OPERA/ Tosca: Scarpia è in orbace e Floria ha smarrito lo smartphone

- Giuseppe Pennisi

Nella Tosca alle terme romane ha ben figurato Martina Serafin. GIUSEPPE PENNISI recensisce anche la Tosca in scena Gran Teatro sul lago Massaciuccoli 

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La Tosca

Tra le tante edizioni di ‘Tosca’ (opera composta per un teatro al chiuso – debuttò a Roma il 14 gennaio 1900, e con essa nacque il ‘dramma in musica’ italiano del Novecento – a ragione della complessissima scrittura orchestrale) in arene estive all’aperto, due spiccano su tutte le altre: quella che si replica nella sede estiva del Teatro dell’Opera di Roma sino a oggi 6 agosto e quella al Gran Teatro sul lago Massaciuccoli sino al 22 agosto.

Iniziamo con la prima, anche in quanto la seconda è una vasta coproduzione destinata a girare in Italia ed all’estero. Alle Terme di Caracalla (pieno in ogni ordine di posti)  da un pubblico che, dopo il termine dello spettacolo, ha atteso oltre un’ora il taxi assicurato da una cooperativa che dovrebbe essere affidata ad altre mansioni), si può ammirare Martina Serafin, forse la cantante più adatta al ruolo in questi anni: una vocalità di lusso specialmente nell’assurgerne ad arditi acuti ed a discenderne, una personalità straripante, al tempo stesso sensuale, seducente e determinata. In breve, la sola di reggere il confronto con Renata Tebaldi che proprio alla Terme di Caracalla trionfò nel ruolo (vidi lo spettacolo a 14 anni) o con Maria Callas (di cui ci resta un film – del solo secondo atto- dell’edizione firmata da Franco Zeffirelli al Covent Garden). Il suo Vissi d’Arte è da antologia.

Una serata tra le rovine delle Terme merita di essere dedicata a ‘Tosca’ se il ruolo è cantato da Martina Serafin. Lasciano un po’ freddi il coreano Alfredo Kim (letteralmente sovrastato da Martina Serafin e con una vocalità da bari-tenore nonché una tendenza a ‘strillare’- ad esempio E Lucean le Stelle) e Claudio Sgura con aspetto e portamenti da ‘bravo ragazzo’, quindi poco credibile come il sadico erotomane Scarpia – ruolo che potrebbe cantare bene alla radio od in disco, ma poco adatto a lui sulla scena. Grandi attese per Renato Palumbo, uno dei maestri concertatori migliori su piazza, ma – si direbbe in dialetto romano- la sua direzione è stata ; alla prima del primo agosto, piuttosto ‘moscia’ ed il sistema di amplificazione (rivolto soprattutto alle voci) ha reso difficile apprezzare le finezze orchestrale.

Il vero nodo, però, è la regia. Dopo avere trasportato alla fine degli Anni Trenta, Cavalleria Rusticana ed Il Gattopardo all’inizio di luglio, l’amico Pier Luigi porta nello stesso periodo anche Tosca . Ciò fornisce unità stilistica alla ‘stagione’ estiva alle Terme di Caracalla e consente forse qualche risparmio di scene e consumi, ma presenta vari problemi. In primo luogo, Sardou (ed ancor meglio di lui Giacosa ed Illica che ne ha ridotto il dramma da cinque a tre atti , eliminando episodi e personaggi secondari) pongono una datazione precisa per le 18 ore in cui si svolge l’intreccio: il 16 giugno 1800, quando la mattina giunse a Roma la notizia che a Marengo la ‘coalizione’ guidata dall’Austria, avrebbe sconfitto l’armata di Napoleone, si approntarono festeggiamenti, ma verso le 22 si apprese che il Bonaparte aveva disfatto gli avversari e si apprestava a conquistare il resto d’Italia. Se Floria Tosca avesse avuto uno smart-phone, l’equivoco non ci sarebbe stato e Scarpia si sarebbe tolto l’orbace e vestito un doppio petto sarebbe stato alle prese con bruciare carte e darsi alla fuga piuttosto che tentare un’ultima conquista violenta. 

In secondo luogo, già Jonathan Miller, Peter Sellars e Robert Carsen hanno ambientato Tosca in epoca fascista (quindi, non si tratta di una novità) ma hanno scelto gli ‘anni dello squadrismo’, quelli del ‘delitto Matteotti’, mentre i costumi, soprattutto femminili dello spettacolo di Pizzi, fanno intendere che si è nel 1935-37, quelli chiamati da De Felice, da Parlato e da tutta una scuola di storici ‘gli anni del consenso’ quando l’Italietta pensava di essere diventata un Impero. Allora, non si torturava ma si cercava di accattivare anche intellettuali ‘dissidenti’, si creava la biennale di musica contemporanea a Venezia (invitando numerosi musicisti esiliati dalla Germania) e al Teatro dell’Opera si rappresentava Wozzeck di Alban Berg, proprio per irritare il dicastero della cultura di Berlino. Scelta quindi doppiamente errata, nonostante l’elegante struttura scenica ed i bellissimi costumi della Sig.ra Serafini. Il pubblico, però, non è composto da critici trinariciuti.  Ha applaudito più volte a scena aperta e , al calar del sipario, ci sono state vere e proprie ovazioni. Numerosi, soprattutto gli stranieri, si sono giustamente impazientiti per l’attese di oltre un’ora del servizio il taxi assicurato da una cooperativa che dovrebbe essere affidata ad altre mansioni. E’ doveroso segnalare il problema al Teatro.

 

A  Torre del Lago (3200 posti senza amplificazione ma con acustica non ottimale) è in scena una la grande coproduzione con il Palau de les Arts Reina Sofia di Valencia, l’Opéra di Montecarlo, il Teatro Regio di Torino e il nuovo lirico di Tianjin in Cina:. Particolarmente interessante la regia e la scenografia di Jean-Louis Grinda e Isabelle Partiot-Pieri: poche strutture fisse ed un grande gioco di proiezioni e luci tali da  potersi adattate a palcoscenici molto differenti. Spiccano il timbro chiaro ed il volume generoso di Marco Berti e l’abilità con cui Norma Frantini passa da ‘mezze voci’ a drammatici acuti. Promettente il giovane Raffaele Viviani nel ruolo di Scarpia. Puntuale la bacchetta di Alberto Veronesi, veterano della partitura (al pari dell’orchestra di Torre del Lago).

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