ENZO JANNACCI/ La carezza del Venerdì Santo

- Paolo Vites

Enzo Jannacci è morto, ma chi lo ha conosciuto attraverso le sue canzoni e accompagnandolo nel suo cammino di vita non può dimenticarlo. Lo ricorda PAOLO VITES

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Immagine di archivio

C’è una canzone d Enzo Jannacci, tra le moltissime che ha scritto anche in dialetto milanese, forse dimenticata dai più, che si intitola “Ti te sé no”. Chi l’ha ascoltata non l’ha certamente dimenticata. In pochi versi dolcissimi la descrizione della povertà di una famiglia, quando la povertà non diventa una scusa per rivendicare solo dei diritti, ma è espressione di tutta la dignità di essere uomini comunque: “Tu non lo sai, ma quando ti accarezzo, la tua bella faccetta, così pulita, mi pare, mi pare di essere un signore, un signore che ha la radio nuova e nell’armadio la torta per i figli, che vengono a casa da scuola, e ti tocca viziarli; per te un’altra vestina, a te ti compero le scarpe”.
Ma c’è qualcosa d’altro che fuoriesce da questa canzone: una tenerezza immensa. Fra i tanti doni e le cose che Jannacci sapeva esprimere, c’era infatti un grandissimo senso della tenerezza, intesa come serena accettazione delle cose della vita, e anche di gratitudine per la vita stessa. Jannacci era un uomo sereno e grato alla vita. In una intervista concessa a ilSussidiario.net diceva: “Io amo talmente la musica e la bellezza, le amo talmente perché sento che se tu ne prendi dei pezzi, dei piccoli svolazzi, come quei foulard che nelle serate di moda si vedono svolazzare… Solo che la musica è un continuo svolazzare di foulard, va avanti da sola e uno deve essere lì pronto ad ascoltare, perché poi lei va via. Però può essere che qualche volta si ferma e anche lei ascolta, perché c’è anche la musica che ascolta. La vita per me è concepita da uno che ti mette lì – e io so chi è – … ti ha messo lì e c’è tutta una serie di avvenimenti, di affreschi, di patate sauté, di bistecca con la polenta, di uova sode… tutte cose che, tra l’altro, piacciono a me, magari agli altri no, ma a me piacciono molto”.
Questa tenerezza venne fuori, anche per chi non ci aveva mai fatto molto caso, un giorno del febbraio 2009, quando il Corriere della Sera pubblicò una intervista a Enzo Jannacci, una intervista che fece scalpore per il suo contenuto. Per un personaggio pubblico identificato da sempre come uomo di sinistra, non credente, quelle parole aprirono un interrogativo: chi è davvero Enzo Jannacci?
L’intervista era sul caso Eluana Englaro, la ragazza vissuta in coma vegetativo e alla quale alla fine su volontà del padre si era deciso di non dare più da bere e da mangiare, attraverso il sondino che la nutriva. Un caso che aveva diviso l’Italia. Da medico, Jannacci sostenne in quell’intervista che a nessuno spettava arrogarsi tale diritto. La vita è sempre importante, diceva Jannacci, in qualunque condizione: “Se si trattasse di mio figlio basterebbe un solo battito delle ciglia a farmelo sentire vivo. Non sopporterei l’idea di non potergli più stare accanto”.
Poi l’ultima domanda e questa risposta: “In questi ultimi anni la figura del Cristo è diventata per me fondamentale: è il pensiero della sua fine in croce a rendermi impossibile anche solo l’idea di aiutare qualcuno a morire. Se il Nazareno tornasse ci prenderebbe a sberle tutti quanti. Ce lo meritiamo, eccome, però avremmo così tanto bisogno di una sua carezza”. 

La carezza del Nazareno: quella stessa tenerezza che Jannacci aveva saputo evocare così bene in tante sue canzoni, ecco che veniva fuori in modo prorompente. 
Enzo Jannacci se n’è andato la sera del Venerdì santo, la sera che quel Cristo che lui ricordava con tanto affetto, muore sulla croce. Forse non è un caso, anzi sicuramente no. Quel desiderio evocato per tutta la vita, talvolta magari dimenticato, che poi invece tornava a bussare al suo cuore, si deve proprio essere spalancato negli ultimi istanti della sua vita. Con una carezza, quella del Nazareno, quella carezza che lui ha desiderato per tutta la vita. Adesso Enzo è tornato a casa. Nella stessa intervista a ilSussidiario.net, aveva detto: “La normalità come la penso io è essere te stesso, sapendo che ci vuole una misura anche nella tua cattiveria. Essere buoni non può voler dire non essere cattivi, ma essere disponibili ai desideri, ai bisogni. La normalità è poter dire di essere a casa”. Questa normalità si è compiuta. Rimangono la tenerezza e una carezza, quella del Nazareno. 



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