GIORGIO CANALI/ L’intervista: il mercato musicale? Deve morire. E prima morirà, meglio sarà

E’ una leggeda della scena alternativa italiana: chitarrista nei CCCP, poi nei CSI, produttore di fama: Giorgio Canali ha ancora voglia di mettersi in discussione. di LUCA FRANCESCHINI

18.03.2013 - Luca Franceschini
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Giorgio Canali

Giorgio Canali è un pezzo di storia del rock italiano. Chitarrista nei CCCP di Giovanni Lindo Ferretti e nella loro successiva incarnazione, i CSI, tecnico del suono e produttore di successo (ha lavorato, tra gli altri, con Virginiana Miller, Tre Allegri Ragazzi Morti, Le Luci della Centrale Elettrica), da una quindicina d’anni porta in giro le sue canzoni sotto il progetto “Rossofuoco”, un marchio che, pur con l’avvicendamento di parecchi musicisti nel corso del tempo, ha sempre mantenuto una forte coerenza artistica, modellata su quello che è il credo fondamentale dell’artista romagnolo. 

“Sincerità”, pare la parola giusta per definirlo. O più semplicemente “passione”, se preferite. Perché a cinquant’anni suonati, dopo che hai venduto migliaia di dischi, suonato con un sacco di gente ed esserti tolto parecchie soddisfazioni, girare tutta Italia in piccoli locali, montarsi l’equipaggiamento da solo e salire sul palco pochi minuti prima ad accordare la chitarra e a sistemare la pedaliera, non è certamente un comportamento da tutti. 

Nella sua inarrestabile peregrinazione per la penisola (un viaggiare incessante che per molti versi ricorda il “Never ending Tour” di Dylan) Giorgio Canali è giunto anche al Circolone di Legnano. L’occasione è la promozione di “Rojo”, il suo sesto lavoro da solista, il quinto pubblicato sotto il marchio “Rossofuoco”. Promozione è una parola forse superflua perché, come lui stesso dice, il disco è uscito da più di un anno e non è che ci sia più tanta urgenza di proporlo in giro. Rimane dunque l’obiettivo di divertirsi, incontrare gente e devastare un altro locale. 

Devastare è proprio la parola giusta, perché i live di Giorgio sono famosi per il fatto di non fare prigionieri, un concentrato di rabbia ed adrenalina che esplodono diritto in faccia all’ascoltatore. Poca concessione alla precisione esecutiva, si punta tutto sulla violenza di ciò che esce dagli amplificatori. 

Nonostante lui e la sua band siano arrivati sul posto con un certo ritardo, Giorgio si è mostrato gentilissimo e ci ha concesso una mezzoretta di chiacchierata nella quale si è parlato un po’ di tutto: della nuova incarnazione dei “Rossofuoco”, dei progetti per il prossimo disco, delle recenti elezioni, dello stato del mercato musicale, senza dimenticare il suo nuovo impiego presso i Litfiba della “Trilogia del potere”… 

“Rojo” è uscito ormai da più di un anno. Come lo giudichi oggi, anche dal punto di vista della resa live, visto che ormai hai avuto occasione di suonarlo parecchie volte dal vivo… 

Guarda, la resa live è sempre diversa: facciamo talmente schifo a suonare che ogni volta i pezzi cambiano (ride)! La cosa interessante è che in questa ultima tornata del tour, ci siamo messi ad andare in giro come trio. Marco Greco, il chitarrista, ha preso in mano il basso, poi c’è Luca Martelli come al solito alla batteria e io alla chitarra. 

Hai lasciato a casa Nanni Fanelli, quindi… 

Sì, ma in realtà lui ora è da un po’ di tempo che gira con la sua band. Tra l’altro li ho visti suonare ieri sera a Vicenza e sono davvero molto bravi. Si sono esibiti in duo e devo dire che la resa è stata ottima. Queste formazioni ridotte mi piacciono molto, le mie canzoni portate in giro in trio vengono benissimo, e complessivamente, nonostante ci siano due musicisti in meno, l’impatto è lo stesso violentissimo: come sai bene, Luca è un batterista che ama pestare molto. E anche Marco è molto efficace al basso… 

 

Alla chitarra ci sei solo tu? 

 

Sì. Stasera voleva venire anche Stewie Dal Col, che suona spesso con noi e che ha suonato anche in studio ma gli ho chiesto di stare a casa (ride!). Ci stiamo divertendo troppo con questa formazione e voglio vedere fin dove possiamo arrivare… lui non se la prenderà di certo! E poi sicuramente stasera ci sarà anche Mattia.

 

Intendi il ragazzo che ogni tanto ti raggiunge sul palco per qualche canzone? Non sono mai riuscito a capire chi sia.

 

Mattia è un grande! E’ un ragazzo che ho conosciuto ai nostri concerti, quando suoniamo da queste parti è sempre in prima fila, suona benissimo la chitarra e conosce tutte le mie canzoni. Così, quando lo vedo, lo faccio sempre salire a suonare un paio di pezzi. 

 

E invece del disco in generale, che mi dici? 

 

E’ il disco che volevamo fare. Ci ho messo solo un po’ a scrivere i testi. Abbiamo un modo molto atipico di scrivere. O meglio, forse è atipico per l’Italia: entriamo in sala, improvvisiamo, decidiamo un minimo di struttura, strofa, intro e ritornello, le montiamo, le registriamo e poi io a casa con calma ci lavoro. Mi sveglio alla mattina e provo a buttare giù le idee che ho in testa e adatto le parole alla musica che abbiamo fatto. Durante le prove non ci sono linee vocali, le metto giù solo in un secondo momento. La cosa strana è che se le senti, sembrano canzoni scritte con la chitarra acustica e invece non è affatto così. E’ un metodo interessante perché mi permette di sperimentare dal punto di vista ritmico, variare gli accenti, di provare appoggi metrici strani ma che comunque appartengono al mondo de rock anglosassone, che è poi quello che ci influenza di più. 

 

State già lavorando ad un nuovo album? 

 

Guarda, proprio il 10 di marzo andremo in studio a Bassano. Attacchiamo gli strumenti, accendiamo i registratori e cominciamo a suonare, poi vediamo che verrà fuori. In effetti, il disco precedente è uscito proprio così, da due sole session di registrazione con tutta la band. Poi mi sono messo lì, in studio, per una ventina di giorni, col quaderno in mano, a provare voci, a mettere giù parole, ecc. 

 

Quindi tu non sei uno di quelli che scrive in qualunque momento, “quando arriva l’ispirazione”. 

 

No, io sono uno di quelli che le cose o vengono o non vengono. Per esempio, uno dei pezzi che amo di più, “Questa è la fine”, nel primo album dei Rossofuoco, è uscito così. La musica era già stata scritta ma il foglio era bianco. Avevo in testa chiaramente solo quella che poi è diventato l’ultimo verso, che era già presente al momento di scrivere la musica, dato che ci ho modellato sopra un crescendo musicale. Avevo il titolo, ripreso da “The end” dei Doors, brano che ci ha ispirato anche nell’idea musicale del pezzo. Il resto l’ho fatto in studio, in due ore mezza, tagliando, montando, in generale procedendo per tentativi. 

 

Perdonami se porto il discorso sulla politica ma mi è sembrato che una canzone come “Carmagnola #3” sia ancora più attuale dopo queste elezioni, non trovi? Oltretutto è anche una di quelle che ti viene meglio dal vivo. 

 

Oh, quello è solo perché è difficile da cantare, quindi sembra che ci creda davvero. In realtà sto semplicemente morendo per lo sforzo (ride)! 

 

Quello che voglio dire è che, nonostante apparentemente possa essere presa come una canzone politica, “rivoluzionaria”, in realtà è un pezzo molto disilluso, sei d’accordo? 

 

Certamente. Vedi, il problema è che una rivoluzione, prima che popolare, deve essere populista. Io mi arrabbio molto quando vedo la parola “populista” utilizzata in senso negativo, mi arrabbio sempre moltissimo. Invece, andando alla radice della parola, il populista è uno che parla al popolo per cui, se tutti gli danno retta, ha la possibilità di rovesciare le cose. 

 

Come vedi la situazione dell’Italia, alla luce dei risultati elettorali? 

 

Mah, secondo me non è così male. Questa volontà del Movimento 5 Stelle di buttare giù tutto non mi dispiace. Loro non mi piacciono, però questa obiettivo che hanno del demolire i vecchi partiti non è per niente male! Dal canto mio, quest’anno non ho votato, come del resto la stragrande maggioranza delle volte. Credo di avere votato non più di due volte negli ultimi anni e non riesco a ricordare in quali occasioni. Anzi, alla fine mi sono anche vergognato di averlo fatto! Fondamentalmente non mi interessa andare a votare: l’anarchia non riconosce il sistema elettorale. Tu non ti scegli il tuo pastore. Se ti scegli il pastore sei una pecora. La pecora deve essere nera. Poi magari è la prima che viene sbranata dal lupo ma non importa, non avrà rinunciato alla sua identità. 

 

Torniamo alla musica. Come decidi cosa suonare dal vivo e cosa lasciare fuori? C’è qualche pezzo in particolare che preferisci fare, rispetto ad altri? 

 

Le scalette sono fatte a caso. Io giro le pagine del quaderno dove ho tutti i testi, guardo gli altri e gli altri mi guardano allarmati pensando “Oddio, chissà adesso questo che cosa tirerà fuori!” (ride!). E in effetti ogni tanto saltano fuori cose che non suoniamo da anni. Ancora di più questo accade col trio: qualche tempo fa abbiamo fatto “La demarché des crabes”, che non suonavamo da cinque anni. E’ uscita a una velocità impossibile, da cantare e da suonare (ride)! 

 

Quindi possiamo seriamente aspettarci qualche sorpresa dal concerto di questa sera? 

 

Vedremo. Dipende molto da come sto io ma dipende anche dallo sguardo delle persone. La cosa più bella è quando riesci ad instaurare una certa complicità col pubblico. Il pubblico normalmente è diviso in due. Parlo del pubblico che è lì per ascoltarti, non quello che sta al bar a bere la birra. Normalmente, dicevo, ci sono due categorie: quelli che non capiscono nulla e ti dispiace che siano tuoi fan, ma d’altronde hai bisogno anche di loro per tirare a campare; e poi ci sono quelli per cui è chiaro che hanno capito benissimo quello che volevi dire. Lo vedi negli occhi della gente, quando questo accade. E’ la cosa bella di suonare nei piccoli posti: puoi guardare tutti negli occhi e capisci se stai emozionando qualcuno o se invece lo stai gasando solo perché stai suonando veloce o stai picchiando come un matto. Sono due cose molto diverse: un conto è emozionare, un altro è fomentare. 

 

E’ per questo che ti arrabbi così tanto se durante “Lezioni di poesia”, qualcuno tira fuori l’accendino? 

 

(Ride) La cosa bella è che Liam Gallagher degli Oasis, che per carità è uno dei gruppi che adoro… ecco, ogni volta che lui fa qualche dichiarazione pesante, mi accorgo che sono esattamente le cose che penso io e, devo dire la verità, un po’ questa cosa mi spaventa (ride)! Ad esempio, una volta che avevo fatto questa scena dell’accendino, un tizio dopo il concerto mi dice: “Hai fatto come il cantante degli Oasis!”. E così vengo a sapere che c’è un video su Youtube in cui se la prende con un fan che aveva acceso un accendino e gli grida: “Ehi tu, non è mica un concerto di Elton John, spegni quell’accendino!” (ride). Oppure quell’altra storia, quella dello scaricare la roba gratis da internet: so che anche lui si era espresso in maniera simile alla mia… 

 

Quindi anche tu sei a favore del download illegale? 

 

Certo! Se da ragazzino mi avessero impedito di duplicare su cassetta i dischi degli amici, non avrei mai conosciuto un sacco di gruppi! Non avrei mai capito nulla di musica! Quindi non vedo perché gruppi come i Metallica debbano fare causa a Napster solo per guadagnare qualche soldo in più! 

 

Ecco, questo mi permette di chiederti una cosa riguardo al mercato musicale… 

 

Il mercato musicale? Deve morire. E prima morirà, meglio sarà. 

 

Mi è capitato di leggere opinioni secondo le quali gli artisti piccoli, in realtà, verrebbero danneggiati relativamente poco dalla pirateria discografica, sei d’accordo? 

 

Assolutamente. Per noi artisti piccoli il download illegale è proprio quello che ti permette di andare avanti, perché è un mezzo per farsi conoscere, di farti nuovi ascoltatori. E’ il modo migliore per guadagnare il pubblico che poi verrà a vederti ai concerti. Per quanto riguarda noi, i nostri album sono distribuiti anche abbastanza bene però è innegabile che il grosso lo vendiamo proprio alla fine dei concerti. 

 

Però questo vale per voi, che siete in giro da anni e avete ormai uno zoccolo duro di fan che vi segue dovunque. Per un artista emergente forse le cose sono diverse… 

 

Beh, sicuramente. Però ormai chi investe più sulla tua musica? La musica ormai non è più un business. Lo è solo se ti concepisci come un artigiano o, meglio ancora, come un ortolano che ha l’orto e va tutte le mattine al mercato a vedere i suoi prodotti. Non c’è più quel tipo di movimento discografico che c’era anni fa. Il mercato sta morendo e non è neppure un male, come dicevo… 

 

Un paio di estati fa sei andato in giro assieme ad Angela Baraldi a suonare i pezzi dei Joy Division. Che cosa rappresenta per te questa band? 

 

Sono un grande gruppo con un cantante morto che ascoltavo quando ero piccolo. Li conosco a memoria e mi piacciono tantissimo, quando li ascolto mi viene la depressione e mi piace trasmettere questa stessa sensazione attraverso le note mie o di Stewie o di Marco, perché poi la formazione di questo progetto cambia spesso…

 

Ne parli al presente, quindi vuol dire che ci sarà ancora la possibilità di vedervi in giro… 

 

Penso proprio di sì. Anche perché adesso stiamo registrando il disco di Angela: immagino che poi andremo di nuovo in tour con lei… 

 

Spostandoci sulla scena contemporanea: vedi qualche nuovo gruppo che potrebbe un giorno arrivare ai livelli dei Joy Division o di altre grandi band del passato? 

 

Non lo so, non ascolto musica. Vado solamente a cercare su Youtube le cose che ascoltavo quando avevo 16-17 anni e che ora mi sono dimenticato. Youtube è bellissimo proprio per questo aspetto, perché ci puoi trovare di tutto. Ultimamente ho riscoperto i primi Rolling Stones, Bo Diddley, il Blues di Chicago, tutto quel suono lì che mi affascina moltissimo. Nel prossimo album mi piacerebbe inserire un po’ di quelle sonorità ma non sarà una cosa facile! 

 

Adesso ti faccio l’ultima domanda, ed è la classica domanda da giornalista: ultimamente tutte le band del passato, importanti o meno, si stanno riunendo. Se ti proponessero di tornare insieme coi CSI, accetteresti? 

 

Ho sempre detto di no ma so già che questa estate gireremo parecchio con Angela Baraldi e Massimo Zamboni, Gianni Maroccolo e Francesco Magnelli. Saremo i CSSS, i Consorzio Suonatori Senza: senza chi, lo puoi capire da solo (ride)! Ho sempre detestato queste cose però quando, come in questo caso, si tratta di amicizia, di rivedere persone che non vedevi da tempo, lo fai volentieri, non è certo per soldi! E poi con questa storia della “Trilogia del potere” dei Litfiba ci siamo già ritrovati un po’ tutti. Luca è andato a suonare con loro e io sono tornato a fare il loro fonico, come già ai tempi della tournee di “Litfiba 3”. 

 

Davvero? Non sapevo di questo tuo ritorno in pista… 

 

Piero Pelù mi ha chiamato e mi ha detto: “Ti ho fregato il batterista e adesso ti frego anche il fonico”. E io gli ho risposto: “Guarda che Francesco – che è effettivamente il mio fonico – mi sa che non può, so che vuole finire l’università…” E lui: “Veramente io parlavo di te” (Ride). D’altronde il gioco è bello, il rimettere in piedi la stessa baracca del 1989… ci stiamo divertendo molto! Anche se, bisogna dire che come fonico sono stato molto meglio pagato quando ho lavorato con i Noir Desir, piuttosto che adesso. Anzi, scrivila questa cosa che così magari Piero la legge (ride)! 

 

Qualche ora dopo, Giorgio Canali, Luca Martelli e Marco Greco saliranno sul palco e saranno devastanti come annunciato. La formazione a trio è in effetti la più congeniale a fare emergere tutta la potenza racchiusa nelle canzoni dei Rossofuoco. Paradossalmente, con più chitarre sul palco la resa dell’insieme risultava a tratti confusa mentre ora, col solo Giorgio ad occuparsi delle parti, ci sono meno sbavature e tutto suona più diretto. La scaletta è una corposa selezione di pezzi vecchi e nuovi che non scontenta nessuno, seppure un disco come “Tutti contro tutti”, tra i suoi migliori, è stato eccessivamente trascurato. Mattia si unisce ai tre per “Lezioni di poesia” e “La solita tempesta” prima che, dopo una intensissima versione della celebre “Precipito”, Giorgio gli affidi tutte le parti di chitarra e si limiti a stare dietro il microfono per la conclusiva “Lettera del comandante Laszlo al colonnello Valerio”. 

Sarà sopra le righe quanto si vuole e certo non è quello che si possa definire “Politically correct”. Detto questo, quando lo vedi suonare capisci perché uno come lui, dopo più di trent’anni di carriera, è ancora indispensabile per la musica italiana. 

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