MIRIAM MAKEBA/ L’esperto: ha portato la musica africana nel mondo

- int. Michele Manzotti

Oggi si ricorda la nascita di una delle voci più significative della musica africana di tutti i tempi, Miriam Makeba. MICHELE MANZOTTI ne ricorda la figura umana e artistica

makeba_R439
Foto: InfoPhoto

Morire a poche ore dalla fine di un concerto: un caso, quello di Miriam Makeba scomparsa a Castel Volturno nella notte fra il 9 e il 10 novembre 2008, che ricorda in modo incredibile la scomparsa di Lucio Dalla: di entrambi oggi 4 marzo si ricorda la nascita, un altro tratto che li unisce. Oltre a quello, formidabile, di aver dedicato la propria vita fino all’ultimo istante alla propria missione, li unisce la musica. L’artista sudafricana, infatti, si era voluta esibire quella sera nonostante accusasse già un forte dolore al petto, segno che qualcosa non andava: nata il 4 marzo del 1932 a Johannesburg nel Sud Africa diviso dall’apartheid, aveva 76 anni di età.
Ilsussidiario.net ha chiesto a Michele Manzotti, giornalista e musicologo, di raccontare i tratti rilevanti di questa artista straordinaria. “Miriam” ci ha detto “venne sottoposta all’inizio degli anni sessanta a un esilio forzato che durò per trent’anni, fino a quando l’apartheid nel suo paese venne finalmente abolito. Ma fu proprio questo esilio lunghissimo a permetterle di confrontarsi direi forzatamente con la musica occidentale. Questo suo contatto ovviamente ha  provocato due fattori positivi. Il primo che potesse evolversi artisticamente in modo autonomo sulla base della sua tradizione, il secondo che fu così una artista delle prime a portare il suono africano nel mondo”. Un contatto, fra mondo africano e occidentale, che provocò una significativa scintilla artistica: “Sì, un fatto personale, quello dell’esilio, ma che si trasformò in un grande merito musicale. Oggi infatti artisti africani, pensiamo al caso dei musicisti del Mali come i Tinariwen e altri sono diventati noti anche al grande pubblico occidentale, ma una volta c’era solo lei”.
Seppure sia africana, artisticamente nasce come cantante jazz, prima con i Manhattan Brothers poi con gli Skylarks: “E’ proprio così, poi diventa ‘forzatamente’ una cantante etnica ma questo succede perché il pubblico la vede così, non la vedono come cantante jazz quale pure lei era”. Risulterebbe forzato inserirla nella grande tradizione delle cantanti di colore americane, ad esempio Nina Simone? Spiega Michele Manzotti: “E’ forzato fino a un certo punto. La base comune è il jazz oltre che la tradizione. Per forza di cose lei viene catalogata come una cantante che portava il suono africano nel mondo occidentale. Ma siamo allo stesso livello di forza artistica e interpretativa di altre sue colleghe americane, non mi sentire di escluderla dal novero di queste grandi voci nere femminili americane”.
Il brano Papa Pata è quello che un po’ tutti conoscono: ci sono gemme nascoste che varrebbe la pena di riscoprire nel suo repertorio? “Sarebbe interessante andare a risentirsi il disco del 1966, che tra l’altro le fruttò il primo Grammy della sua carriera, “An Evening with Harry Belafonte”. Ne escono due personaggi diversi e complementari, con Belafonte che porta la musica nera afro americana a un certo livello e incontra l’artista africana che gli permette in parte di ritrovare le sue radici proprio grazie a lei”.
La sua morte avviene proprio in Italia, dopo un concerto, un episodio che colpì e impressionò: “Un episodio che lasciò il segno e mostrò come una artista che avrebbe anche potuto riposarsi sugli allori con la notorietà data dallo sdoganamento di un certo tipo di musica, tenendo poi conto che in Sud Africa si era passati dall’apartheid alla democrazia, e che invece non si tirò mai indietro. Sempre in prima fila nel dare voce ai diritti umani con l’atteggiamento tipico della sua generazione. Morire sul palco ha destato impressione ma ha fatto capire come l’impegno è qualcosa che non è mai concluso se si crede in un ideale, nella voglia di spiegare con la musica le ragioni della protesta e dei diritti civili per i quali lei ha sempre combattuto”.

I grandi artisti difficilmente hanno eredi: nel caso di Miriam Makeba, spiega Manzotti, “non vedo una voce femminile che possa eguagliarla e neanche ricordarla, ma sono contentissimo che grazie a lei tutto il movimento musicale africano dal sud al nord sia potuto emergere e non essere più solo fenomeno di nicchia. Per i miei gusti personali sono contento che la gente, grazie a Paul Simon, abbia conosciuto ad esempio i Ladysmith Black Mambazo e la stessa Miriam Makeba che lavorò anche lei al disco Graceland. Non vedo l’erede ma vedo una grande vitalità africana che sta contagiando anche l’Europa”.



© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori