italiane o francesi o svedesi che assomigliano terribilmente ad altre anglo-americane.

 

Ho letto un interessante studio sulla Globalizzazione di Francesco Podestà, che sposo in toto. Parte da una distinzione fra globalizzazione passiva e globalizzazione attiva.

 

1. la globalizzazione passiva deriva da una crescente divisione in generi, sottogeneri e microgeneri musicali: commerciale/alternativa, classica/leggera, pop/rock e così via.  Questa divisione tende a diventare un limite mentale del quale siamo inconsapevoli, come nella vita quotidiana, nella quale siamo soliti ragionare in termini dualistici: giusto/sbagliato, destra/sinistra, bianco/nero. La globalizzazione è vissuta come una minaccia alla propria individualità. In questo caso ci stiamo muovendo verso una confusione dell’ascolto musicale.

2. la globalizzazione attiva deriva dalla curiosità: un semplice e primario bisogno di conoscenza ci conduce a un’esperienza di ricerca e apprendimento. E’ frutto di uno sforzo volontario attraverso il quale tendiamo ad ampliare la nostra cultura musicale. La globalizzazione è vissuta come un’espansione della propria individualità. In questo caso ci stiamo muovendo verso una consapevolezza dell’ascolto musicale.

Queste due forze contrapposte hanno un’influenza enorme non solo su ciò che ascoltiamo, ma anche su come, dove, quando e perchè ascoltiamo musica. Naturalmente non siamo sempre soggetti alla stessa forza, ma mentre la prima è automatica, la seconda richiede uno sforzo da parte nostra. Quindi sta a noi metterci sotto l’una o l’altra.

 

E farlo in una maniera o nell’altra è anche ciò che genera l’idea diversa di Impresa delle persone, delle aziende, dei gruppi di individui che operano nell’odierno Music and Enternaiment Business, degli artisti e anche del pubblico, che è un elemento primario attivo e non passivo e che ha tante possibilità in più da quando Tim Berners, un informatico britannico, ha inventato Internet insieme a Robert Caillau.

 

La globalizzazione infatti permette anche alcune straordinarie opportunità e ne cito brevemente due fra le tante:

 

1. il “crowd funding”: il caso di AMANDA PALMER

Amanda Palmer è stata l’originalissima cantante dei Dresden Dolls, una band newyorkese che ha pubblicato alcuni album con Roadrunner, etichetta appartenente al colosso Warner Music. Dopo la rottura del contratto discografico ha cominciato a gestirsi in completa autonomia. Recentemente ha lanciato una sottoscrizione attraverso Kickstarter, per chiedere ai suoi fan di finanziare il suo prossimo progetto discografico. La sottoscrizione prevedeva un contributo minimo di 5 dollari, che dà diritto al download gratuito della versione deluxe dell’album in digitale. L’obiettivo dichiarato era quello di raccogliere 100.000 dollari. Ne sono arrivati poco meno di 1 milione, dieci volte tanto, grazie al contributo di 20.474 fan. La Palmer ha già annunciato che il denaro raccolto servirà a coprire i costi di registrazione, missaggio, stampa, distribuzione e promozione del nuovo disco, ma anche a finanziare la stampa di un libro e le spese vive di un tour che include show privati a casa dei fan che hanno elargito le somme più consistenti o uno show di beneficienza a favore di un progetto di loro gradimento.

 

2. Un’altra esperienza interessante è quella che vede protagonista l’etichetta discografica di Seattle “Sublime Frequencies” che, fondata da Alan Bishop, ha iniziato pubblicando testimonianze registrate fra musicisti di strada o da stazioni radiofoniche in terre lontane come Bali o Sumatra, per la maggior parte registrazioni effettuate molti anni prima che l’etichetta vedesse la luce. Quindi vera “world music”, diversissima da quella che solitamente troviamo accanto alla cassa dei coffee shop… Poi nel 2007 la Subliem Frequencies ha pubblicato i demo del musicista siriano Omar Souleyman, e anche l’album dei Group Doueh, una band di chitarristi del Sahara, perciò materiale di artisti contemporanei, in attività, in grado di produrre musica, andare in tour, generare economie. In questo modo l’etichetta ha spostato il suo focus dal catalogo alal musica contemporanea, ma sempre con il preciso intento di pubblicare non “musica world” ma ESPERIENZE musicali dal mondo. 

Bishop in realtà ha più volte dichiarato che la linea artistica dell’etichetta non esiste: niente musica “world”, “etnica”, “alternativa”, niente etichette.

Queste alcune sue dichiarazioni:

“Molti ci chiedono quale sia la linea per le nostre scelte artistiche, ma la risposta è sempre la stessa: sappiamo che ci piace quando lo ascoltiamo “

 

“si può dire che ‘educhiamo’ in modo spontaneo persone desiderose di ascoltare, ma è un obiettivo inconscio per quanto riguarda la linea editoriale dell’etichetta”

 

“Naturalmente abbiamo punti di riferimento intorno ai quali muoverci: la musica degli anni ’60; i suoni grezzi, ricchi di espressività, non filtrati da processi di produzione; poi un’attenzione particolare per il Nord Africa, il Medio-Oriente e il Sud-Est Asiatico…abbiamo interessi talmente vasti!”

 

“Ovunque vada ho con me il registratore e continuo a cercare e ad ascoltare cose delel quali valga la pena cogliere il suono. Quasi tutti i miei istanti preferiti sono frutto di esperienze casuali che mai avrei immaginato di fare. Cocciutaggine e pazienza sono fondamentali per queste dinamiche. “

 

I dischi di musica etnica sono usciti dagli scaffali dei negozi specializzati per entrare in quelli dei media stores. C’è qualche relazione tra ciò e l’abbattimento delle frontiere a cui si assiste oggi nel mondo globalizzato? Sono nate nuove sensibilità nel pubblico? La musica popolare subisce un’evoluzione concettuale che la ”trasforma” in world music, e in quest’ultima veste si inserisce a pieno titolo nell’industria culturale discografica globalizzata. Ne nascono alcuni concetti come ibridazione etnomusicale, patchwork etnomusicale, glocal musicale, global city musicale, etnicità diffusa. Si è voluto applicare gli strumenti d’analisi della globalizzazione ad un settore della produzione culturale, la musica etnica, che costituisce un crocevia di significati particolarmente ricco e stimolante.

 

Non aver paura della globalizzazione con professionalità, creatività, coraggio, efficienza sembrerebbe essere per me e per fortuna per tanti “player” nel mondo la ricetta per applicare positivamente e attivamente i processi  di cambiamento della società in cui viviamo, processi che ovviamente non coinvolgono solo la nostra tanto amata “famiglia dello spettacolo” ma tutta la società, il nostro presente, il nostro futuro e soprattutto quello delle future generazioni.

Come competere nel nostro ambito del Live Enternaiment con giganti come Live Nation, Universal, Viacom, AEG e cavalcare le possibilità della globalizzazione?

 

Sono auspicabili relazioni e scambi fra indipendenti di diverse parti del mondo, fra sensibilità diverse ma con un unico disegno individuale e collettivo: quello di esprimersi attraverso il proprio lavoro, la propria identità, la propria capacità di produrre e promuovere nuovi modelli che possano avere una loro dimensione, una propria sostenibilità economica, sociale ed ecologica.

Un nuovo rinascimento della forma dello spettacolo, del concerto, del festival con una attenzione globale e a 360 gradi alla qualità, alla diversità e alla ricchezza della proposta.

 

Nessuna concentrazione di potere in poche mani ci deve impedire di continuare ad esprimerci e la società in cui viviamo – così frammentata, insicura, incerta sui modelli sociali da perseguire – ci offre paradossalmente maggiori possibilità.

Ci sono ora molti più varchi, meno omologazioni culturali di quelle che c’erano per esempio negli anni 80 e 90 .

 

La “Videomusic” è finalmente morta, le fratture fra i generi musicali, gli stilemi e le possibilità organizzative e produttive si sono definitivamente rotti.

Ma ci vuole intraprendenza, originalità e la voglia di studiare, conoscere e capire le varie nicchie, nonché la forza di ingrandirle ed esaltarle.

 

Ce la possiamo fare! 

 

 

(Lo speech è stato scritto da me in Italiano in collaborazione con Elena Pantera,tradotto in inglese da Raffaella Rolla,gli audio delle citazioni di Einaudi e Bishop sono stati registrati e interpretati da Paolo Barillari.

Ho comunque aggiunto alcune considerazioni e appunti improvvisati al momento)

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