OPERA/ Il “Divorzio all’italiana” di Battistelli per far tornare i giovani a teatro

- Giuseppe Pennisi

A differenza di quanto avviene in Usa, Germania, Austria e in tanti altri Paesi, in Italia sempre meno giovani vanno a teatro. GIUSEPPE PENNISI ci parla dunque di una possibile soluzione

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L’annuario della Siae è chiaro: nonostante l’anno scorso il pubblico pagante ai teatri dell’opera abbia segnato un aumento, gli spettatori sono in linea di massima “pantere grigie” con il rischio che questa forma italianissima d’arte dal vivo sia destinata a sparire. Non è così negli Usa, Germania, Austria, Giappone e tanti altri Paesi dove i giovani affollano i teatri grazie non solo a prezzi speciali ma anche a programmazioni e regie che li possano interessare.

Per questa ragione è molto importante l’appuntamento di martedì 11 giugno, giorno del Divorzio all’italiana. Azione musicale per il crepuscolo della famiglia di Giorgio Battistelli su libretto dello stesso compositore liberamente adattato da Pietro Germi, Alfredo Giannetti ed Ennio De Concini. L’opera, commissionata al compositore dall’Opéra National de Lorraine dove è andata in scena il 23 marzo 2009, è un vero e proprio inedito in Italia, nonostante il grande successo in Francia. Giorgio Battistelli omaggia Pietro Germi firmando libretto e musica di un’opera che racconta uno spaccato della Sicilia degli anni Cinquanta, dove si consuma un delitto d’onore in cui passione, gelosia, tradimenti sono ritratti in una partitura grottesca, ironica e pungente. L’estro creativo e fantasioso di un celebre regista come David Pountney restituisce freschezza e vitalità al quadro parodistico di Battistelli. Sul podio il direttore d’orchestra francese Daniel Kawka, recentemente nominato Direttore Principale dell’Orchestra della Toscana. Il cast vede il gradito ritorno di Alfonso Antoniozzi nelle vesti di cantante, dopo il successo come regista de “La Traviata”, nel ruolo en travesti di Donna Rosalia, affiancato da Cristiano Cremonini, Gabriele Ribis, Marco Bussi, Nicolò Ceriani, Alessandro Spina, Sonia Visentin, Daichi Fujiki, Maurizio Leoni, Fabrizio Beggi e Carlo Morini. Sarà interessante vedere la reazione del pubblico giovane.

Non solamente il teatro in musica di marca anglosassone può fornire lezioni su come portare nuovo pubblico alla musa bizzarra ed altera ma negli Stati Uniti ed altri Paesi, nei quali l’opera e la concertistica non ricevono quasi alcun sussidio, prosperano ed innovano. Numerosi teatri d’opera tedeschi (il cui pubblico è tutt’altro che incolto) hanno nel loro repertorio lavori come A Streetcar Named Desire di André Previn, A View from the Bridge di William Bolcon, A Postcard from Morocco di Dominik Argento, Dead Man Walking di Jake Heggie, Willie Starl di Carlisle Floyd, Sophie’s Choice di Nicholas Maw. Solo due di questi lavori si sono visti in Italia. In effetti, mentre da noi a parte qualche raro caso e per volontà di poche istituzioni la produzione di nuove opere liriche appassisce, negli Stati Uniti è in pieno sviluppo: nel 2010 (anno di crisi) ci sono state 12 prime mondiali tra cui lavori tratti da romanzi come Il Giardino dei Finzi Contini e Il Postino. Grande attesa già adesso, negli USA e non solo, per La Ciociara commissionata a Marco Tutino per l’inaugurazione della nuova stagione della San Francisco Opera (2014-15).

Triste pensare che una delle opere commissionate per il 150nerio dell’unità d’Italia, una – Senso di Marco Tutino – , andata in scena al Teatro Massimo di Palermo, sia stata vista a Palermo ed a Varsavia e verrà ripresa da teatri americani e tedeschi ma non ha trovato nessun sovrintendente o direttore artistico italiano che la abbia ripresa. La ho vista un sabato pomeriggio in un Massimo pienissimo, dove c’erano 500 studenti liceali e universitari entusiasti. L’autore del libretto, Giuseppe Di Leva, e il compositore si sono ispirati alla omonima novella di Camillo Boito, uscita nel 1883 e resa celebre dalla splendida trasposizione cinematografica di Luchino Visconti nel 1954: l’allestimento è una gioia per gli occhi. Hugo De Ana, che firma regia, scene e costumi, ha immaginato un sontuoso apparato scenico, basato su un caleidoscopio di riflessi che propongono un Risorgimento non didascalico ma immaginifico, in cui non mancano i riferimenti alla cinematografia di Visconti.

E’ anche un peccato che sia sparito Risorgimento di Lorenzo Ferrero : è un atto unico che prende spunto da una nota di cronaca del tempo, i macchinisti della Scala che fermarono il lavoro emozionati dal coro del Va’ pensiero, Ferrero traduce l’aneddoto in metafora. “Visto che Risorgimento e melodramma vanno di concerto, la mia opera è ambientata in un teatro, la Scala, durante le prove di quel primo Nabucco, nel febbraio del 1842”. Sono sparite altre opere “civili” di Ferrero come Salvatore Giuliano, Carlotta Corday, La conquista, tutti lavori che possono fare sentire ai giovani che dal palcoscenico si tratta di temi di loro interesse e con un linguaggio musicale a loro comprensibile.

Infine perché non riprendere opere da camera di autori italiani (a basso costo) e con argomenti che possono affascinare i giovani. Ad esempio Le Malentendu composta da Matteo D’Amico che, presentata a Macerata per solo tre repliche (compresa una “generale” aperta), è sparita dai cartelloni mentre lavori analoghi restano un mese a il Magazine della Staatsoper unter Den Linden. L’intimità e l’interiorità della vicenda, che si consuma tutta in poche ore tra le mura disadorne di un piccolo albergo di una sperduta provincia europea, richiedono un organico quanto mai ristretto e, per così dire, in “bianco e nero”: cinque archi, una fisarmonica e un clarinetto. Quello che creano è come un velo di ghiaccio sopra il quale scorre il canto, un canto che quasi sempre è autentico “messaggero” della parola –le cristalline battute dei personaggi di Camus, battute lucide, taglienti, asciutte, che sembrano però non permettere ad essi di comunicare veramente. I momenti di accensione lirica, che di continuo si fanno largo, sono come brevi esplosioni, tensioni estreme per riuscire almeno a dire ciò che non si riesce a comunicare. L’opera utilizza il testo di Camus, appropriatamente sfoltito per rendere possibile la messa in musica con una durata complessiva di un’ora e mezza (il canone seguito da Jànaceck).

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