ARBOURETUM/ “Coming Out of the Fog”: il rock canta San Simeone Stilita

- Lorenzo Randazzo

Il rock contemporaneo non conosce confini e può anche permettersi il lusso di cantare di un antico Santo siriano. Il nuovo disco degli Arbouretum, recensito da LORENZO RANDAZZO

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Foto: InfoPhoto

San Simeone Stilita il vecchio, è un Santo siriano nato nel 390 ca. Monaco, asceta cristiano, ha vissuto per 37 anni in cima ad una colonna che terminava in un podio di circa un metro di diametro. Sprovvisto di alcun tipo di riparo, rimase sempre esposto agli sguardi della folla. Spesso raccolto in preghiera, convertì molti saraceni, persiani e armeni. La sua strana forma di ascetismo alla ricerca di Dio ha ispirato molti seguaci e suscitato molto interesse negli anni.

Gli Arbouretum, nel nuovo album “Coming Out of the Fog” uscito il 22 gennaio, ispirandosi alle vicende del Santo Siriano, hanno composto il brano Renouncer.  Il tema fondante è la privazione tanto che vengono poste delle domande sull’abbandono e sulla rinuncia totale della vita terrena al fine di avvicinarsi più intensamente a Dio che è nell’aldilà.

L’album si candida fin da subito per essere una delle migliori proposte musicali dell’anno. 

Gli Arbouretum non sono nuovi nella scena underground statunitense. L’album di debutto risale al 2004 e gli Arbouretum sono un progetto di Dave Heumann (voce e chitarra) che, dopo diversi cambi di formazione, da qualche anno si accompagna con Corey Allender (basso), J.V. Brian Cavey (batteria) e Matthew Pierce (tastiera, percussioni e sintetizzatore). Il genere della band spazia da un classico folk rock a uno stile più ambizioso ed ecclettico composto da suoni progressive e psichedelici. A seconda dei casi il suono può rimandare a Neil Young (con o senza le bordate sonore dei Crazy Horse), ai Fairport Convection dove la voce di Dave  può essere facilmente accostata a quella di Richard Thompson, o addirittura ai Grateful Dead.

La critica, in particolare quella inglese e di settore (Mojo e Uncut su tutte), ha da sempre espresso un giudizio positivo sulla band di Baltimora. Lo stesso si può dire dell’ultima produzione.

“Coming out of the Fog” è il quinto lavoro in studio. Non il più scatenato della serie, ma probabilmente il più riflessivo e raccolto. A differenza del precedente “The Gathering”, l’impatto non è da subito immediato, ma merita fiducia, il secondo ascolto conquista definitivamente. 

The Long Night, è il brano che apre l’album. E’ un viaggio psychedelic folk in cui il protagonista si trova immerso in un’oscurità soprannaturale e angosciosa. Una lunga notte oscura dell’anima che trova finalmente la luce con il giungere del mattino.  Il ritmo opprimente ha il pregio di creare un clima di tensione crescente. I toni iniziali sono lenti ma solenni e assumono velocità e vigore in corsa. Con The Promise si cambia registro. Si tratta di un brano elettrico ben sostenuto da inserti ancora una volta psichedelici e con venature di hard rock. Oceans Don’t Sing è un delicato country blues diretto e semplice che può contare anche del supporto della pedal steel dell’ospite Dave Hadley. All at Once, The Turning Weather è un solido dark blues, mentre World Split Open è una traccia ponderosa con suoni pesanti. Easter Island, l’unico di breve durata, è uno strumentale chiassoso e convulso senza un apparente significato. La traccia conclusiva, la title track, sembra provenire dagli anni settanta, direttamente da quel capolavoro che è stato “On the beach” di Neil Young. L’incedere è ossessivo e il passo è stanco. Il risultato finale è una stupenda e dolce ballata malinconica. 

Manca solo il pezzo da ko. Come lo era stato Song of the Nile (In the Gathering) oppure Ghosts (Covered in Leaves) in cui in suoni vengono lanciati in versioni epiche.

In Coming out of the Fog non sono presenti cover che in passato hanno impreziosito gli album in studio e che costantemente arricchiscono le esibizioni live degli Arbouretum.

Può una cover essere migliore dell’originale? Difficile, ma possibile. She Moved Through the Fair è un traditional irlandese già interpretato in chiave acustica da artisti del calibro di Fairport Convention, Sinead O’Connor e Rory Gallagher. Nella versione elettrica di Heumann & co., pubblicata su Covered in Leaves in edizione limitata, la voce è solenne e profonda tanto da far assumere al brano una vita nuova. Nell’insieme strabordante, torrenziale, talmente trascinante da portarsi via tutto. 

Ancora più difficile da superare se le canzoni in questione sono di un certo Bob Dylan (l’artista più coverizzato di tutti) e se a interpretarle non è un tale Jimi Hendrix. Bene, gli Arbouretum ci hanno provato ben due volte su disco. Con risultati discreti nel caso di Tomorrow is a long time (Song of the Pearl) del primissimo Dylan e lodevoli nel caso di The Wicked Messenger (Covered in Leaves). Il Cattivo Messaggero si fa vivo ma non ci comunica sciagure questa volta, bensì ci consegna un brano di ottima realizzazione e talmente carico da oscurare l’esecuzione dei Black Keys (I’m not there. la colonna sonora).

Gli Arbouretum saranno presto in Italia. Una nota di merito va data alla DNA Concerti, agenzia di concerti estranea ai circuiti internazionali di massa e da sempre interessata e attenta alla musica internazionale indie (tra gli altri i Midlake, John Grant, Josh T. Pearson e Band of Horses). A marzo, per il terzo anno consecutivo, gli Arbouretum saranno nel nostro paese (6 Torino, 7 Roma, 8 Foligno, 9 Savignano sul Rubicone -FC).

Per concludere, nel complesso Coming out of the Fog è un ottimo disco, ben confezionato e di pregevole fattura. Le basi ci sono e sono solide. Ma per il disco definitivo forse bisogna ancora aspettare.

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