DAVID BOWIE/ “The Next Day”: Ziggy Stardust ha distrutto il ritratto di Dorian Gray

- Paolo Vites

Con “The Next Day” David Bowie interrompe un silenzio decennale: un disco pieno di mestizia e nostalgia, alla ricerca del tempo perduto. La recensione di PAOLO VITES

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David Bowie

Non deve essere facile alzarsi al mattino, guardarsi allo specchio e vedervi riflessa la faccia di David Bowie. Non deve essere facile per nessuna star che arriva a sessant’anni di età, in un campo, la musica rock, dove è obbligatorio rimanere giovani per sempre. Per David Bowie, che per decenni è stato una sorta di Dorian Gray del rock, deve essere stato così difficoltoso che per dieci anni è sparito completamente dalle scene, rifiutando di fare dischi o concerti tanto che i soliti ben informati lo davano malato terminale e altre cose simpatiche del genere. Ci sono stati anche dei paparazzi che lo hanno beccato con la borsa della spesa e un’aria spaesata per le strade di New York dove vive da tempo. Poi, il giorno del suo 66esimo emblematico compleanno, lui con noncuranza ha messo sul suo sito ufficiale il video di un nuovo brano e il mondo si è fermato per un istante: Ziggy Stardust era tornato. In realtà tutti si sono chiesti “chi” fosse tornato: un uomo evidentemente anziano, appesantito dal carico dei ricordi e della nostalgia, come appariva in quel malinconico video.

La copertina di “The Next Day” , il nuovo disco dopo appunto un decennale silenzio, è anch’essa emblematica: è quella del suo capolavoro anni 70 “Heroes”, su cui grava un quadratone bianco con il titolo del disco, a coprire appunto quella faccia giovanile che forse oggi per Bowie è diventato difficile guardare. “The Next Day” è un disco che musicalmente guarda in modo deciso al Bowie del passato, pieno come è di auto citazioni, i giorni di Ziggy Stardust e del suo amore per i Velvet Underground affiorano a grandi passi. Ma anche i giorni della trilogia di Berlino. Non a caso a produrre il cd c’è Tony Visconti, suo alter ego proprio di quell’epoca là, compresa la trilogia berlinese. Solo che adesso Bowie, da uomo onesto quale è sempre stato, è obbligato a cantare di vecchiaia, morte e terrore. In verità la morte e la paura hanno sempre fatto capolino nel mondo di Bowie, autentico testimone e narratore dell’angoscia che avvolge l’uomo post moderno, sorta di George Orwell del rock’n’roll. 

C’è un vecchio film dei primi anni 80 in cui Bowie recitava insieme a Caterine Deneuve. Si intitolava “Miriam si sveglia a mezzanotte” ed era la storia di una donna vampiro che regalava ai suoi amanti, Bowie incluso, la vita eterna. Ma non la giovinezza:  li rinchiudeva in una bara in soffitta dove invecchiavano paurosamente, condannati a non morire mai. Ascoltando questo disco, quel film non può non venire alla mente: è sempre stata l’ossessione di questo straordinario artista, il mistero della morte e le nostre inutili battaglie per rimandarla quanto più possibile.

Musicalmente è un disco molto bello, suonato, cantato e prodotto con autorità, e che dimostra che l’antica classe di questo genio non è andata perduta; certo, qualcuno potrà dire che ci ha messo dieci anni per farlo, ed è vero. Ma meglio così che certi suoi coetanei che si sentono obbligati a uscire in continuazione con dischi che poi risultano mediocri. 

La chiave per capire il significato del disco l’ha data lui stesso nei due videoclip resi pubblici fino ad oggi. Il primo, quello di Where Are We Now?, è una malinconica rassegna di immagini di quella Berlino anni 70 tanto amata, che evidentemente ha lasciato un posto molto grosso nel suo cuore, vista da un appartamento elegante ma desolante, abbandonato, abitato da sinistri personaggi. Il secondo, The Stars Are Out Tonight, è una divertente parodia di se stesso, anziano signore che vive con la sua donna, tra spesa nel negozietto sotto casa e serate davanti al televisore. Fino a quando un inquietante personaggio che altri non è che lui da giovane, si introduce con una altrettanto inquietante ragazza nelle loro vite, prendendone piano piano il posto. Il passato anche qui, come nostalgia incancellabile, la giovinezza contro la vecchiaia, la paura. Tornano i temi classici del Bowie giovanile, l’androginia, l’alienazione, e anche qui siamo davanti a un uomo di 66 anni che riguarda la sua vita, ma che significato ne trae, se non quello del  terrore di una morte sentita sempre più vicina? “It’s the terror of knowing what this world is about”, cantava in quella che poteva sembrare una canzoncina dance, il duetto con i Queen di Under Pressure. E quel terrore è ben evidente oggi, ancora di più. Ma è un terrore che lascia aperta anche una serena accettazione della propria realtà di uomo così come il tempo l’ha consegnata a lui stesso.

Il disco come detto è ricco di ottimi pezzi, ad esempio la bella ballatona molto pop di Valentine’s Day, il glam rock debordante alla Ziggy dell’iniziale title track, o ancora l’angoscioso, notturno, drogato R&B metropolitano di Dirt Boys. Anche The Stars Are Out è una affascinante composizione  tipica delle sue. Altrove emerge del superfluo,  I’d Rather Be High, esercizio di stile che annoia dopo poco. Succede lo stesso anche in Dancing out in Space, arzigogolata ballata mid tempo che non si apre mai a una soluzione efficace. Meglio (You Will See) The World on Fire, rock acido e pesante, che si apre a un ritornello molto sixties, pur permanendo in atmosfere soniche dense e asfissianti. E’ You Feel So Lonely I Could Die a chiudere il cerchio sin dal titolo, canzone notturna, dove la voce cerca invano di rincorrere quei timbri giovanili che l’avevano resa unica, ma che proprio in questo suo ardire commuove e rilancia la domanda che poi viene ripresa nella traccia conclusiva, Heat, un riuscito miscuglio di ambientazioni soniche: “I tell myself, I don’t know who I am”. Che poi ci rimanda all’epitaffio scritto anzi tempo, quando Ziggy Stardust cantava: “Time may change me but I can’t trace time”. Forse David Bowie è finalmente riuscito a distruggere il ritratto di Dorian Gray.



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