DIBATTITO/ Chitarre elettriche e classiche: la seconda e ultima parte

- Piero Bonaguri

La seconda parte dell’intervento di PIERO BONAGURI: il dibattito tra chitarra classica e chitarra elettrica. Un dibattito che certo non si esaurisce ma che potrà continuare

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E veniamo alle osservazioni sulla musica. Anche in questo caso, noto anzitutto alcune differenze che semplicemente esprimono una diversità tra generi musicali. La tradizione della musica colta occidentale mi sembra avere nel suo dna una notevole dose di elaborazione concettuale; per questo, ad esempio, un problema quando si scrive o suona un pezzo lungo di musica classica è la “tenuta” strutturale che richiede un’elaborazione formale adeguata in modo da evitare qualsiasi “caduta” di tensione espressiva (ad esempio la ripetitività pura e semplice è un errore, a differenza della musica di altre culture, come pure è tradizionalmente inaccettabile la monotonia armonica). Se si pensa a due delle forme principali della tradizione della musica colta come la Sonata e la Fuga, o lo stesso Tema con Variazioni, il “gioco” compositivo – e di conseguenza esecutivo – sta proprio nella conduzione dello strutturatissimo discorso musicale in modo variato ed insieme coerente, nel saper creare un arco di tensione strutturale che va dalla prima nota all’ultima, in cui ogni elemento è parte necessaria di un tutto armonico e coerente. Se io interrompo l’ascolto di una Fuga di Bach a metà, la sensazione di avere smembrato un corpo vivo e organicamente articolato è innegabile.

Il silenzio richiesto dall’ascolto di questa musica diventa, anche per questa complessità linguistica, una condizione essenziale per incontrarla (solo nell’opera lirica, che in effetti gioca anche su altri parametri, tradizionalmente questa consegna del silenzio a volte allenta il suo rigore). Per il resto anche nella musica colta contemporanea, tranne eccezioni, il problema del gestire il divenire nel tempo del discorso musicale rimane analogo a quello della musica classica tradizionale.

Certo, alla fine mi pare che in musica nasca tutto da quella origine comune che è il canto e la danza, e da questi nuclei la cosa si può evolvere anche in altri modi rispetto a come avviene nella musica colta occidentale – modi, ad esempio, nei quali la complessità strutturale e l’elaborazione concettuale abbiano meno importanza in favore di altri parametri. Perciò la differenza fra “classico” e “leggero” (“musica leggera” è un termine che mi piace, mi sembra dire molto e sinteticamente) non implica necessariamente una divisione culturale o una gerarchia di valori.

La cosa che sinteticamente colgo, come giudizio negativo su questi video chitarristici rock, nasce da una osservazione che proprio Segovia faceva in classe quando ci esortava a non cercare mai il facile effetto fine a se stesso, o quando ci diceva che suonare troppo veloce è come essere “una locomotiva senza macchinista” (si potrebbe anche dire  che occorre “ordinare l’istinto allo scopo”). Nei primi due video, ad esempio, quello di Gilbert e di Vai, la musica sembra quasi (specie nel primo) un puro spunto per affermare la propria capacità di “suonare veloce” – una velocità affermata, sembra, come fine a se stessa e senza nessuna giustificazione dal punto di vista di una necessità musicale intrinseca ai brani eseguiti. Nel secondo video, poi, un intero apparato orchestrale viene piegato a sostenere un pezzo lunghissimo in cui la scarna e basilare cornice armonica e melodica sembra, appunto, servire solo come contenitore e pretesto alla espressione di uno sfogo di istintività esibita come fine a se stessa (quei vibrati in cui i suoni stravolti, oscillanti “eccessivamente” non vanno da nessuna parte…o meglio vanno verso l’esaltazione dell’istinto fine a se stesso…ricordo che Segovia a proposito di certa musica leggera diceva che essa aveva un significato più sessuale che musicale… cosa c’entri questo col “Love of God” di cui parla il titolo mi rimane incomprensibile). Gli altri due video non li guardo neanche integralmente, mi sembra la solita roba già sentita; in particolare quel poco che riesco a sopportare di “Eruption” di Eddie Van Halen mi sembra suscitare il peggio dei giudizi critici espressi prima.

A questo punto la curiosità di capire cosa ci trovi in questa musica non solo tanta gente che affolla in masse urlanti i concerti rock, ma anche una persona intelligente e sensibile come John Waters, cresce e provo ad allargare il tiro ben oltre la richiesta iniziale di Walter. Vado a rileggermi le interviste a Waters sulla mostra del rock al Meeting e scarico i primi tre pezzi della sua favorita playlist: “Gloria”degli U2, “Roll Away your Stone” degli Mumford & Sons, “And I Wake up Alone” di Amy Winehouse. Poi Ascolterò anche “Cyprus Avenue” di Van Morrison, “Wish you Were Here” dei Pink Floyd, “Sweet Jane” dei Velvet Underground. E alla fine tutta la playlist, con i Queen, Leonard Cohen ed altro. I primi tre pezzi della playlist  mi piacciono tutti e subito, ed ascoltandoli risento anche i famosi brividi alla schiena di cui parlavo prima! 

Poi ascolto alcune canzoni segnalatemi da Walter Gatti: What do You Want Me to Do di Mike Scott, Holy Mother di Eric Clapton e In the Garden di Van Morrison. Belli Scott, Clapton, Van Morrison; i pezzi mi sono piaciuti in quest’ordine, più di tutti il primo e sono canzoni che mi fanno venire in mente Things that I see e My Father sings to me, mentre come testo, Holy Mother mi ricorda molto il venezuelano Como Busca. Mi sono guardato anche i testi, visto che parte del fascino di questa musica – un po’ come accade per certe musiche di film – mi pare dipendere inestricabilmente dalla connessione che si viene a creare con il contesto suono-canto – e anche l’immagine e la storia, nel film -: la voce del cantante, le parole ed anche il contrasto, come in Mike Scott, tra lo spessore di profondità del testo e la leggerezza della musica.

 

E’ evidente che tutte queste musiche sono pervase da uno slancio ideale e positivo, anche nella malinconia della Winehouse. Non mi soffermo qui sui dettagli, ma concordo in pieno con i giudizi positivi espressi da John Waters. Nel loro genere, di musica (linguisticamente) “leggera”, sono pezzi bellissimi. Gli ascolti degli altri numeri della playlist di Waters, tranne i Queen e Cohen, mi convinceranno meno, ma, nel loro genere, come musica mi sembrano accettabilissimi (l’insistenza così lunga sullo stesso giro armonico di qualcuno di questi pezzi sarebbe inaccettabile in ambito classico, ma il “metodo è imposto dall’oggetto” e se qualche volta mi stufo un po’ lo imputo alla mia deformazione professionale).

Dopo questi ascolti ritorno ai miei ascolti chitarristici “bocciati” in precedenza e mi sembra di capire un po’ di più. Il riferimento, ciò che in qualche modo sta dietro anche a quei video chitarristici, è un tipo di musica che, almeno nei pochissimi esempi che ho appena ascoltato  (U2, Winehouse…) è certamente molto ricca di fascino. Di questo mondo rimane certamente qualche traccia anche nei video chitarristici, ed il mio giudizio impietoso del primo ascolto cambia un po’ riconoscendone la matrice di riferimento; come anche succede in ambito classico, la musica puramente strumentale astrae, fiorisce, varia ma comunque fa riferimento, almeno implicito, ad un substrato che la precede. Certo, a me pare altrettanto evidente che in queste, diciamo,”variazioni strumentali” il rischio latente – e spesso l’errore che avviene – sta nel perdere in qualche modo il contatto con la fonte da cui pure si è partiti. Qualcuno direbbe forse che il problema è quello di “cambiare il metodo”.

 

Lo stesso Waters in una intervista pubblicata dal Quotidiano Meeting riconosce, accanto a tanti meriti del rock, che “spesso questa musica fa appello agli istinti più bassi dell’uomo” e che  “Il rock ’n’ roll a volte è il rumore narcisitico ed egocentrico che fa da sottofondo alla nostra vita” e aggiunge che esso “a volte…rischia di essere piegato a colonna sonora del bunker”. Questa impressione rimane in me, pure se un po’ mitigata, anche riascoltando i video di chitarra, tranne forse uno dei quattro, quello di Guthrie.

Ma questo “cambiare il metodo” che ho notato in questi video non è forse all’origine anche di tanto sterile “tecnicismo” che si incontra nella interpretazione e nella composizione di tanta musica colta di oggi?

 

Se nel rock la deriva, quando la noto, mi sembra verso una istintività che diventa sfogo fine a se stesso – che non fa quindi uscire dal “bunker” di cui parla Waters – nella musica classica la deriva tecnicistica tende verso la complicazione fine a se stessa, sia in senso musicale che strumentale, l’esibizione di bravura a a vari livelli, compreso lo sfoggio di conoscenze filologiche (esibizione di bravura di cui, oltretutto, a volte solo gli addetti ai lavori si accorgono). Tranne nel cosiddetto crossover, che oggi tenta alcuni miei colleghi; per cui la diatriba, nel mio mondo professionale, è a volte tra i  cosiddetti “duri e puri”  che puntano tutto sul tecnicismo musicale e strumentale  di elite (qualche famoso  e seguitissimo compositore di classica ha recentemente detto che quello della comunicazione non è un suo problema) ed i (cosiddetti da chi li critica) “venduti” ad un effettismo di bassa lega, ricercato  in nome dell’incontrare tutti e dell’uscire dalla asfittica nicchia degli addetti ai lavori. Ma, anche così, siamo ancora prigionieri nel bunker!

 

Anche per noi musicisti classici il problema è stato, spesso, il cambiare il metodo – si può anche dire il taglio con la tradizione, pur apparentemente “conosciuta” e studiata in tanti dettagli, ma di cui non si percepisce, non si riprende e segue più lo spirito profondo. Proprio nel campo della chitarra classica la marea di luoghi comuni e banalità che si sentono dire contro Segovia dai chitarristi di oggi esprime a mio avviso questa incapacità di rapporto con la tradizione.

 

Ma certo anche nel mondo della musica classica, come in quello del rock, esiste anche oggi tanta grandezza umana ed artistica, assieme a rischi ed errori. Per non dire di tutta una tradizione secolare che è proprio un peccato che ormai tanti, in particolare in Italia,patria di genii della musica da Palestrina e Pergolesi fino a Verdi, Puccini, eccetera…, non conoscano più.

Alla fine viene da ringraziare che ci siano luoghi come il Meeting in cui la verità dell’uomo e la grandezza del suo cuore sia presa sul serio. Luoghi così, e un tipo di pubblico così, mantengono quello spazio di dialogo al livello del cuore di cui anche i musicisti, come tutti, hanno bisogno, per non perdere di vista il senso profondo della loro vita ed anche del loro talento.

 

Mi piacerebbe, come per proseguire un dialogo ideale in nome del cuore, proporre a mia volta qualche ascolto di chitarra classica, non dimenticando che la provocazione di Walter Gatti si è rivolta a me come chitarrista classico. Vorrei allora proporre anch’io alcuni ascolti: Segovia che suona un pezzo del suo amico Federico Moreno-Torrobahttp://youtu.be/vzmcrm226fo, Alirio Diaz che esegue un suo arrangiamento di un brano sudamericano popolare http://youtu.be/0ttUVu4Nqts, ed un pezzo di musica contemporanea colta ed aggiornata, ma “espressiva” ed “ascoltabile”: Per Melissa di Gilberto Cappelli, (un brano del 2012 scritto reagendo alla tragica scomparsa di Melissa Bassi) che ho recentemente registrato.

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