VIRGINIANA MILLER/ “Venga il regno” dal vivo: l’altra faccia dell’Italia del rock

- Luca Franceschini

Anche dal vivo i Virginiana Miller dimostrano di essere una delle più interessanti realtà del rock alternativo italiano. Ce lo racconta in questa recensione LUCA FRANCESCHINI

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“Venga il regno”, sesto disco in studio dei livornesi Virginiana Miller, è una delle uscite italiane più interessanti dell’anno che si sta concludendo. La band toscana è una di quelle realtà consolidate che per un motivo o per l’altro, non riuscirà mai a sfondare veramente sul mercato. Vuoi per la scarsa ricettività degli ascoltatori, sempre più concentrati sui soliti quattro o cinque nomi, vuoi perché effettivamente la loro proposta musicale risulta tutt’altro che “easy listening”. 

Eppure non si può negare che ci sia del fascino, nelle loro musiche che oscillano tra l’indie rock e un certo cantautorato dimesso, impreziosite dai testi di Simone Lenzi, personaggio di grande peso all’interno della scena indipendente. 

Comunque sia, la loro schiera di aficionados non è poi così ridotta e la trovi un po’ dovunque. Anche a Bergamo, città dove notoriamente succede poco dal punto di vista musicale. Ci siamo andati perché la data di Milano ha coinciso malauguratamente con quella dei Massimo Volume, per cui valeva la pena farsi qualche chilometro in più. 

Il Druso è un locale dalla programmazione molto fitta (a fine mese ci passerà anche Ian Paice, il batterista dei Deep Purple) e pur non essendo l’ideale per un concerto rock, la sua capienza molto ridotta e la poca o inesistente distanza tra il palco e la platea contribuisce a creare un’atmosfera molto intima che è stata sicuramente il valore aggiunto di questo concerto. 

Si inizia alle 23.30 (sempre il solito discorso italiano. Sarebbe interessante sapere a quanti va davvero bene così) con “Lettera di San Paolo agli operai”, uno dei brani più intensi di “Venga il regno”. Non è un inizio facile perché il pezzo è lento, riflessivo ed ha un testo che non è così immediatamente comprensibile, visto che sembra ironizzare sul rapporto tra papa Paolo VI e l’esperienza dei preti operai, che fu particolarmente forte a Torino (città a cui ci si riferisce esplicitamente nella canzone). Il pubblico ascolta e applaude calorosamente. Lo show parte però davvero con la successiva “Due”, che mostra il lato più rock ed immediato dei Virginiana Miller, quello che negli ultimi due dischi è venuto fuori maggiormente e che ha fatto loro guadagnare un buon numero di fan. 

Nonostante i suoni piuttosto alti e confusi, i sei dal vivo sono sempre bravissimi e sprigionano una potenza notevole. Non si direbbe, di primo acchito, che queste song possano guadagnare dall’esecuzione live e invece è proprio così. Nonostante la non immediatezza dei testi e un certo tono cupo delle melodie, il Druso non tarda a scaldarsi e si vede più di una persona che conosce e canta le parole dei vari pezzi. Accade sulle due hit “Una bella giornata” (singolo di lancio di “Venga il regno”) e su “Tutti i santi giorni”, che ha fatto da colonna sonora all’ultimo film di Virzì. Ma succede anche per la commovente “Anni di piombo”, che mette insieme Brigate Rosse e terremoto dell’Emilia in un viaggio in macchina tra passato e presente sull’autostrada del Sole. Un brano che, come spiega divertito Simone, era stato scritto per il Festival di Sanremo (“c’era anche il salto di tono dell’ultimo ritornello, cosa che piace molto a quelli del Festival”): inutile dire che sia stato un bene non averla mai sentita al Teatro Ariston.  

“Venga il regno” viene eseguito canzone per canzone (anche se non nello stesso ordine del disco) e si porta via tutta la prima parte del concerto. Risentito in questa sede, ci sentiamo di confermare il giudizio dato: si tratta di un ottimo lavoro, forse solo leggermente inferiore al precedente “Il primo lunedì del mondo” (ma si tratta di briciole), che conferma i Virginiana come una band in crescita, seppure ancorata con sicurezza ad un consolidato schema compositivo.

Dopo una breve pausa, si riparte all’insegna dei vecchi classici. Poche sorprese (a parte una bellissima versione della scura e gotica “L’uomo di paglia”, tratta dal disco d’esordio “Gelaterie sconsacrate”) ma ottime scelte che vanno a pescare a piene mani dalle cose più conosciute, da “Dispetto” a “La verità sul tennis” (geniale quest’ultima, per come ha saputo ironizzare sul presunto motivo per cui gli italiani si appassionano al tennis femminile), senza tralasciare gli episodi migliori del disco precedente: entusiasmo a mille dunque, per le varie “Lunedì”, “Acque sicure”, “Oggetto piccolo a” e “La carezza del Papa” (“È data tanto che desideravo cantarla in questa città” ha detto Simone, riferendosi al fatto che il brano cita un celebre discorso di papa Giovanni XXIII, quello della carezza ai bambini). 

Il finale è affidato a “Tutti al mare”, che li ha fatti conoscere e che ha rivelato la straordinaria vena espressiva di Lenzi, qui abilissimo nel mettere in fila tutti i peggiori luoghi comuni delle vacanze in spiaggia, disegnando un divertente quanto desolante e autobiografico quadretto famigliare. 

Si potrebbe discutere se valeva la pena tornare a casa alle tre di notte per un concerto del genere ma la risposta, nonostante tutto, non può che essere affermativa. I Virginiana Miller sono l’orgoglio del nostro paese, l’altra faccia dell’Italia del rock, quella che sa bene che questa musica non è appannaggio di Vasco e di Ligabue. Può sembrare una riflessione scontata ma c’è ancora molto da lavorare in questo senso… 

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