DROPKICK MURPHYS LIVE/ I ragazzi sono tornati, in cerca di guai. La recensione

- La Redazione

Fragorosi, esagerati, divertenti ma soprattutto rock’n’roll: i Dropkick Murphys hanno incendiato l’Alcatraz di Milano con il loro irish punk. La recensione di LUCA FRANCESCHINI

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Dropckick Murphys

Tornano i Dropkick Murphys in Italia e Milano si tinge di verde. La band americana gode di una grande popolarità nel nostro paese e ci suona sempre molto volentieri. E’ così che fuori dall’Alcatraz, già dalle prime ore della sera, è tutto un mare di coppole irlandesi, sciarpe, bandiere e magliette dei Boston Celtics, vistosi cappelli a cilindro con tanto di trifoglio, uniti a creste colorate e altri accessori tipici del mondo street punk.

Alle 21.30 precise, dopo che il coro “Let’s go Murphys!” risuonava già da parecchi minuti in un locale gremito in ogni ordine di posti, le luci si spengono e partono le note di “The Foggy Dew”. Questa celebre rebel song irlandese, che commemora uno degli episodi più tragici della storia di questo popolo, è il benvenuto più adatto al concerto dei nostri. Come ci si poteva attendere è “The boys are back”, opener del nuovo “Signed and sealed in blood”, a dare inizio alle danze. Segue a ruota l’anthemica “Burn”, sempre dal nuovo album, e l’atmosfera si fa subito rovente. Il locale è strapieno, il pubblico per la maggior parte composto da giovanissimi, si scatena in un pogo sfrenato (anche se mai eccessivamente violento) che non interessa solo le prime file. E quando parte “Johnny I hardly knew ya”, uno dei loro brani più amati, l’entusiasmo e la partecipazione sono ormai alle stelle.

D’altronde i Murphys suonano alla grande: è dal 1998 che vanno in giro per il mondo e sanno bene come si tiene in pugno uno show. Al Barr e Ken Casey si dividono le parti vocali con grande naturalezza, e anche i ruoli sul palco sono ben definiti: carismatico nella presenza scenica il primo, molto più dotato nell’interpretazione il secondo. Matt Kelly alla batteria risulta poi devastante e assieme al basso di Casey costituisce una sezione ritmica mostruosa, che da sola è capace di tenere in piedi l’intero show.

Purtroppo il suono non è dei migliori. l’Alcatraz è considerato a ragione come uno dei locali con la migliore acustica della provincia, ma stasera non sembra essere così: troppo alti i volumi delle chitarre, il tutto risulta poi molto impastato e soprattutto nei passaggi più veloci e violenti il senso complessivo va perdendosi, dando l’impressione di un minestrone sonoro piuttosto indigesto.

Molto meglio quando in evidenza ci sono il banjo di Jeff Darosa e la cornamusa di Scruffy Wallace, oppure quando Tim Brennan lascia la chitarra per imbracciare la fisarmonica: il suono diventa allora più nitido, gli strumenti si distinguono e anche le doti dei musicisti emergono maggiormente. Ne consegue che sono i brani del nuovo album ad avere la resa migliore: che siano ballate come “Rose Tattoo”, “Jimmy Collins Wake” o assalti frontali come “The Battle rages on” o la rockeggiante “Out of our heads”, sono tutti episodi in cui la componente folk risulta più presente e li rende dunque maggiormente fruibili. In ogni caso non c’è da stupirsi che “Signed and sealed in blood venga riproposto quasi per intero: è uscito solo da un mese e giustamente bisogna promuoverlo. La cosa non ci dispiace per niente, considerando che, come abbiamo scritto su queste stesse colonne, si tratta davvero di un ottimo disco.

Ma questa è anche una band che ama spaziare in lungo e in largo per il suo vasto repertorio. Sa benissimo che gode di un seguito affezionato e che quasi nessuno è lì conoscendo due canzoni o giù di lì (come accade invece molto spesso ai concerti di act più blasonati). Di conseguenza, non si sente per forza obbligata a celebrarsi con un greatest hits di singoli, ma suona sera per sera quello che le aggrada maggiormente. Ecco allora che il precedente “Going out in style” viene celebrato dalla sola, splendida, title track, mentre si dà maggiore spazio ad un vecchio lavoro come “Sing loud, sing proud!”.

 L’accoppiata “The gauntlet” e “A few good men” è semplicemente devastante, ma anche la scanzonata “Caps and bottles” non scherza per nulla, suscitando entusiasmo a non finire. Non mancano neppure le interpretazioni dei brani storici della tradizione irlandese: stasera arrivano “The Irish Rover” e la celeberrima “The Wild Rover” che, con mio personale rammarico, prende il posto di “The fields of Athenry”, suonata nelle date immediatamente precedenti.

Rispetto al tour dello scorso anno, manca il break centrale in cui tutta la band imbracciava strumenti acustici. Qualcosa di simile viene comunque riproposto, con il ripescaggio della bellissima “Worker’s song” e con l’esecuzione di “Forever”, vecchia ballad in cui il coro del pubblico è ancora una volta il vero protagonista.

Reazioni scatenate anche per autentici “battle hymns” come “Your spirit’s alive” o “The warrior’s code”, dove il parterre dell’Alcatraz si trasforma davvero in cui campo di battaglia. La nuova “Rose Tattoo”, cantata con grande passione da Ken Casey, è l’ultima occasione concessa al pubblico per tirare il fiato: in seguito arrivano a raffica la divertentissima “Captain Kelly’s Kitchen” e l’inconfondibile tema di cornamusa di “I’m shipping up to Boston”, che indica a tutti che è venuto il momento di saltare e ballare come non mai. Si chiude qui il set regolare.

La band si congeda ma riappare pochi minuti più tardi sulle note di “Barroom Hero”, dal loro primissimo disco “Do or Die”. E’ poi il momento di “End of the night”, la ballata che chiude il nuovo album. Ken Casey invita tutte le ragazze a salire sul palco (una scena che di solito accadeva su “Kiss me, I’m shitfaced”, che in questo tour però è stata lasciata fuori) e si trova immediatamente circondato da una turba di ragazzine adolescenti, alcune delle quali non propriamente vestite…

“It’s the end of the night but we ain’t goin home”, recita il ritornello della canzone. Detto fatto. La band non ha nessuna voglia di andare a casa: siamo arrivati all’atto finale di ogni concerto dei Murphys, quello dove pubblico e musicisti si confondono e il tutto si trasforma in una grande festa rock. Sul vecchio classico “Skinhead on the MBTA” sempre più persone, questa volta anche ragazzi, prendono possesso dello stage, ballano e cantano a più non posso, tanto che ormai i musicisti quasi non si vedono più (alcuni di loro, prudentemente, sono andati a rifugiarsi nella parte superiore del palco) e il solo Al Barr rimane indomito in mezzo alla folla. E’ poi il turno del tradizionale omaggio agli AC/DC, questa volta con “Dirty deeds done dirt cheap” mentre il violentissimo assalto frontale di “Citizen C.I.A.” chiude nel migliore dei modi un’esibizione maiuscola.

Non avranno la grandezza epica di colossi come Clash o Ramones ma anche questa sera i Dropkick Murphys hanno dimostrato di essere una delle migliori live band attualmente in circolazione. Peccato solo per i suoni non proprio all’altezza e per l’eccessiva penalizzazione di un grande disco come “The meanest of times” (l’assenza di “The state of Massachusetts” si è fatta sentire eccome!). Al di là di questo, non si può che levarsi il cappello. Ancora una volta Milano si è tinta di verde per un ottimo motivo.  

(Luca Franceschini) 

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