NICK CAVE/ Inferno e paradiso all’Alcatraz di Milano: il concerto dell’anno?

- Luca Franceschini

LUCA FRANCESCHINI racconta una serata al calor bianco all’Alcatraz di Milano: sul palco il principe dell’oscurità Nick Cave, più in forma che mai. Ecco la recensione del concerto

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Nick Cave

Torna in Italia Nick Cave assieme ai suoi Bad Seeds, dopo il breve passaggio di quest’estate al Summer Festival di Lucca. Una presenza corposa questa volta, dato che a questa leg autunnale del tour europeo vengono dedicate ben tre date nella nostra penisola: Roma, Milano e Bologna. 

Mi appresto a seguire la data nel capoluogo lombardo in uno stato di tensione come non mi capitava da tempo: colpa dei resoconti entusiastici dei concerti precedenti, che testimoniavano uno stato di forma del nostro assolutamente superlativo. Del resto, con un album come “Push the Sky Away” era difficile aspettarsi cose diverse. Un disco, quello uscito a febbraio, che ci ha riportato il Nick Cave tenebroso e maledettamente profondo che sembrava essersi definitivamente perso, dopo le ultime scialbe prove in studio. 

Quando arrivo all’Alcatraz l’affluenza è già consistente e allo spegnimento delle luci il locale risulterà pieno in ogni ordine di posti. Con tre date in Italia, ci sarebbe motivo di essere sorpresi ma del resto l’artista australiano è sempre stato molto amato nel nostro paese. 

Si inizia poco dopo le 21. Luci basse sul palco, niente intro, i sei Bad Seeds che fanno il loro ingresso tra le urla entusiaste del pubblico. La formazione si è ridotta di molto nel corso degli ultimi anni, perdendo due pezzi da novanta come Blixa Bargeld e Mick Harris. Tuttavia, la presenza di membri storici come il bassista Martin Casey, il batterista e percussionista Jim Sclavunos è soprattuto il fido Warren Ellis al violino, al flauto e alla chitarra, dovrebbero essere più che abbastanza per garantire l’ottimo svolgimento dello show.

Nick Cave si presenta per ultimo, camicia e giacca nera, accolto da un’ovazione ben superiore a quella riservata ai suoi compagni. Saluti al pubblico e si parte con “We No Who U R”. Si capisce subito che il livello della serata sarà altissimo: suoni puliti e nitidi, in cui si distingue con chiarezza ogni singolo strumento (ma d’altronde l’Alcatraz su questo è una garanzia), voce splendida, al limite della perfezione. Poi via con “Jubilee Street”: soffusa e delicata all’inizio, il finale è una deflagrazione di potenza che mai ci saremmo aspettati, a giudicare dalla versione in studio. I Bad Seeds sprigionano un muro di suono inaudito mentre Cave si contorce e cerca l’abbraccio delle prime file sputando letteralmente fuori i versi finali “I am transforming, I am vibrating, look at me now!”. Poi arriva “Tupelo”, suonata con la stessa rabbia e malignità di vent’anni prima. L’interpretazione vocale è sconvolgente e davvero non c’è differenza tra le cose nuove e quelle più datate. Questa sera tutto è avvolto dalla stessa luce, è interpretato con un’intensità e una convinzione che non hanno nulla a che vedere con quelle di nove anni fa, quando li vidi per l’ultima volta. 

I Bad Seeds, da questo punto di vista, sembrano aver trovato la quadratura del cerchio: la dipartita di Bargeld e Harris è stata dura da gestire ma l’innesto del chitarrista George Vjestica si è rivelato funzionale. Bravissimo e sempre al posto giusto, ha riempito tutti i buchi è si è dimostrato ottimo comprimario di Warren Ellis, vero e proprio cuore pulsante della band. È infatti lui oramai a sostenere il grosso del lavoro chitarristico, per non parlare delle volte in cui, imbracciando il fido violino, dona alle canzoni quel suono sinistro per cui i Bad Seeds sono famosi. Notevole impatto è stato dato anche dalla presenza, in alcuni passaggi, di due batterie, che hanno sprigionato ancora più furia sul palco, come già nel finale di “Jubilee Street” si è avuto modo di vedere. 

È Nick Cave, ad ogni modo, l’autentico mattatore dello show. Che “Push the Sky Away” lo avesse riportato ai livelli altissimi della prima fase di carriera lo si era già visto. Quello che ha stupito è stato però il vedere come anche dal vivo sia ormai teso a ritrovare quella dimensione degli esordi. Sul palco non sta mai fermo, sfoga tutta la sua rabbia nei passaggi più carichi delle canzoni e cerca in continuazione il contatto col pubblico delle prime file. Da questo punto di vista, la versione di “From Her to Eternity” proposta questa sera non ha avuto nulla da invidiare, per tensione e potenza, a quella dei primi anni della carriera. L’eccezionale sinergia tra l’artista e i suoi fan ha creato per tutte le due ore di concerto un’atmosfera unica, impreziosita dalle frequenti battute del cantante tra una canzone e l’altra: un ulteriore indizio di quanto il musicista australiano si senta a proprio agio in questo particolare periodo. 

Scaletta forse non particolarmente sorprendente, quella milanese, ma di sicuro impatto: nuovo album fortemente rappresentato, anche se non più eseguito interamente come nelle date di inizio tour. Sono mancati quindi brani di peso come “Water’s edge” o “Wide Lovely Eyes” ma la lenta, ipnotica e surreale, “Higgs Boson Blues” è quasi valsa da sola il prezzo del biglietto. Imprescindibile anche la sezione al pianoforte: la scelta è stata purtroppo un po’ telefonata e sicuramente avrei barattato le pur splendide versioni di “God is in the House” e “Into my Arms” con la “Sad Waters” e la “People Ain’t no Good” suonate a Roma. Inutile però dire che quando Nick Cave accarezza i tasti d’avorio non ce n’è per nessuno e anche i brani sentiti mille volte non cessano mai di stupire. Da questo punto di vista, “Love Letter”, brano centrale della trilogia pianistica, è stata un’highlight assoluta

Monumentali anche due classici come “Red Right Hand” (preceduta da un goffo e divertente tentativo di tradurre il titolo in italiano) e “The Weeping song”. Non c’è più Blixa a cantare la parte del padre, sicché è il solo Cave ad occuparsi delle linee vocali. Versione magistrale, complice anche l’intervento del violino di Ellis sulle strofe a dare un tiro del tutto nuovo al pezzo.

Nel finale, la galleria di omicidi a sangue freddo di “Stagger Lee”, coi Bad Seeds che raggiungono vette di potenza impensabili, creando un suggestivo contrasto, immobili sul palco, col cantante che si agita a più non posso proclamando le “gesta” di uno dei protagonisti più neri del folk americano. 

Entusiasmo a mille anche per “The Mercy Seat”, introdotta dall’acustica di Vjestica”, che si sviluppa in un crescendo inesorabile ed ossessivo, fino ad esplodere paurosamente nei ritornelli finali. Un miracolo che il locale sia rimasto in piedi.

Dopo tanto furore, “Push the Sky Away” arriva quasi come un toccasana ed è la perfetta colonna sonora per il congedo dei sette musicisti. 

È evidente a tutti che non è finita qui: del resto l’adrenalina è così tanta che nessuno potrebbe andare a casa. Il primo bis è una lentissima “We Real Cool”, molto più scura che nella versione in studio, perfetto preludio ad una scatenata “Deanna” che finalmente, senza i ridondanti cori femminili del tour del 2004, suona come realmente dovrebbe suonare. “Do you Love Me?” diventa a questo punto una domanda più che retorica che l’artista rivolge ai propri fan, visto quello che si è visto stasera. Sembra davvero finita ma quando nessuno se ne va e Vjestica imbraccia l’acustica l’Alcatraz esplode. Il roboante simil gospel “Papa won’t Leave You Henry”, col pubblico e i Bad Seeds stessi che si sgolano nei botta e risposta, è il suggello finale di una performance al limite della perfezione. 

Vedere Nick Cave così in forma alle soglie dei sessant’anni, che si riappropria prepotentemente delle sue canzoni, del suo songwriting, dell’intesa coi Bad Seeds, è stato senza dubbio un regalo di Natale anticipato. Ritrovare uno dei propri artisti preferiti, quando sembrava che non ci fossero più speranze: questa è senza dubbio una grande gioia per un fan. Miglior concerto del 2013, senza se e senza ma. 

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