COUNTING CROWS/ “August and Everything After” venti anni dopo: la storia di un classico “minore”

- La Redazione

Venti anni fa usciva il prino disco dei Counting Crows e fu subito successo mondiale. IL CALA ci racconta la storia di un disco ancora pieno di bellezza, “August and Everything After”

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Counting Crows

Nessuno nota il contrasto del bianco sul bianco, nella nebbia. Inizia così l’album d’esordio dei Counting Crows, con questa immagine di quasi totale invisibilità. E proprio da questa immagine che si vuole affrancare il cantante, Adam Duritz, che desidera invece a tutti i costi lasciare un segno di sé nel mondo.

“August and Everything After”, vent’anni fa, portava alla ribalta i Counting Crows, un gruppo solido, che suonava un rock classico, con ampi richiami a The Band e soprattutto con una sfrenata ambizione.

Adam Duritz intitolò così l’album per simboleggiarne l’importanza per la sua vita, iniziata proprio il primo giorno di agosto (del 1964) e giocata tutta dentro questo disco che doveva (e in effetti ci è riuscito) dare seguito concreto ai suoi sogni di gloria.

E il disco inizia da un punto di rottura, inserito in un contesto di normalità insopportabile (“qua intorno sembriamo sempre uguali, parliamo come leoni, ma ci sacrifichiamo come agnelli”) tale da non cogliere quel qualcosa che può renderci unici. Il protagonista sbatte la porta, la sua donna piange, le decisioni sono urgenti, probabilmente ci si riferisce al momento in cui scegliere se puntare tutto su un cavallo sperando che sia vincente o continuare a lasciarsi vivere.

Il tema dell’ambizione e del successo viene ripreso nel primo singolo, che balzò rapidamente ai vertici delle hit parade mondiali. Mr Jones, omaggio velato a Bob Dylan che viene anche citato nel testo, può essere un amico, la propria coscienza, la propria ambizione. Mister Jones è chi sta a fianco a noi da una vita e ci spinge a coltivare i nostri sogni, che sono anche i suoi, Mister Jones cerca di fregarci le donne, ma come noi vorrebbe vedere il proprio nome sui giornali, vedere la propria immagine sorridere sotto le luci, sentire la propria voce uscire dallo stereo. Mr Jones è rigonfia di ambizione e voglia di successo, i due protagonisti sono disperatamente alla ricerca del successo, perché quando tutti ti amano non puoi sentirti solo.

La solitudine come nemico da sconfiggere, tematica che nella carriera dei Counting Crows ricorrerà spessissimo, riferita ad adulti e a bambini, abbinata all’insonnia, da sempre ossessione del cantante, che su di essa tornerà molte volte.

E come contraltare il successo, le luci della ribalta, l’affermazione delle tue capacità, il farsi accettare, apprezzare, amare. Nel disco sono inoltre presenti alcuni veri e propri affreschi, piccoli quadri che ritraggono situazioni in modo così poetico da fartene innamorare.

Omaha, ad esempio, un posto sperduto da qualche parte nel mezzo dell’America, viene qui raccontata nel suo incedere lento, rurale, forse richiama il contesto di ‘Round here, ma con una fisarmonica a rendere il tutto così accogliente che nemmeno ti accorgi di non sapere dove sei, perché è il cuore che conta di più.

Altro discorso invece è Perfect blue buildings, pura paranoia, occhi sbarrati, non può andare peggio di così, c’è l’insonnia e la paura di addormentarsi, mentre il perfetto palazzo blu sembra un posto talmente sicuro da essere pericoloso.

La difficoltà di accettarsi, il riconoscersi quasi nocivo per sé stesso, il desiderio di allontanarsi da sé.

Anna begins è uno stupendo ritratto del rifiuto, della negazione dei propri sentimenti quando ci si rende conto che potrebbero crearti dei casini. La storia, in gran parte autobiografica, di Anna che si innamora ricambiata, ma tutto questo accade nel momento sbagliato, quando non si è pronti per questo genere di cose, ma tu comunque vorresti buttarti, è tutto o niente, bianco o nero, e mio Dio, quanto è difficile gestire certe situazioni, sarebbe più facile catalogare certe storie come si fa con gli album di fotografie.

Il rifiuto sfiora il nichilismo quando in Time and time again il protagonista, scottato da un tradimento forse, o da un abbandono, dimostra solo di voler sparire, di affondare, di nascondersi fino a quando sarà di nuovo così forte da poter camminare sulle acque, quando “sotto questo cielo occidentale morto appiccheremo il fuoco alla città e ce ne andremo cavalcando”.

Una caratteristica delle canzoni dei Counting Crows è quella di dare riferimenti geografici ben precisi, tendenza che è proseguita oltre l’album di esordio; qui dopo Omaha, New Amsterdam e le strade di Berkeley citate in Perfect blue buildings, troviamo anche Sullivan Street ad indicarci un luogo ben preciso ma che anche l’ascoltatore più distante può fare rapidamente suo, un luogo dove il protagonista capisce come certe relazioni per quanto ci si provi, sono destinate a morire.

Il protagonista di Rain King invece ricade nella depressione e nella frustrazione, pensa di meritarsi di più di quello che la vita gli sta offrendo e si macera sotto il peso delle sue ambizioni. L’omaggio al libro di Saul Bellow descrive un re triste, insoddisfatto, che non riesce a vivere la vita che sognava. Per capire meglio sia la canzone, che lo spirito ambizioso che pervade questo disco, bisogna rifarsi alle versioni dal vivo che per anni sono state proposte.

Verso la fine di questa canzone, Duritz attaccava una versione quasi recitata di Thunder Road di Bruce Springsteen, di cui il cantante è grande fan; ecco quindi che l’anthem conclusivo di Thunder Road (“è una città di perdenti e me no sto andando di qua per vincere”) diventa quasi lo slogan perfetto per questa band, per le loro vite, i loro sogni, le loro ambizioni. Una delle canzoni più belle sulla voglia di affermazione dà al protagonista di questa canzone nuova speranza e forza.

Piove a Baltimora, il paese natio di Duritz e in Raining in Baltimore la mancanza si fa reale, concreta, quasi fisica. Il protagonista non ha risposte né cambiamenti ed ammette di non voler vivere in questo modo. I ricordi invece riempiono le strofe di Ghost train, pezzo dove un treno allontana da qualcosa di caro e non è chiaro dove porti.

L’album si chiude con Murder of one, un appassionato appello a chi probabilmente non si schioda dalla sua situazione per quanto negativa, si intuisce forse una relazione sbagliata, di quelle però dannatamente difficili da chiudere, si può pensare ad un collegamento con il pezzo iniziale, con il cantante che cerca di convincere qualcuna a seguirlo, invece di buttare via la sua vita contando i corvi.

A proposito del contare i corvi, il curioso nome della band sembra prendere spunto da una antica poesia inglese che recita: Se devi essere attaccato alla vaghezza di ogni cosa, tanto varrebbe che te ne stessi lì a contare i corvi”, ennesima parafrasi del messaggio portante di questo disco. Non viverti addosso, gioca le tue carte, non perdere tempo in cazzate, buttati, vai via dalla città dei perdenti e tutti ti ameranno.

Dal disco successivo Duritz e compagni scopriranno come l’essere amati da tutti abbia non solo vantaggi, ma la coerenza e la qualità che hanno dimostrato nei 20 anni successivi a questo disco ci dicono che forse hanno trovato un equilibrio.

(Il Cala) 

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