NEIL YOUNG AND CRAZY HORSE/ Il concerto di Lucca: quella chitarra come nessuna al mondo

- Paolo Vites

La stagione estiva dei grandi concerti rock arriva alla fine con Neil Young e Crazy Horse ed è la fine migliore che poteva esserci. Di PAOLO VITES

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Anche Neil Young al Market Sound

Si può fare un concerto e non includere quei brani che normalmente il pubblico pensa essere i più rappresentativi? Insomma, pensate se Bruce Springsteen non facesse Born to Run, Thunder Road, Badlands. O se gli Stones non facessero Satisfaction, Honky Tonk Women e Brown Sugar. Sareste delusi? Forse no, ma un po’ si diciamo la verità. L’altra sera a Lucca Neil Young – che in Italia a suonare ci viene molto più raramente di un Bruce Springsteen – prima di due sole tappe italiane, ha tranquillamente lasciato fuori tre monumenti del suo repertorio quali Hey Hey My My, Rockin’ in the Free World e Like a Hurricane. Qualcuno si è lamentato? Assolutamente no. Il concerto ha perso di bellezza e di interesse? Ancora no. A parte che Young ha un tale repertorio che può tranquillamente fare a meno di pezzi come quelli citati (a Lucca ad esempio ha tirato fuori una rara Mr. Soul e il super classico Heart of Gold), ma lo spettacolo è stato di tale strabordante bellezza che lo si è vissuto come l’evento che è stato. Circa 10mila persone di tutte le età hanno accolto nella piazza ottocentesca dove si svolge il Lucca Summer Festival uno degli ultimi giganti del grande rock, una delle ultime leggende degli anni 60, uno dei più grandi cantautori di sempre. Accompagnato dai Crazy Horse ha rilasciato il concerto che un fan di Young può solo sognare: due ore di debordanti, lancinanti e possenti assolo di chitarra elettrica. Frank Sampedro (uomo dai mille riff impossibili alla chitarra ritmica) lo stantuffo Billy Talbot (al basso) e il metronomo umano Ralph Molina (alla batteria) hanno fatto quello che da sempre i Crazy Horse fanno con Young: accompagnarlo, assecondarlo e andarlo riprendere quando fugge troppo lontano nelle sue cavalcate impazzite di chitarra.

In questo senso indicativa – e cuore musicale della serata – è stata Walk like a Giant: quasi venti minuti di furia incontenibile, scatenata dall’amplificatore di Young che lo manovrava come una sorta di dottor Frankestein posseduto facendo scaturire assalti sonici senza fine, esplosioni chitarristiche, driff siderali, muri massicci di feedback, assolo lancinanti. Un caos apparente, manovrato invece con intelligenza musicale degna di un genio da parte del canadese. Lo stesso è accaduto in pezzi come Fuckin’ Up: un brano nato come sferragliata punk di un paio di minuti, diventa la celebrazione del concetto di improvvisazione rock. Il riff potente, accattivante, punkettaro è la base di partenza per un selvaggio solismo che lacera le mura dei palazzi di Lucca. Frank Sampedro improvvisa alla voce versi rappati che guardano ai Beastie Boys, Young ride e si diverte, poi l’impresa però è rientrare tutti nei ranghi per recuperare il bisonte che sta cavalcando altrove: Sampedro perde una battuta, e il gioco perfetto di questo quartetto sembra poter deragliare. Invece lo stesso Young recupera la battuta e i quattro possono riprendere all’unisono.

Sembrano sciocchezze, ma quando si suona questo tipo di musica rock, è forse ancor più difficile che improvvisare nel jazz: qua accade tutto al secondo, e non si sbaglia.

Dicevamo di una grande serata: forse l’unica nota un po’ criticabile è stata quella dell’intermezzo acustico, ma Young quando suona con i Crazy Horse fa sempre così. La pausa acustica ha infatti fatto calare di tensione quanto di strabordante si era costruito fino a quel momento (l’iniziale Love and Only Love, Powderfinger, Psychedelic Pill e Walk like a Giant) e meglio sarebeb stata eseguirla a fine serata. Tra l’atro, a parte la super applauditissima Heart of Gold che ha mandato in visibilio i presenti, Young ha alquanto deluso nella scelta dei pezzi: due inediti niente di che (Hole in the Sky e la pianistica Singer Without a Song), la trascurabile Red Sun da un disco dei primi anni Duemila. Ovviamente Heart of Gold ha accontentato tutti, mentre Human Highway (1978) forse è stata riconosciuta da pochi. Nell’anno del cinquantenario del disco cantautorale più importante di tutti i tempi, “The Freewheelin’ Bob Dylan”, Young ha proposto poi Blowin’ in the Wind: cattiva, i versi sputati con veemenza, il canadese ne ha celebrato l’importanza al cuore del rock.

Poi è ripresa la cavalcata elettrica: la versione lunghissima e furiosa di Ramada Inn è sta semplicemente esaltante, assolo di chitarra di epica bellezza pieno di sfumature romantiche aprono agli scenari di quel Canada da dove un giorno è arrivato Neil Young. E’ un mondo perduto, che improvvisamente ci viene messo davanti. Cinnamon Girl ha ricordato i giorni belli del Laurel Canyon e del sogno hippie, mentre Surfer Joe and Moe the Sleaze, tratta con disinvolto coraggio da uno dei dischi più brutti in assoluto del canadese, “Reactor”, è stata proposta in smagliante versione rock’n’roll. 

Young ha lasciato il palco con una sublime Mr. Soul dei giorni dei Buffalo Springfield portando ancora il pubblico nei più alti spazi siderali di una psichedelia che va a braccetto con l’hard rock. C’è infatti nel parossismo con cui Young suona la chitarra una dose di violenza che a tratti pare quasi insostenibile sostenere. Non solo: c’è un dolore che fuoriesce in quel magma sonoro, violenza  e dolore che sembrano dirci quanto il musicista sul palco stia piangendo e allo stesso tempo esplodendo di rabbia per le bruttezze e le ingiustizie del mondo. D’altro canto qualcuno aveva profetizzato in un’altra epoca e in un altro tempo che “la sua chitarra avrebbe pianto”. Non c’è nessun altro al mondo che faccia piangere e urlare la sua chitarra in questo modo, e sicuramente mai più ci sarà. Lo ha detto anche lui in questa serata di Lucca: camminare come un gigante, ma dove sono finiti i giganti che accendevano il nostro cuore? Spariti, nel cinismo del terzo millennio.

Nonostante l’ora tarda, Young è tornato ancora sul palco per salutare il pubblico incontenibile: tornate a casa dai vostri bambini, ha detto, che avete affidato a qualche baby sitter per questa sera. Fate in modo che domani mattina sia per loro un giorno meraviglioso, fate la differenza per queste meravigliose piccole vite umane. Poi con la consapevolezza che da sempre lo contraddistingue ha salutato in modo un po’ inquietante: ci rivedremo ancora da qualche parte, ma in realtà questo potrebbe essere l’ultimo grazie che vi rivolgo. Chissà se domani saremo ancora qua. Ma il saluto più bello sono stati altri due pezzi di musica, un tuffo in quegli anni 70 che hanno dettato le coordinate esistenziali dei molti che eravamo lì. Roll Another Number (in cui Young recita ancora oggi con certo veleno quei versi che ci svegliarono dolorosamente dal sogno hippie riportandoci con i piedi per terra: “I’m not goin’ back to Woodstock for a while, Though I long to hear that lonesome hippie smile. I’m a million miles away from that helicopter day. No, I don’t believe I’ll be goin’ back that way) e una divertente e scanzonata Everybody Knows This Is Nowhere. A quasi 70 anni di età, Neil Young ha dimostrato che il rock non solo mantiene per sempre giovani, ma dà la forza e la visione per affrontare il mondo. Con onestà e passione.

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