MARGARET THATCHER/ Le canzoni: quando il rock si scagliò contro la “Lady di ferro”

- Paolo Vites, Luca Franceschini

Difficilmente nella storia del rock un singolo personaggio politico è stato così attaccato con delle canzoni come Margaret Thatcher. di LUCA FRANCESCHINI e PAOLO VITES

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Che il mondo del rock e quello della politica fossero in qualche modo legati, è cosa vecchia e risaputa. Sarà che sin dalla sua nascita questa musica ha sempre avuto una forte carica anti sistema, fatto sta che non sono pochi gli esponenti del mondo politico che hanno ricevuto l’onore di una citazione all’interno del repertorio di qualche band, famosa o meno. Gli anni 80 videro un ritorno alla grande della canzone di protesta, dopo che il ritiro nel privato degli anni 70 aveva visto tramontare la carica rivoluzionaria dei 60. Furono due personaggi, sulle opposte sponde dell’Atlantico a ridare vigore agli spiriti battaglieri dei musicisti rock. Ronald Reagan e Margaret Thatcher, loro malgrado, sono responsabili di tutto ciò.

Margaret Thatcher in particolare, Primo ministro britannico dal 1979 al 1990, è quella probabilmente che detiene il record assoluto di canzoni “contro”, cosa che la sua scomparsa di ieri ha fatto prontamente ricordare. A girare per i social network e a spulciare la nostra collezione di dischi, di pezzi dedicati alla Iron Lady, se ne trovano parecchi. E per inteso, ma forse è superfluo ricordarlo, non si tratta mai di canzoni d’amore.

Impossibile elencarli tutti. Ci limiteremo dunque a qualche titolo, facendo riferimento soprattutto ai nostri gusti personali.

Si comincia già dal 1979, l’anno in cui la Lady di Ferro guida il suo primo governo. I Clash hanno appena inciso il loro capolavoro “London Calling” e anche se il testo della title track era più generalmente riferito alla situazione politica ed economica del tempo (c’era appena stato l’incidente nucleare di Three Mile Island negli Stati Uniti, quello che ha poi ispirato il festival “No Nukes) ma in futuro è stato impossibile ascoltarla senza pensare a quanto accadeva oltre la Manica.

L’anno successivo è la volta degli Iron Maiden: la band di Steve Harris si è appena accasata con la EMI e pubblica il suo primo singolo. “Women in uniform” è una cover di un improbabile pezzo degli Skyhooks uscito un paio di anni prima e che con la politica c’entra poco. A fare notizia è però la copertina che le future icone del metal britannico decidono di rilasciare: l’illustrazione di Derek Riggs mostrava infatti una Thatcher giovanile e agguerrita appostata dietro un muro con tanto di fucile e tuta mimetica. Inutile raccontare lo scandalo che ne seguì. Andò forse peggio con “Sanctuary”, il singolo successivo, che mostrava l’immarcescibile zombie Eddie, l’eterna mascotte del gruppo, tenere in mano la testa mozzata del Primo ministro. A conti fatti, è un miracolo che siano arrivati dove poi sono arrivati.

Di teste tagliate mostrò di intendersi anche Morrissey: l’ex singer degli Smiths debuttò come solista nel 1988 e nel suo disco “Viva Hate” inserì una simpatica canzoncina dall’eloquente titolo “Margaret on the guillottine”, che nel ritornello recitava con il suo consueto humor: “Le persone come te mi annoiano terribilmente, quando morirai?”. Dopotutto, da uno che aveva già cantato “The queen is dead” potevamo anche aspettarcelo.

Sul fronte del punk, furono forse gli Exploited quelli più espliciti, tanto che passiamo anche sopra al titolo del brano da loro composto, che tanto sarà facile trovarlo in giro sulla Rete.

Ma al di là dell’odio evocato dalla sua figura, la Thatcher fu bacchettata soprattutto per la sua politica economica fortemente liberista e per la repressione nei confronti di chiunque scioperasse, in particolar modo i minatori.

A questo riguardo, è difficile dimenticarsi degli U2: la band di Bono e The Edge, da sempre molto attenta ai problemi sociali, partecipò nel 1986 al Self Aid, una manifestazione benefica tutta irlandese, durante la quale si lanciarono in una furiosa versione di “Maggie’s farm”, celebre brano di Bob Dylan in cui la padrona della fattoria assumeva questa volta connotati ben precisi. Fu automatico, dimostrando la dote inquietante di profeta che Dylan ha sempre posseduto, che il vecchio brano che Dylan scrisse negli anni sessanta per attaccare i puristi della folk music (ironia della sorte, quasi tutti di sinistra…) diventasse vent’anni dopo l’inno dei rocker socialisti anti Thatcher, cantato un po’ da tutti anche alle manifestazioni: “non lavorerò più per la fattoria di Maggie…”.

Furono sempre gli U2 che l’anno seguente, nel capolavoro “The Joshua Tree”, inserirono “Red Hill Mining Town”, dedicata al famoso sciopero che tra il 1984 e il 1985 interessò quasi 200mila minatori di carbone e che vide il governo Thatcher reagire con il pugno di ferro.

Alla stessa vicenda si ispirò anche Sting, che esordiva proprio in quegli anni da solista con “The dream of the Blue Turtle”, nel quale era contenuta “We work the black seam” (“E’ dura per noi accettare di dover abbandonare il nostro lavoro, il nostro sangue ha macchiato il carbone, abbiamo scavato a fondo nell’anima di questa nazione”). Anche l’ex Genesis Peter Gabriel fu talmente colpito dalle vicende dei minatori inglesi da dedicare loro un commovente brano, “Don’t Give Up” che evitando qualunque riferimento esplicitamente politico, fu capace di colpire al cuore il dramma di tutti coloro che si trovavano improvvisamente senza lavoro.

Fu poi la decisione di reagire con la forza all’occupazione argentina delle Isole Falkland, l’arcipelago da sempre conteso con la nazione sudamericana, a scatenare la fantasia degli artisti.

La testimonianza più famosa ce l’hanno data probabilmente i Pink Floyd, reduci dal successo di “The wall” e ormai sempre più creatura solista di Roger Waters. “The final cut”, disco troppo spesso sottovalutato e che sarebbe invece da riscoprire a fondo, prende di fatto le mosse dal conflitto del 1982 e la stessa Thatcher vi è evocata più volte all’interno dei brani. Al disperato grido “Oh Maggie, what have we done?” dell’iniziale “Postwar Dream” fa eco l’ironia di “Get your filthy hands off my desert” (“E un giorno a pranzo Maggie prese un missile con entrambe le mani, in apparenza per farlo restituire”).

Su questo argomento disse la sua anche Elvis Costello, che aveva già augurato la morte alla Iron Lady con “Tramp the dirt down”. La sua “Shipbuilding” divenne una famosa protest song e venne ripresa anche da altri artisti come Robert Wyatt.

Molto più cattivi, da questo punto di vista, i punk rockers Crass, che le chiesero brutalmente “Come ci si sente ad essere la madre di un migliaio di morti?”.

Margaret Thatcher ha continuato ad ispirare canzoni anche anni dopo il suo ritiro dalle scene, quando il Parlamento britannico era saldamente nelle mani dei laburisti di Tony Blair. Ci furono infatti gli Hefner, che nel loro terzo disco “We love the city” inserirono la profetica “The day that Thatcher dies” (chissà se la stanno ascoltando adesso).

Infine non può mancare nell’elenco il cantautore più di sinistra del rock inglese di sempre, quel Billy Bragg che proprio in questi giorni se l’è presa con l’allenatore italiano Di Canio dedicandoli la guthriana “All you fascists are bound to lose”. Negli anni 80 dedicò invece alla Thatcher “Which side are you on”, un esplicito invito agli inglesi a schierarsi pro o contro Maggie e a difesa dei sindacati (“Questo governo ha avuto un’idea, e il parlamento l’ha fatta diventare legge: sembra che sia diventato illegale combattere ancora per il sindacato”).

Insomma, sia piaciuta o meno la sua figura, il Primo ministro donna nella storia della Gran Bretagna ci ha comunque regalato momenti di grande musica.

E anche se non suona in una band, non si può non parlare dello scrittore Jonathan Coe, che ne “La banda dei brocchi” e ne la “Famiglia Winshaw” ha rievocato magistralmente una delle fasi più difficili della storia contemporanea inglese, tra la depressione economica e il terrorismo di fine anni settanta e il liberismo dilagante degli anni ottanta. Due storie che, venendo da un autore che è anche un grande fan della musica rock, non potevano essere lette anche dalla prospettiva dell’epocale passaggio dal progressive al punk che si è consumato proprio in quegli anni.

Chissà quando il rock inglese troverà un’altra Musa ispiratrice di questo calibro. 

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