OPERA/ Britten, il “Fiume del Chiurlo” e le riflessioni di un compositore scomodo

- Giuseppe Pennisi

La messa in scena di “Curlew River” (Il Fiume del Chiurlo) di Benjamin Britten nella Basilica dell’Aracoeli è senza dubbio l’evento musicale della settimana. Ce ne parla GIUSEPPE PENNISI

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Britten

La messa in scena (per una sola sera il  27 giugno) di “Curlew River” (Il Fiume del Chiurlo) di Benjamin Britten nella Basilica dell’Aracoeli è, senza dubbio, l’evento musicale della settimana. L’opera – o meglio la parabola da essere rappresentata in Chiesa per rispettare il sottotitolo datole dall’autore – è un vero gioiello che, in un differente allestimento, si potrà vedere a Perugia, nell’ambito della Sagra Musicale Umbra  il 22 settembre nella Chiesa Templare di San Bevignate con la concertazione di Jonathan Webb e la regia di Andrea De Rosa.

L’edizione romana (a cui si potrà accedere gratuitamente sino ad esaurimento dei posti) si presenta come straordinariamente importante. Lo spettacolo realizzato in collaborazione  con il Vicariato di Roma, per la rassegna “Una porta verso l’Infinito” è una nuova produzione,  eseguita per la prima volta dall’Orchestra e dal Coro dell’Opera di Roma e firmata da due nomi di prestigio della musica e del teatro: sul podio, James Conlon raffinato interprete britteniano, alla regia e impianto scenico Mario Martone. Maestro del Coro Roberto Gabbiani. I costumi sono di Ursula Patzak, le luci di Pasquale Mari. E’uno degli ‘omaggi’ a Britten che la capitale offre ad uno dei maggiori musicisti del Novecento; un anno fa, il Teatro dell’Opera presentò una bellissima edizione di A Midsummer Night’s Dream. In autunno, l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia inaugurerà la stagione 2013-2014 con Peter Grimes. Tanto Santa Cecilia quanto l’Orchestra sinfonica romana hanno numerosi lavori strumentali di Britten nel loro programma.

La musica di Britten su libretto di William Plomer prende spunto dal giapponese Sumidagawa di Juro Motomasa e dai drammi religiosi medievali europei, dai quali mutua il linguaggio musicale scarno, la forma di rappresentazione rituale e l’essenzialità della vicenda; della storia dal carattere  simbolico e moraleggiante, che ruota  attorno a quattro personaggi principali Madwoman (Benjamin Hulett), Traveller (Phillip Addis), Ferryman (Anthony Michaels-Moore), Abbot (Derek Welton) interpretati da cantanti maschili, e Spirit of the boy (Laura Catrani). Come gran parte dei lavori di Britten è un inno alla Fede, alla Tolleranza ed al Perdono.

Anche se il bicentenario della nascita di Verdi e Wagner ha oscurato il centenario di quella di Britten, non si può certo pensare che il compositore non riscuota il favore del pubblico italiano. Poco eseguito in Italia per anni (la sola eccezione è Roma grazie principalmente ai programmi di musica contemporanea dell’orchestra della Rai), in questi ultimi due lustri c’è stata una ripresa dell’interesse e dei teatri e – quel che più conta- del pubblico. The Turn of the Screw è stato visto, prima che a Parma nel 2006 ed a Spoleto nel 2012,  a Torino, a Roma ed a Cagliari nella seconda metà degli Anni Novanta e sarà a Bologna in autunno; Peter Grimes a Firenze, a Milano, a Reggio Emilia ed a Ferrara; Billy Budd a Venezia, Torino e Genova; “A Death in Venice” a Genova, Firenze e Milano; e The rape of Lucretia a Genova, Firenze, Ravenna, Reggio Emilia e Modena, A Midsummer night’s Dream” a Roma  una dozzina di anni fa e la scorsa stagione, a  Napoli, alla Scala e nel circuito toscano ; Albert Herring nel circuito emiliano ed a Cosenza; gli apologhi sacri sono stati messi in scena a Spoleto; il Saint Nicholas a Bari ed a Montepulciano; The Little Sweep a Palermo, oltre che a Rovigo e Modena, e sarà a Macerata questa estate. L’elenco  non è esaustivo ma indicativo del successo del teatro in musica di Britten. L’Orchestra di Roma e del Lazio, quando era in attività, ha proposto gran parte della sua musica sacra. Il pubblico non è mai mancato; gli “esauriti” sono la prova più concreta dell’apprezzamento. D’altro canto, basta pensare che la sua ultima opera, A Death in Venice, ha avuto nel solo 1973, anno della sua prima rappresentazione, ben 15 differenti allestimenti (tra cui Aldenburgh dove Britten risiedeva, Venezia, Edimburgo, Bruxelles e Londra) e l’anno seguente era approdata con enorme successo al Metropolitan di New York.

Lo stile musicale eclettico di Britten non rifiuta mai la scrittura tonale ed è accattivante anche per chi non ha dimestichezza con le  convenzioni della musica del Novecento: pur continuando nella grande tradizione britannica iniziata con Purcell, fa propria (nel teatro in musica) la tecnica di Berg (almeno negli ultimi lavori) di adottare la forma classica di un tema su cui costruire ciascuna scena inserendo molteplici variazioni, ed intercalando le varie scene con intermezzi indipendenti che servano da elementi di unificazione musicale e drammatica. Altro aspetto fondante è la capacità di ottenere il massimo colore e calore orchestrale con il minimo di organico (unicamente 13 elementi ad esempio in The Turn of the Screw ed una versione ad organico ridotto per Billy Budd pur concepito, inizialmente, come un grand opéra).

Grande attenzione, poi, alle voci. Pur nel rispetto delle convenzioni, riscopre il controtenore e lo accompagna (in A Midsummer Night’s Dream) in duetti estatici con un soprano di coloratura. Oppure , in Billy Budd utilizza 17 voci maschili (5 tenori, 8 baritoni, un baritono basso e 3 bassi) e nessuna voce femminile, affidando la vocalità chiara ad un quartetto di adolescenti e dieci fanciulli che non cantano ma chiacchierano sullo sfondo. In The Turn of the Screw, invece, le voci sono quasi esclusivamente femminili (tre soprani e due voci bianche) con cui contrasta un baritenore. Naturalmente il metodo di organizzazione cambia quando si tratta di musica concepita per essere eseguita in chiesa (Britten era molto religioso e non è chiaro se ad un certo momento della sua vita fosse diventato cattolico anche a ragione di composizioni, tra cui una Missa Brevis basate sulla liturgia cattolica) in cui il pubblico viene considerato non in veste di spettatore ma di compartecipe all’azione liturgica; quindi, alcune parti erano pensate perché eseguite dall’intera congregazione.

A fronte di una certa avanguardia atonale e dodecafonica che aveva trovato il proprio fortilizio a Darmstadt, che espandeva l’organico anche al di là di quanto previsto da Mahler e che componeva su testi di impronta marxista, era “scomodo” per vari motivi: mostrava che si poteva innovare (sino a costruire nuove esperienze foniche) ed avere successo pur lavorando con mezzi ridotti e scrivendo partiture che avevano il favore del pubblico; traeva ispirazione da una vasta gamma di fonti (dalla Bibbia alle leggende popolari Usa, al teatro nô nipponico, alla letteratura inglese, alla storia romana, alla narrativa di Maupassant e di Mann), nessuna delle quali di stampo marxista, ma molte di origine religiosa oppure rilette in chiave cristiana ove , come si è detto, non apertamente cattolica. Era anche “scomodo” perché , pur riconosciuto come “compositore di Corte” (l’opera Gloriana composta per il Covent Garden in occasione dell’incoronazione della Regina Elisabetta Seconda è, però, forse uno dei suoi lavori meno rappresentati e tra quelli, ingiustamente, considerati meno riusciti), si teneva lontano dal mercato delle sovvenzioni pubbliche: si vantava di riuscire a mandare avanti il Festival di Aldemburgh in gran parte con la biglietteria ed i diritti d’autore per i suoi lavori (avevano grande successo non solo nel mondo anglosassone ma anche in Estremo Oriente , dove trasse ispirazione per la breve opera Curlew River, il balletto The Prince of Pagodas” ed il ciclo  Songs from the Chinese). Era soprattutto un intellettuale ‘scomodo’ perché era diventato il compositore ufficiale di Corte pur avendo eluso la leva alla seconda guerra mondiale (andando oltre Atlantico) e dividendo la propria vita, dall’età di 23 anni alla morte con il tenore Peter Pears , senza mai dare adito a scandalo (e , forse, mantenendo un rapporto casto), in una Gran Bretagna dove vigevano leggi pesanti contro chi praticava l’omosessualità (tanto che per mettere in scena a Londra il dramma di Arthur Mille A View from the Bridge nel 1956, con la regia di Peter Brook, si dovette ricorrere al sotterfugio di trasformare il teatro New Watergate, nel West End, in un club privato). Ce ne è abbastanza per essere , per certa intellighentsia, “scomodo” ancora adesso.

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