MIKI PORRU/ “Ci meritiamo tutto”: la canzone e il romanzo, un incontro che appassiona

- Alessandro Berni

Miki Porru, una lunga carriera alle spalle con anche una partecipazione a Sanremo nel 1987, anticipa il nuovo disco con un singolo interessante. di ALESSANDRO BERNI

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Miki Porru

Il nuovo singolo del cantautore bolognese Miki Porru è un piccolo progetto di commistione tra canzone e piccola letteratura metropolitana.  A mezza via della lavorazione del nuovo album “Hotel Disamore” (previsto per l’inizio del 2014), che parrebbe lasciar presagire un sequel concettuale del bell’album “L’Uomo che Cammina” del 2012, viene pubblicata una canzone che nasce da un incontro rigorosamente a distanza (in prevalenza e-mail) con il blogger/scrittore Danilo Masotti.

Quest’ultimo è autore del libro di grande successo “Umarelles” e, per quel che interessa maggiormente, del romanzo “Ci meritiamo tutto” (pubblicato nello scorso aprile) che dà il titolo al singolo scaturito dalla collaborazione con Porru.  Lo scritto molto semplicemente mette a tema vicissitudini e cronache quotidiane dell’ultima Generazione X che percorre i nostri tempi, quelli dell’ultima interminabile recessione, quei soggetti senza un volto definito o in via di eterna definizione che in questo scorcio di decennio veleggiano tra i 35 e i 45 anni e vivono di situazioni, luoghi e frasari comuni senza riuscire a rompere quella ragnatela che si sono costruiti addosso.  

Una tipologia umana talmente unica e per certi versi non omologabile nella sua pervicace incertezza che per essa viene coniata con grande arguzia da parte dell’autore la definizione di “adultolesecenti” sorta di neologismo composto di indubbia efficacia.

Mentre il libro vedrà un imprevedibile e originale riscatto finale – di stampo quasi surreale – dei protagonisti, la canzone li ritrae nel mezzo di un cammino che sembra sempre in attesa dei primi passi, tanto questo archetipo umano si muove a tentoni e si arrocca tra una sorta di senso di rassegnazione per i mali del mondo che si trova costretto a subire e una tentazione costante di autoassoluzione.

Coadiuvato dagli arrangiamenti (anche loro forniti a distanza dalla lontana Inghilterra) di Paul Manners, Porru sceglie il più semplice dei rivestimenti musicali, una marcetta ritmata a metà strada tra la vulgata pop dance estiva, un’ironia maligna alla Skiantos e  le combat song di quartiere stile Articolo 31.   Un canto giocato su un unisono simmetrico rende un’atmosfera che si mantiene sul registro costante dello sberleffo e dell’indignazione rispedita al mittente senza troppi complimenti.  Musicalmente forse distante dal Porru più recente ma che ne mantiene quella sorta di integrità tipicamente sardonica e scevra da facili indulgenze. 

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