PATTI SMITH/ “I tessitori di sogni”: quei racconti che diventano preghiere

- Paolo Vites

E’ uscito in Italia un libro di Patti Smith originariamente pubblicato negli Stati Uniti nei primi anni Novanta. E’ un libro di racconti, di innocenza perduta. La recensione di PAOLO VITES

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Patti Smith

“Tutto ciò che è contenuto in questo libro è vero ed è stato descritto esattamente com’era”: è la frase che campeggia in alto sullo sfondo del dipinto di Jean Francois Millet, la pastorella che sorveglia il suo gregge di pecore. E’ la copertina dell’ultimo libro di Patti Smith, “I tessitori di sogni” (Bompiani, 109 pgg.), uscito in parte negli Stati Uniti nel 1992 con il titolo di “Woolgathering” e ampliato adesso in questa nuova edizione. Il libro venne scritto quando la cantante e poetessa aveva 45 anni e viveva quella specie di “buon ritiro” dal mondo della musica, incominciato nel 1980 e che sarebbe proseguito fino alla morte del marito, avvenuta nel 1994. 

Con lui aveva vissuto tutti quegli anni, mettendo al mondo tre figli e occupandosi della famiglia. Ma non smettendo di creare arte, anche se per lo più per se stessa. Questo libro fu una delle poche eccezioni a essere messa in commercio.

Scritto con il consueto stile della Smith, più che una raccolta di racconti brevi, si tratta di poesia in prosa: quello stile tumultuoso, visionario, sognante che l’ha sempre caratterizzata, specie nelle lunghe improvvisazioni musicali che si trovano quasi in ogni suo disco. Anche questi racconti potrebbero essere incisi con accompagnamento musicale. Quello che li differenzia dalla maggior parte della sua produzione musicale, specie quella degli anni 70 così carica di rabbia e sfida al mondo, è invece il senso di pacificazione con se stessa e con quanto la circonda che li caratterizza. La frase posta in copertina spiega il significato dell’opera: un realismo a tratti fortissimo nella descrizione degli oggetti, degli alberi, delle piccole cose della vita quotidiana, delle persone, unito a una visionarietà che solo lei possiede, quel sogno che diventa trascendenza. 

Il titolo, anche, ci spiega davanti a cosa sci troviamo in queste pagine: il tema dei tessitori di sogni è il tema che unisce fra loro racconti dell’infanzia e poi degli anni che passano, con una mestizia dolcissima per la meraviglia e lo stupore di cui erano fatti gli anni della fanciullezza davanti al disgregarsi di quei sogni quando si diventa adulti. Ma non c’è recriminazione: Patti Smith è grata per ogni piccola cosa, sa ancora stupirsi e lodare la bellezza della vita e del creato. “Ho sempre sognato di scrivere un libro” dice all’inizio “quantomeno un libriccino capace di trasportare il lettore lontano, in un regno inaccessibile alle misurazioni e persino al ricordo”. 

I tessitori vivevano e ancora vivono ai bordi dei campi e dei boschi dove era la casa dove Patti Smith è cresciuta: essi sono le figure di ogni giorno, l’anziano che veglia la tomba della moglie morta, i suoi fratellini, il cagnolino finito sotto a un camion il giorno stesso che i genitori avevano deciso di darlo via, i dischi ascoltati uno dopo l’altro, la tazza di caffè, le foglie cadute dagli alberi e gli alberi stessi. Essi creano quella sostanza invisibile che rende la vita degna di essere vissuta. Ma a pochi è dato di percepire la loro presenza.

E’ un cammino che Patti Smith descrive in maniera dolce e appassionante: “Infine comprendiamo. Riconosciamo in noi stessi la mano della madre, le membra del padre”. Perché come dice ancora: “Non sei stato dimenticato, è questa la tua promessa. La sua grande verità”: c’è qualcosa fra i tessitori di sogni e noi di più grande, che ci contiene e ci accompagna, sempre. “Tutto quello che vuoi” scrive “è una mano soccorrevole per essere sollevata dalla melma, dalla bellezza, per essere sollevata”. La consapevolezza che da soli non ce la facciamo e che solo con la nostra partecipazione a questo grande mistero, il mistero si svela: “Quanto siamo felici da bambini. Quanto viene offuscata quella luce dalla voce della ragione. Vaghiamo nella vita, castoni senza pietra. Finché un giorno non prendiamo una svolta ed eccola lì la terra davanti a noi, una goccia di sangue sfaccettato, più reale di un fantasma, sfolgorante. Se ci muoviamo rischierà di sparire. Se non agiamo, nulla sarà redento. C’è un modo per risolvere questo piccolo enigma. Dire la propria preghiera. Non importa in che modo”.

Quello che scorre nelle pagine di questo libro è dunque un commosso ricordare da dove veniamo, per illuminare il percorso, un delicato desiderio di Bellezza che tutto salva, quella che Patti Smith ha sempre cercato e cantato: “Fu mia madre che mi insegnò a pregare. Mi vedo ancora inginocchiata davanti al lettino preparato per me con tanta devozione”. Non ha mai dimenticato quell’insegnamento, Patti Smith, e questo libro allora è quasi un libro di preghiere: “Cosa facciamo Grande Barrymore? Vacilliamo. Cosa facciamo umile monaco? Siamo di buon cuore”: Ecco: essere di buon cuore, qualcosa che chi non prega o prega malamente spesso dimentica. E invece salva.

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