PETE SEEGER/ Addio alla grande quercia che ha unito l’America, da Bob Dylan a Bruce Springsteen

- Paolo Vites

E’ scomparso all’età di 94 anni Pete Seeger, cantore e attivista dell’America più autentica. PAOLO VITES ne ricorda la figura e l’eredità che lascia dopo una vita di canzoni e impegno

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Pete Seeger

“Certo, è morto. Ma questo non significa che se ne sia andato”: così Arlo Guthrie, figlio di quel Woody che aveva cantato e suonato con Pete Seeger, lui stesso compagno di avventure musicali in uno splendido revival degli anni 70 mai realmente interrotto, commentando la morte dell’anziano musicista americano. Pete Seeger, è di lui che stiamo parlando, è morto serenamente lo scorso lunedì, alla veneranda età di 94 anni. Una vita lunga, che ha attraversato quasi tutto il novecento in prima persona, ma anche questo terzo millennio cominciato da poco più di una decina di anni, perché, questa fu la qualità di Seeger, non si è mai fermato o arreso per un semplice motivo. In Seeger la canzone e la vita non avevano una spartizione, ma coincidevano. E lui ha sempre creduto di più nella canzone che nel cantante. Per questo, anche se morto, figure come quella di Peet Seeger non possono scomparire.

Certo, in questa epoca banale di notiziari usa e getta, di musica preconfezionata, di perdita della memoria e delle radici, la scomparsa di Seeger rappresenta un po’ il taglio, doloroso, della grande quercia che vegliava sull’umanità e che ha tenuto unita l’America nei suoi laceranti conflitti interni. La caduta di questa quercia sta provocando grande rumore e turbamento, ma inevitabilmente da semi buoni potranno nascere frutti buoni. Lo ha dimostrato ad esempio Bruce Springsteen, musicista di generazione e di estrazione culturale, sociale e musicale lontana milioni di chilometri da quella di Seeger, che è riuscito comunque a ristabilire una connessione con lui e con quello che rappresentava. Il disco “We Shall Overcome: The Seeger Sessions” è solo la punta di un iceberg di una “conversione” del rocker più famoso d’America a un mondo antico, oggi ridotto, quasi nascosto, ma che è la base dell’America stessa, quello della comunità folk e di quanto rappresenta: rispetto, fratellanza, solidarietà, diritti umani. 

Se i banali articolisti d’Italia hanno intitolato che “Springsteen ha perso un padre” non è in realtà così: per Sringsteen, Seeger è stata una scoperta avanti negli anni, ma meno male che c’è stata. E’ Springsteen infatti oggi a portare avanti quell’ideale di musica intesa come espressione di un popolo, di una comunità, che Seeger ha sempre incarnato. E dunque di unità fra mondi apaprentemente diversi, come Springsteen testimonia.

Molti sono i luoghi comuni che specie qua alla periferia dell’impero si sprecano su quest’uomo, ad esempio quello che lo bolla ancora oggi come “comunista” che ebbe l’ardire di scrivere una canzone per Stalin, definendolo lo zio Joe. Erano altri tempi, ovviamente, quelli della caccia alle streghe del senatore McCarthy, forse l’epoca più oscura della storia americana, e Seeger era certamente un comunista dichiarato che di fronte alle brutture del sistema poco democratico americano cercava un’ideale nella Russia allora sovietica. Quando venne interrogato rischiando il carcere, disse una cosa sola: rifiuto l’idea di essere considerato anti americano. D’altro canto qua in Italia ancora oggi abbiamo un presidente della Repubblica che approvò, giustificò e sostenne (senza mai chiedere scusa, ci sembra) la sanguinaria invasione dell’esercito sovietico in Ungheria. Seeger, quanto meno, prese le distanze da quelle posizioni nei decenni a seguire.

Seeger peraltro non era un poveretto delle classi più disagiate: apparteneva a una famiglia dell’alta borghesia della costa est americana, figlio di un musicologo che gli passò la passione per la musica popolare. Lo stesso Pete proveniva dall’esclusivo ambiente di Harvard, ma la sua vita cambiò quando un altro celeberrimo musicologo, Alan Lomax, gli presentò Woody Guthrie, lui sì figlio dell’America rurale  e più miserabile. Da allora per Seeger niente fu più lo stesso: cominciò a esibirsi nei primi rally sindacali, in California e ovunque ci fossero sfruttamento e oppressione, dando vita anche al primo gruppo di folk revival di successo nazionale, i Weavers. Con Goodnight Irene e If I Had a Hammer entrò in classifica, fino a quando il maccartismo tagliò loro le gambe. 

Non si fece mai prendere dallo sconforto, e mentre accumulava un tesoro incredibile di conoscenze musicali, cominciò a esibirsi nei college, davanti e con i giovani, l’esperienza che lui stesso definì la più significativa della sua vita.

Da quei college arrivarono dei giovani che erano rimasti così affascinati da quelle canzoni e dal modo con cui cui le esponeva pubblicamente, abbracciando la folla come una cosa sola, senza distinzione fra artista e pubblico, che non poterono fare altro che imbracciare una chitarra a loro volta: il giovanissimo Bob Dylan era uno di questi. Le foto che lo ritraggono insieme al già cinquantenne cantante sono ancora oggi una commovente documentazione di come l’America stesse cambiando, scattate nei campi del sud in mezzo ai neri oppressi. Tra le tante incisioni dei due insieme, spicca una canzone di Dylan dimenticata da tutti, intitolata Playboys and Playgirls. Scritta da Dylan e cantata insieme a Seeger, denuncia il mondo giovanile di allora, quello delle stelline dello spettacolo che infondono valori fasulli nei giovani (tipo i nostri reality e talent show di oggi, per intenderci): Dylan se ne chiama fuori orgogliosamente e il “vecchio” Pete è lì con lui. Le battaglie di allora passavano anche per queste dichiarazioni di valori, non solo nelle marce per la popolazione di colore o contro la guerra in Vietnam. 

Per tutti noi cresciuti negli anni 70, in quel clima da barricate, la voce meravigliosamente melodica di Seeger che cantava Guantanamera o We shall overcome ovviamente fu una specie di passaporto verso un mondo di ideali e utopie, ma soprattutto ci faceva fremere dall’emozione la sua capacità di far cantare in coro migliaia di persone: ci sentivamo anche noi lì in mezzo a qualcosa di misteriosamente bello, anche se poi franato malamente, ma non certo per colpa di Seeger ma per quella di chi aveva cercato di appropriarsi ideologicamente della sua figura.

Seeger ha cantato di tutto: dai gospel più profondamente religiosi alle canzoni degli operai, dalle storie delle antiche comunità di immigrati europei in America alle canzoni per bambini a quelle d’amore. Non è mai andato in pensione: da decenni viveva in una fattoria di legno lungo il fiume Hudson dove si batteva per il rispetto ambientale della regione. Ha potuto cantare per l’inaugurazione del mandato presidenziale del primo presidente di colore in America, lui che aveva insegnato a Martin Luther King a cantare We shall overcome. Ha vissuto con sua moglie per 70 anni, e quando lei è morta lo scorso luglio ha cominciato a morire anche lui, come nelle migliori storie di amore e rispetto.

Pete Seeger è stata la grande quercia custode dell’America poù autentica, capace di mantenere viva la memoria popolare e fronteggiare le insidie dell’oggi. Per lui, andare in pensione avrebbe voluto dire essere un egoista. Non lo è mai stato e non è mai andato in pensione.

 

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