LE ORME/ Aldo Tagliapietra fa rivivere il mito art rock anni Settanta

- Alessandro Berni

Con un affascinante concerto, Aldo Tagliapietra ex bassista de Le Orme, ha fatto rivivere tutta la bellezza dell’art rock anni settanta. La recensione di ALESSANDRO BERNI

Aldo-Tagliapietra_R439
Aldo Tagliapietra

Il concerto di Aldo Tagliapietra del 10 ottobre scorso al Teatro Lirico di Magenta è stato solo una delle tessere di una settimana di eventi e incontri strabilianti in successione inframezzati dallo show della cantautrice-incantatrice americana Nicole Atkins al Biko Club di Milano. Una presenza femminile carismatica e travolgente in mezzo ad altre presenze e sguardi femminili non meno grandi che hanno preceduto, accompagnato e seguito l’unicità di questi momenti, così perfettamente vicini, stretti e contigui da scomodare sentori di eternità.

La musica de Le Orme portata in scena da Tagliapietra – storico bassista/frontman del gruppo – è sembrata la perfetta sintesi di questi strane e magiche combinazioni, così come alcuni tra i più alti momenti della grande rock band veneziana sembrano letteralmente portare in grembo questo carico di immagini e promesse. 

Unici forse insieme ai Genesis tra i grandi gruppi art-rock anni 70 ad offrire un’ineguagliabile e geniale sintesi di rock, fascinazioni colte e musica d’autore,  Le Orme hanno sempre vantato un repertorio ricco di riferimenti – simbolici e non – al variegato universo femminile.  Ed è questo repertorio che il musicista/cantante di Murano ha portato in gran parte sulla ribalta di questa performance.  La compagnia insostituibile di una presenza femminile sottende il brano d’apertura dello show, un’ “Insieme al concerto” che è la celebrazione della compresenza delle due più grandi realtà donate all’uomo.  La donna e la musica, forse due diverse facce della stessa medaglia, forse più semplicemente sfumature di una perfetta simbiosi.  Lo stesso andamento del brano sembra sottolinearlo, ora soffice e accattivante ora impaziente nei suoi rigurgiti da rock ensemble.  

Un Tagliapietra a proprio agio, sciolto ed ironico introduce e interviene brevemente tra un brano e l’altro per annunciare che lo show – in occasione della ricorrenza del cinquantennale  – sarà dedicato in gran parte al repertorio del gruppo madre.  E tra il frenetico crossover prog/roots di Los Angeles e un estratto di buon livello dall’ultimo album solista “L’Angelo Rinchiuso”, spiccano le metafore femminili dei capolavori tratti da “Verità Nascoste” (1976), album degno di stare accanto ai tre dischi storici prodotti tra il 1971 il 1973 (”Collage”, “Uomo di Pezza”, “Felona e Sorona”).  

Il gradino più stretto del cielo, prezioso ripescaggio dal citato lavoro, si impone come il momento più teso e vibrante di uno spettacolo degno delle grandi memorie della musica rock.  Il riff elettrico turbinoso e lacerante opera del talento smisurato del compianto Germano Serafin, i solismi liquidi e incendiari, i break immaginifici catturati dal synth di Pagliuca.  Un’architettura ancora oggi superba, ingegnosa e provocatoria, custodita e tenuta viva da un gruppo strepitoso che vede Andrea De Nardi alle tastiere, Matteo Ballarin alle chitarre, Manuel Smaniotto alla batteria a dar man forte a un Tagliapietra che si cimenta alla double neck (una sezione di basso e una di chitarra acustica).  Una band di giovani musicisti di assoluto spicco non tanto e non solo per un tasso tecnico di assoluto rilievo quanto per l’aderenza assolutamente esemplare allo spirito dei brani originali sotto l’ispirata e sapiente guida di uno dei titolari storici del marchio.

Sorprenderli e ascoltarli in azione in quell’altra sarabanda di armonie a incastro di Regina al Troubadour ci consegna in eredità un rinnovato senso del gusto e della bellezza.  La donna ritorna qui al centro della scena a simboleggiare la potenza attrattiva e ultimamente deleteria dell’illusione frammista a surrogati di felicità.  Momenti dolci, ironici e malinconici si alternano fino alla drammatica stretta finale segnata dal dialogo serrato tra chitarra elettrica e tastiere in una compenetrazione giocata sui canoni dell’epica rock di alta scuola.    

Le familiari riproposizioni di repertorio come il carillon fanciullesco Gioco di bimba e la pensosa Amico di ierilasciano il campo alle sempre strabilianti esplosioni iperboliche dell’accoppiata Sospesi nell’incredibile /Felona, alla vena tragico-stralunata di Figure di cartone e al rock-beat celeste di Morte di un fiore.  

Il finale riassume tre particolari e differenti momenti di espressività raggiunti dal gruppo nel giro di quei cinque anni tra l’inizio dei ’70 e il loro giro di boa.  L’agile disimpegno di Canzone d’amore (il più grande successo su singolo della band), l’io lirico-spirituale di Sguardo verso il cielo e in chiusura la sortita jam di Cemento armato.  

Come per tutti i grandi momenti di musica e di vita scolpiti nella memoria la fine dello show va a decretare un inizio perpetuo, un’adesione continua – nelle ore, nei giorni, in ogni istante – a quell’insieme unico di gesti, di sguardi, di melodie pure e di singolare equilibrio.  

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori