TIM HARDIN/ Il disco tributo, “Reason To Believe”: canzoni in cui credere

- Paolo Vites

Scomparso per eroina a giovane età, Tim Hardin è stato uno dei massimi songwriter americani. Un disco tributo oggi celebra le sue canzoni. La recensione di PAOLO VITES

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Tim Hardin

L’eroina l’aveva provata per la prima volta nel Vietnam, dove si trovava come addestratore dei marines alla fine degli anni cinquanta. Quell’eroina da cui non riuscì più a staccarsi fino a morire di overdose pochi giorni dopo il Natale del 1980. Quel Natale che aveva in qualche modo segnato la sua vita: era infatti nato pochi giorni prima del Natale del 1941, e a 39 anni aveva visto il suo ultimo Natale. Una dipendenza contro cui aveva lottato per gran parte della sua esistenza, tanto che la morte era sopraggiunta per un buco improvvisato, dopo che era riuscito a tenersi pulito per un periodo abbastanza lungo. Quell’eroina che aveva impedito a un talento dei maggiori della canzone d’autore di vivere una vita degnamente vissuta. Eppure le sue canzoni erano state riprese e portate in cima alle classifiche dagli interpreti più diversi, da Bobby Darin a Robert Plant, da Rod Stewart a Johnny Cash. Bob Dylan invece amava eseguirle talvolta dal vivo e di Tim Hardin disse una volta che simboleggiava un’anima rinascimentale in un mondo di plastica.
Autore sofisticato, anima dolcissima piena di mestizia e dolore, Tim Hardin si discostava dal movimento di folksinger dell’epoca, gli anni 60, che pure frequentava essendo anche lui parte di quella scena straordinaria che fu il Greenwich Village di New York. Le sue canzoni infatti sfioravano il mondo del jazz, allo stesso modo di altre anime tormentate come Tim Buckley e Harry Nilsson. 

Esce adesso un disco tributo – non è il primo a lui rivolto – alle canzoni di questo cantautore sofferente. “Reason To Believe – The Songs of Tim Hardin” è però prodotto da una piccola indie inglese e ospita artisti indie, della scena inglese, ma non solo. I dischi tributo hanno il doppio vantaggio, quando sono fatti bene, di permettere di riscoprire il repertorio di un artista dimenticato o in molti casi sconosciuto, e di indirizzare a scoprire gli artisti che lo hanno interpretato. Questo disco entra nella categoria. In particolare, permette di scoprire quanto sia viva e pulsante la scena cosiddetta minore della musica contemporanea, artisti che viaggiano nascosti nelle vene del mondo della musica raramente venendone alla superficie.
Sono diversi gli episodi che riescono a far emergere le capacità degli interpreti, ad esempio The Phoenix Foundation, gruppo proveniente dalla lontanissima Nuova Zelanda, band di progressive indie rock da diversi anni sulle scene. La loro resa di uno dei brani più belli di Tim Hardin, Don’t Make Promises You Can’t Keep, è di spessore: pianoforte, organo, voci corali di grande impatto. Ma soprattutto una malinconia struggente che recupera quella latente di Tim Hardin. Canzone che sa esprimere in modo stupefacente la capacità di bilanciare le sofferenze personali con quelle universali. 

Ottima esecuzione è anche quella degli inglesi Sand Band del brano certamente più famoso e più bello di Haridn, quella Reason to Believe ripresa da dozzine di grandi nomi. La loro versione rimane fedele all’originale nell’impianto acustico e folk, con l’aggiunta di una languida steel guitar. Tra band e solisti semisconosciuti, il disco ospita anche un gigante ben noto, Mark Lanegan, che nel suo classico stile dark interpreta da solo Red Balloon, pezzo inciso in passato anche da Bobby Darin e Small Faces. Di difficile ascolto, ma non per questo meno affascinante, è la resa che i duo inglese Smike Fairies fa del super classico If I Were a Carpenter, anche questo ripreso da dozzine di artisti (tra cui Robert Plant): è una versione noise carica di distorsioni e che regala un senso di fastidio a un pezzo da sempre identificato come un romantico sogno folkie. Ma c’è dentro tutto il tormento dell’autore, quel fastidio che gli ha reso impossibile sopravvivere alla vita.

Di grande effetto è la sperimentale versione che fanno i Magnetic North del brano It’s Hard To Believe In Love For Long: percussioni, effetti onirici, come in una bolla sott’acqua, ne emerge una incantevole voce femminile. La cantautrice americana Sarabeth Tucek si indirizza invece verso If I Knew in una visione scarna e visionaria per sola voce e pianoforte. Molto noti sono nella scena indie folk anche gli Okkerville River che da par loro rifanno I’tll Never Happen. Uno dei pezzi più magici di Tim Hardin, Shiloh Town, è invece appannaggio dei Clayhill, gruppo inglese che fa una versione evocativa e struggente del pezzo. 

Di tutti i brani interpretati, questi i pezzi meglio riusciti per un disco inciso dal profondo del cuore e che mostra perché ci sono ancora molte ragioni per credere nelle canzoni di Tim Hardin.

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