LEANDRO BARSOTTI/ “Non avevo più niente”: il ritorno del cantautore padovano

- Walter Gatti

A ben tredici anni di distanza dal suo ultimo disco di inediti, torna il cantautore padovano Leandro Barsotti. Ecco la recensione del nuovo “Non avevo più niente” a cura di WALTER GATTI

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Leandro Barsotti

Ha una voce apparentemente distratta, come di uno che passa per caso in studio di registrazione. A confronto con i super vocalist di X Factor, Leandro Barsotti non ci fa la figura del gorgheggiatore, eppure a differenza con quei noiosi sottoprodotti del virtuosismo vocale, il cantautore padovano ha un paio di pregi:  ha una voce inconfondibile e interpreta in modo credibile le canzoni che incide. Dopodichè, ad onor del vero, le canzoni in questione sono quasi sempre sue, figlie di una vena cantautorale insolita, che incrocia la densità della canzone francese (di cui Leandro è innamorato) con la levità radiofonica del sound degli anni Ottanta.

Simpaticamente bifronte, Barsotti viene da un percorso multiforme in cui ha fatto fruttare l’esser un po’ cantautore ruvido ed essenziale, un po’ interprete di canzoncine pop. Ma in fin dei conti lui è “moltissimamente” bifronte: è giornalista e quindi si nutre di cronaca, è artista e quindi s’abbevera di emozioni intuitive. Ha toccato il successo del grande pubblico e della tv negli anni, poi si è disamorato del music business. Ha preferito così metter su famiglia, facendo poi incontri e importanti iniziando a parlare del bimbo che nasce a Natale come di uno che e’ passato al primo posto nella scala dei suoi valori personali.

Non che sia rimasto al palo, per quanto riguarda la musica e lo spettacolo: ha inciso dischi tributando gli onori dovuti a Serge Gainsbourg, ha messo in piedi spettacoli teatral-musicali, ha parlato di carcere e di rinascita, di santi e peccatori. E ora torna nei negozi con “Non avevo più niente”, quasi vent’anni dopo il suo successone nazional-popolare Mi piace, a tredici anni dal suo più recente album di inediti. Fan dei tempi andati e nuovi ascoltatori possono trovare nelle sue dieci nove canzoni motivi per canticchiare, sorridere, ballare, sognare. Ma pure per riflettere, sempre con la leggerezza di chi non lo fa da intellettuale, ma da persona “comune” (se ancora esiste).

Barsotti di lontani e luccicosi anni ’80 ha conservato il meglio, vale a dire la capacità di dire cose vere in un formato immediato e facile, apparentemente banale. Qui sta la forza della title track, che mette insieme Godzilla, Tex Willer, il sex e le oscillazioni di borsa, con una freschezza ed una quotidianità che lasciano di stucco. E’ una canzone che arriva a tutti, quella che apre il nuovo cd, che al primo istante fa sorridere, che al secondo istante fa canticchiare, che al terzo istante fa pensare e che dopo tutto, alla fine, ti fa sentire disarmato di fronte a te stesso e alla vita (“forse stavo meglio quando non avevo niente”). Le canzoni corrono via raccontando amori e viaggi (Come ci si innamora, Piazza San Sebastiano, Malindi), immense ricerche (Maddalena) e incontri con figure destinate a lasciare il segno (Sensi).

Ci sono anche due cover, e in una Leandro si supera: è E se questa fosse l’ultima, forse la canzone più bella, tragica e geniale di Lucio Quarantotto, geniaccio incompreso che sapeva vestire di leggerezza anche drammi e ferite indicibili. E’ un pezzo eterno, applauso a chi ne ha voluto ripercorrere la melodica follia. A chiudere a sorpresa il lavoro di Barsotti è Rosso sangue salato, un mantra psichedelico che ti punge come fosse un pezzo di Luigi Tenco orchestrato da Nick Cave. E’ pseudo-blues lungo e solitario, che forse e’ la vetta arcigna e abrasiva del disco, un pezzo che in tanti gli invidieranno: immagini di pioggia, di solitudine, di ex che ritornano, di sostanze più o meno stupefacenti, di desideri più o meno confessabili. Ovunque regnano dissonanze elettriche cupe e lontanissime, rarefatte e pericolose. Barsotti canta continuamente l’unica verità finale di una giornata che il suo caro Battisti avrebbe definito più che uggiosa, anzi eternamente-ontologicamente “uggiosa”. La verità finale e’ “che voglio solo te”. Per questo mi sento di dire che forse in fondo in fondo Barsotti non e’ paragonabile ai vocalist super maggiorati cui ci abituano nostro malgrado i contest televisivi, ma a loro differenza ha il pregio che riesce a far pensare. E, grazie a quella impressionante tensione emotiva di questa canzone finale, riesce pure a commuovere.

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