LUCIO DALLA/ L’intervista a Marco Alemanno: e tu come la chiami questa Bellezza?

- Paolo Vites

Per anni ne ha condiviso le esperienze artistiche e la vita. Marco Alemanno racconta il “suo” Lucio Dalla nel libro “Dalla luce alla notte”. L’interivsta di PAOLO VITES

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“Ho scritto questo libro come fossi chiuso dentro il buio di una scatola in una stanza fredda e isolata, la stanza del dolore”: così Marco Alemanno nelle prime pagine del suo libro “Dalla Luce alla notte” (Bompiani). Un libro che partendo dal grande dolore per la morte dell’amico, collega, maestro Lucio Dalla, finisce anche per raccontare se stesso. Un libro, arricchito anche da belle foto scattate dallo stesso Alemanno, che è stato certamente doloroso scrivere, ma che comunica una bellezza potente, quella che Lucio Dalla ha sempre ricercato e comunicato cercando di dare un nome alla Bellezza con la “B” maiuscola. Marco Alemanno, testimone privilegiato di questa ricerca, regala così conforto a se stesso e a chi ha amato, da lontano, il grande artista bolognese scomparso. Ecco quello che ci ha detto Marco Alemanno in questa conversazione esclusiva.

Il vostro incontro fu frutto di una casualità incredibile quando eri ancora giovanissimo. Ti sei mai chiesto dopo tanti anni se questo incontro non fosse accaduto, se tu avresti maturato lo stesso quella sensibilità artistica che poi hai sviluppato nel rapporto con Lucio Dalla?
Ne abbiamo parlato spesso. Lucio era convinto che questa sensibilità sarebbe venuta fuori comunque. Lui aveva sempre dato molta importanza a quella che è stata purtroppo la prima tragedia della mai vita quando a 16 anni ho perso mio fratello. In quel primo grande dolore scoppiato come un temporale improvviso nella mia vita, mi ero trovato totalmente spiazzato. Lucio mi diceva: in quel dolore sono convinto che dentro di te sia successo qualcosa che ti ha distrutto ma ti ha dato anche una nuova vita. Così credo che il mio essere artista, quella melanconia tipica degli artisti Lucio l’abbia riconosciuta sin dal primo incontro. Fissandomi negli occhi quel pomeriggio mi diceva: non tornano i conti, hai uno sguardo troppo triste per avere solo 17 anni.

Ha evidentemente percepito quel dolore che ti contrassegnava: si può dire così?
Ha trovato l’ombra di mio fratello e ha trovato dentro qualcosa vicina a una urgenza e a un sentire altro. Diceva sempre che il destino o Dio ci avevano predestinati a incontrarci perché le nostre vite cambiassero. Quell’incontro ha stravolto la mia vita. Lucio nel tempo ricordando quei momenti anche in modo divertito era convinto ci fossimo incontrati per arrivare a quella frase che lui diceva spesso: ci completiamo nel nostro essere così diversi. Un incontro usando le sue parole che ha fatto bene a entrambi, a me per ovvie ragioni.

E per lui?
Per lui è stata una ventata di nuovo che l’ha intrigato e portato a rimettersi in gioco ancora una volta approfondendo ad esempio poeti come Alda Merini sui testi della quale abbiamo fatto due spettacoli, oppure il teatro e l’opera lirica, anche approfittando della mia faccia tosta come attore e cantante.

Quello che dici dello sguardo mi fa venire in mente le uniche due occasioni in cui ho incontrato Lucio Dalla. Ogni volta una veloce stretta di mano, ma mi colpì sempre il suo sguardo: profondo, indagatore, coinvolto con chi aveva davanti.
E’ vero e mi fa piacere tu l’abbia percepito. Questo suo sguardo è parte fondamentale della scrittura di Lucio.

In che senso?

Nel senso che il suo sguardo era quello dell’indagatore, del curioso, anche del voyeur. Uno sguardo molto vicino allo sguardo di un regista più cinematografico che teatrale. 

Spiegaci meglio. 
Aveva la capacità di scavare nell’animo delle persone con lo sguardo. Come hai detto giustamente tu magari anche in un incontro non designato a ripetersi. Da un punto di vista artistico questi sono diventati spesso incontri che lo hanno ispirato. Anna e Marco che magari non si chiamavano così erano due ragazzi che lui ha guardato anche negli occhi frequentando un bar sotto casa. Questi due ragazzi che si stavano annusando e piano piano conoscendo. Poi la storia l’ha inventa Lucio, è diventata racconto e mito per i suoi fan. 

Hai detto che hai scritto questo libro in una “stanza del dolore”: adesso che è finito, si può dire che ti ha aiutato a uscire da questa stanza? A riappacificarti con il tuo dolore? 
Quando ho preso la decisione ultima di scriverlo ho anche deciso che volevo fermamente, ci speravo che fosse così come dici tu. Adesso dopo mesi che sono tornato in mezzo alla gente presentando il libro credo sia servito in questo senso. Amici e parenti un anno fa mi avevano invitato per superare questo buio improvviso a fare così, scrivere un libro. Ho sempre rifiutato perché presuntuosamente mi fidavo di me stesso e della mia forza per uscirne, invece il libro è stato una maniera di elaborare il lutto e di dare una forma a un dolore che altrimenti mi avrebbe schiacciato. Ho deciso di stare chiuso in questa scatola per quattro mesi e mezzo e trasformare i ricordi, gli appunti. Oggi credo mi sia servito, a me e ai fan. 

In che senso ai fan? 
Alcuni mi hanno scritto dicendomi grazie per il libro: hai scritto anche per noi, pensavamo di aver perso Lucio invece grazie alle tue parole lui è ancora più vivo di prima. Questo mi ha dato forza. Non so se accetterò mai l’idea di una riappacificazione, ma non vivrò neppure la sua scomparsa in modo passivo. Questo libro l’ho scritto grazie e nonostante il dolore. Quella che era la componente principale di Lucio, l’autenticità di quello che ho scritto è tale perché ho cercato semplicemente di raccontare senza romanzare e aggiungere nulla con una apertura totale. Ho avuto una grandissima fortuna che non nego anche se è finita in questo baratro improvviso e inaspettato per tutti. Da questa notte grazie al libro riesco a tornare alla luce che ci è venuta a mancare, sono felice anche del dolore che mi è costato nel ricostruire gli ultimi momenti di quella maledetta mattina. 

Nel libro racconti di come Lucio amasse passare le notti ad ammirare le stelle, “ascoltare il buio e vedere il silenzio”. L’infinito silenzio leopardiano, una poesia che amava molto. E di come dicesse che l’uomo di oggi abbia eretto un muro per non sentire più il vento e non fidarsi delle stelle. 

Tra i tanti insegnamenti che mi ha dato Lucio c’è anche quello che secondo lui, e anche per me adesso, dovrebbe essere l’attitudine dell’artista. Cioè  evocare il bello per farsi portavoce di realtà che riguardano tutti ma che non tutti hanno i mezzi per dare loro una forma. L’artista dovrebbe buttarsi in mezzo al mondo, vivere insieme agli altri la complessità per tirarne fuori qualcosa che parli a più persone possibili. Lucio era contrario all’artista che si chiude nelle sue elucubrazioni mentali e che parla solo per se stesso o al massimo per i suoi colleghi. Ha sempre sentito questo debito, la grande fortuna di avere avuto quello che ha avuto. Si è sempre sentito fortunato e diceva: io devo tutto agli altri non posso rinunciare agli altri. Quello che ha scritto è solo per il 15% autobiografico, il resto lo ha preso dai nostri occhi e dalle nostre tasche. Lucio è stato il beniamino di tutti forse perché l’unico a unire intellettuali e popolo proprio perché non ha mai voluto parlare come altri suoi colleghi continuano a fare, a pochi. 

Un amore per la bellezza e la realtà. 
Lo sguardo sempre rivolto all’altro, il dovere di farsi portavoce di quelle che sono le esigenze del cuore. La grandezza di Lucio è stata di aver trovato il modo di essere anche impegnato come dicono di lui senza mai fare canzoni manifesto. Il suo stile lirico è stato quello di dire non sono un privilegiato ho solo la fortuna di mettere insieme parole che emozionano. Da qui anche la sua spiritualità pervasa dall’uomo, dai limiti e dalla grandezza dell’uomo. Non ci può essere l’idea del divino se si deve rinunciare alla radice profondamente umana. Come Roberto Roversi, il poeta che ha lavorato con lui, ci insegnava: la santità di individui che prima che santi sono stati uomini. 

La sua fede: tu racconti come ogni domenica sera andavate a messa insieme, e del suo amore per San Francesco. 
Sono debitore a Lucio anche per il mio approfondimento che non chiamo solo di fede, una categoria cioè per inscatolare le cose. Come si vede nel libro il suo rapporto con la fede è trattato in diversi momenti proprio per approfondire uno dei suoi aspetti più complessi, trasversali e anche personali. Nel corso degli anni lo hanno definito luterano, eretico, addirittura panteistico. Negli ultimi anni ha indagato a fondo questo aspetto, con discussioni con persone come Enzo Bianchi il priore di Bose, questo suo interesse per il destino dell’anima. Ho approfittato di questa sua ricerca per approfondire con me stesso e pormi domande insieme a lui. 

Avete lavorato insieme a degli spettacoli basati sulle poesie di Alda Merini. In particolare sulla figura di San Pietro dove si sottolinea questo aspetto molto bello, la rabbia di Pietro per quello che lui reputa tradimento di Gesù, ma nonostante questo dichiara di rimanere il suo migliore amico. 
Quando Lucio mi sentiva recitare quei versi a proposito di Pietro, piangeva. Pietro dice a Gesù sulla croce: mi hai preso in giro, mi hai parlato di un regno, che saresti diventato re e adesso devo vederti in croce in mezzo a due ladri. Dove sono finite le tue promesse, ti odio, ma rimarrò per sempre il tuo miglior amico. 

A volte si pensa che la fede risolva magicamente tutti i problemi. 

A quelle parole di Pietro, Cristo risponde come un bambino: per favore aiutami, io maestro ho bisogno del mio discepolo perché sto cadendo fuori della terra santa. E’ disarmante: la fede non dà la soluzione a ogni cosa, il segreto magico di come evitare le porte sbattute in faccia ma c’è il mistero che può essere una luce e non deve portare oscurità. Il Cristo che amava Lucio e che mi ha insegnato a conoscere è il figlio di Dio che si dimentica del suo stato divino e diventa l’ultimo. Diverso da quelli che fanno di Lui una figura perfettina come gli dei dell’Olimpo che erano raffigurati dagli antichi greci come i protagonisti di una soap opera. 

Spesso si recava ad Assisi a fare vita monastica, diceva che lì avvertiva quasi il respiro del Santo. 
Per lui era Francesco, lo chiamava così. Diceva che aveva girato il posteriore al padre dicendo: non me me frega niente dei tuoi soldi, sono niente e voglio essere niente. Per lui era la carnalità del mistero che contava. A volte diceva: ma credete che a Gesù e ai discepoli non puzzassero i piedi anche a loro? Penso che avrebbe amato molto il nuovo Papa. Lo penso anche io e mi arrabbio che non lo abbia potuto conoscere. Quando teneva le sue lezioni al corso di formazione a Urbino usava un testo che si intitolava: Gesù, San Francesco e Totò. Per lui, in modo diverso, erano stati i più grandi comunicatori della storia. 

Nel libro racconti anche gli ultimi momenti di vita di Lucio Dalla. Dici che negli ultimi giorni era particolarmente sereno e felice. Pensi che in qualche modo fosse inconsciamente consapevole di essere arrivato alla fine e per questo di essere “felicissimo”, come diceva in quei giorni? 
Non lo so. Vorrei che fosse così, lo vorrei davvero, ma non lo so. Ne ho parlato molto anche con il priore di Bose. Sono convinto che amasse così tanto la vita che se avesse saputo che doveva morire non sarebbe stato così felice. Era sereno da tempo, questo sì. Credo anche che se avesse potuto scegliere come morire, avrebbe voluto morire nel modo in cui è successo. Quella mattina a colazione aveva salutato uno a uno tutti i suoi musicisti. Poi era tornato in camera. Aveva fumato la sua ultima sigaretta e si era steso per fare una dormita sul divano. Ha chiuso gli occhi e se n’andato, senza dolore e in pochi secondi. Col senno di poi forse non avremmo dovuto intraprendere quel tour, ma comunque è morto nella serenità. Vorrei potergli telefonare, adesso, e chiedergli se poi ha trovato quello che cercava. Come diceva lui, come la chiami questa Bellezza?

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