OPERA/ Samson et Dalila di Camille Saint-Saën, guida all’ascolto

- Giuseppe Pennisi

Due voci d’eccezione: Olga Borodina, nei panni di Dalila (si alternerà con Ekaterina Semenchuk) e Aleksandrs Antonenko, in quelli di Sansone. Di GIUSEPPE PENNISI 

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Il Maestro Charles Dutoit

Molta attesa per la ‘prima’, a Roma la sera del 5 aprile, di Samson et Dalila di Camille Saint-Saën. L’opera manca al Teatro dell’Opera dalla Stagione 1962-63,quando fu rappresentato in un allestimento con due protagonisti di prestigio: Giulietta Simionato e Mario Del Monaco. Gli allestimenti sono diventati relativamente rari a ragione del gran dispiego di masse che essa comporta, nonché dei balletti (due a carattere fortemente erotico). E’ stata spesso  presentata come si fosse alle prese con ii film biblici di moda negli Anna Cinquanta. Nulla di più distante dalle intenzioni di Saint-Saën che  aveva  inizialmente concepito il lavoro come un oratorio da eseguire principalmente in Chiesa.  Il compositore era un grande ammiratore dell’opera romantica tedesca e delle innovazioni apportate da Wagner. In effetti, nonostante il lavoro avesse tutte le carte per appassionare il pubblico della Terza Repubblica (trama orientale, forte carica sensuale, finale perbenista in cui i ‘malvagi’ vengono puniti) non ebbe grande successo quando venne presentato. La ‘prima’ ebbe luogo, in traduzione ritmica tedesca, nel 1877 nel piccolo teatro di Weimar. Apparve in Francie nel 1890 a Rouen. Né Weimar né Rouen potevano mettere in campo i mezzi per un ‘gran opéra’ con una vasta orchestra, corpo di ballo e complesse scenografia. Carlus Padrissa, alla guida della Fura dels Baus , il gruppo catalano famoso in tutto il mondo per gli spettacolari allestimenti di grande impatto visivo, è stato chiamato a dirigere gli aspetti drammaturgici del lavoro; li svelerà alla stampa il pomeriggio del 4 aprile. La direzione musicale è affidata ad una delle maggiori, e più attente, bacchette francesi, Charles Dutoit. Infine, Saint-Saën ambiva che Samson et Dalila diventasse unTristan und Isolde in stile francese , collocato, però, nel contesto dello scontro tra filistei ed ebrei. Il Teatro dell’Opera ha trovato due voci d’eccezione: Olga Borodina, nei panni della perfida e bellissima filistea Dalila (si alternerà con Ekaterina Semenchuk nelle recite dell’11 e 13 aprile), e Aleksandrs Antonenko, in quelli dell’amante-nemico giudeo dalla forza straordinaria.

Fin dal preludio, un fluido scorrere di archi (come nell’introduzione de L’Oro del Reno) e dal coro sommesso che esprime la desolazione degli ebrei, Saint-Saën riesce a effettuare una fusione davvero unica tra la musica corale di Händel, Banch e Mendelssohn e le innovazioni wagneriane in cui ci sono elementi tipicamente francesi: l’aria di ingresso di Sanson è molto vicina a Gounod (e non ha nulla di un heldtenor tedesco) e il satrapo Abimelech è ritratto da un aria baritonale dal gusto orientaleggiante accompagnata da ottoni gravi e da legni invece acutissimi (un anticipo delle danze del secondo atto). 

Dopo un breve omaggio al gusto verdiano (il terzetto tra Sansone, Dalida ed il Vecchio Ebreo), Saint-Saën chiude il primo atto con un coretto sensuale e floreale di fanciulle ebree e l’aria di sortita di Dalida Printemps qui commence – il personaggio viene tratteggiato in modo efficace con pochi efficaci tratti: nulla di più distante da Isolde, Dalida è una popolana ‘ fascinosa ‘ ed ammaliatrice che, secondo alcuni, ricorda la Carmen di Bizet.

Nel secondo atto la presenza di Dalida erompe e domina tutta la partitura : già il preludio è intriso di sensualità per preparare la grande aria Amour, viens aider ma faiblesse che prepara un lungo duetto di seduzione (più che d’amore) chiuso da un’altra aria della protagonista Mon coeur s’ouvre à toi di grande bellezza a cui si aggiunge la voce di Sansone.

Che quest’ultimo sia un tenore lirico spinto (una voce più verdiana che wagneriana) è mostrato a tutto tondo nel terzo atto, specialmente nell’aria in cui offre a Dio la sua sofferenze , Je t’offre , O Dieu, mon âme brisée, perché ritrovi la forza di un tempo. Nelle scene successive, il baccanale, l’inno de filistei al Dio Dragone, ritroviamo i materiali del primo atto in funzione revocatrice, mnemonica ben distinta dai leitmotive wagneriani sino a culminare nel grande finale.

Un’occasione rara e da non perdere.



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