OCEAN COLOUR SCENE/ “Painting”: da Birmingham all’Afghanistan, fedeli alla linea

- Luca Franceschini

Sono ancora in grande forma gli Ocean Colour Scene che da poco hanno pubblicato il loro decimo lavoro discografico, Painting. La recensione di LUCA FRANCESCHINI

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Ocean Clour Scene

La città di Birmingham, all’interno della scena rock inglese, ha sempre recitato una parte di secondo piano, ben lontana dalle più celebri Liverpool e Manchester: le sue tetre ciminiere hanno avuto piuttosto un ruolo fondamentale nell’ispirare gente come Black Sabbath e Judas Priest, futuri padri fondatori dell’heavy metal. Anche Robert Plant è nato da quelle parti, ma è ben poca cosa, in confronto al curriculum stellare delle altre due metropoli. 

Da Birmingham provengono però gli Ocean Colour Scene, gruppo che è un po’ un caso a parte all’interno di quel variegato fenomeno che fu la Second British Invasion. 

Nato all’inizio degli anni ’90, contemporaneamente a futuri dominatori delle classifiche come Blur e Oasis, il terzetto capitanato da Simon Fowler ha vissuto un percorso solido e ricco di soddisfazioni, anche se non ha mai ricevuto l’esposizione mediatica dei colossi sopracitati. Eppure, nel 1997, per un breve periodo, il loro terzo disco “Marchin’ Already” andò al numero uno delle classifiche britanniche, scalzando i fratelli Gallagher e il loro “(What’s the story”) Morning Glory”, che non era certo un album trascurabile. Ma non fu un avvenimento che cambiò la loro vita. 

Iniziata la carriera sotto la tutela di un padrino d’eccezione come Paul Weller, ricevute lodi sperticate dagli stessi Oasis, gli OCS hanno sempre lavorato sodo e si sono guadagnati negli anni una consistente base di fan, avendo dalla loro una discografia nutrita e di buon livello, anche se gli episodi davvero eccellenti sono stati forse solamente due. 

“Painting”, uscito in queste settimane, è il loro decimo lavoro in studio. E chi l’avrebbe mai detto che alla fine avrebbero avuto ragione loro? Già, perché se gli Oasis si sono sciolti, i Blur e gli Suede sono recentemente ritornati sulle ali della nostalgia, gente come i Verve nemmeno ce li ricordiamo più, Simon Fowler, Steve Cradock e Oscar Harrison sono sempre stati qui. Sempre fedeli alla linea, sempre puntuali nel pubblicare un nuovo album ogni due/tre anni. In Italia, purtroppo, quasi nessuno sa chi sono e allora aprite le orecchie, perché questo è un lavoro che vale la pena di essere ascoltato. 

Siamo di fronte ad un pop rock da manuale, venato di folk e di country in numerosi passaggi, che non è magniloquente e “arrogante” come molte cose dei nomi già citati, ma che si muove quasi in punta di piedi, disegnando melodie a tutto tondo che vanno a pescare a piene mani da tutta la tradizione British del passato, alternando ballate suadenti a episodi più graffianti e scanzonati. 

Simon Fowler non ha per nulla perso quella sua capacità di comporre melodie che rimangono in testa al primo ascolto: molti i potenziali hit, a cominciare dall’iniziale “We don’t look in the mirror”, che ha un bel ritornello frizzante, nonostante canti le riflessioni di un uomo che sta raggiungendo i cinquant’anni e che si scopre addosso tutta la paura di invecchiare. Autentica spensieratezza si respira invece nella title track, che è anche il brano che ha anticipato l’uscita del disco e che sembra fondere sapientemente Beatles e Beach Boys. 

Lo spettro di John Fogerty e dei suoi Creedence appare invece nei due episodi successivi, “Goodbye old town” e “Doodle Book”, quest’ultima assolutamente irresistibile. 

Ma non è un album allegro, questo “Painting”: i colori con cui dipinge possono a volte essere brillanti, ma spesso si fanno cupi come il cielo della loro città natale. Prendete “If God made everyone”: inizia come una normale ballata folk e il titolo sembrerebbe promettere una canzone sulla fratellanza universale. Poi ascolti il primo verso, che dice “Se Dio ha creato tutti, di sicuro non ha creato te” e ti viene un brivido lungo la schiena. E vieni a scoprire che queste liriche semplici ma affilate come la lama di un coltello, sono il loro modo di sputare in faccia ad Anders Breivik, lo squilibrato che uccise decine di persone due estati fa in Norvegia. 

Poi c’è “The winning side”, dedicata a due soldati britannici morti in Afghanistan, o ancora “Mistaken Identity”, che fa riferimento ad un episodio vissuto dallo stesso Fowler, il casuale imbattersi in un uomo che pochi istanti dopo avrebbe pugnalato due persone in un parco. 

Ma anche una ballata come “Weekend”, contiene riflessioni sull’esistenza banali ma senza dubbio poco tranquillizzanti: “Venerdì sera sorridi, Sabato piangi. Un giorno sei coraggioso, e lunedì sta piovendo ancora. Un giorno sei da solo, ma non sei l’unico. Il weekend se ne va e lunedì piove ancora.” 

Per fortuna che c’è anche “New Torch Song”, scritta dopo le Olimpiadi di Londra (sorprendentemente gli OCS furono tra i grandi assenti della cerimonia di apertura, in una colonna sonora che celebrava quattro decenni di musica britannica.). 

 

Molto bella anche la vagamente psichedelica “Professor Perplexity”, che a me ha ricordato molto i R.E.M. del periodo IRS. E più o meno sulla stessa falsariga si muove “The union”, che mostra la faccia un po’ più ruvida di questo disco, pur all’interno di una produzione sempre molto cristallina. 

La suadente ballata “Here comes the dawning day” chiude il lavoro un po’ in sordina, ma in maniera piuttosto eloquente: “Così vivi e selvaggi. Adesso inizia il nuovo giorno.” 

Come a dire che dopo più di vent’anni passati on the road e a scrivere dischi, non c’è nessuna voglia di fermarsi a riposare. 

Niente che non sia già stato detto in questo “Painting”, intendiamoci. Eppure la classe e la freschezza dei nostri sono più che mai presenti e siamo certi che chiunque ami un certo tipo di sonorità non resterà deluso. Proprio vero che non occorre per forza una sbandierata e reclamizzata reunion per vendere i propri dischi. Con la speranza che ci si accorga di loro anche in Italia… 

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