MARK LANEGAN/ “Phantom Radio”: il giorno del giudizio è vicino

- Lorenzo Randazzo

L’ex cantante degli Screaming Trees continua il suo viaggio personale nel blues elettronico oscuro e minaccioso: La recensione di “Phantom Radio” a cura di LORENZO RANDAZZO

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Mark Lanegan

Phantom Radio è il nuovo album di inediti della Mark Lanegan Band. Nella versione Deluxe, che si consiglia vivamente, è contenuto anche l’ep No Bells on Sunday anticipato nel corso dell’estate. A questo prodotto finito, così confezionato, i fan dell’artista americano ci stanno arrivando per gradi: ora che il concetto di album come un tutt’uno e come oggetto da desiderare e da possedere viene un po’ meno, ecco la formula dell’offerta “spezzatino”. Le canzoni sono buttate in pasto ai fansalla rinfusa: Floor of the Ocean come primo singolo, Harvest Home su Spotify, I am the Wolf e Judgment time eseguite dal vivo alla radio di Seattle KEXP e poi subito riproposte su Youtube. Prima ancora l’ep in sole 1500 copie e per di più solo in vinile. Del resto si sa in una eadio, in una Phantom Radio che si rispetti, non ci si può aspettare un ascolto sequenziale di un album intero.

Il disco è il risultato della nuova direzione stilistica dell’ex leader degli Screaming Trees che abbraccia l’elettronica ma che comunque non rinnega la sua tradizione dark blues. Dopo Blues Funeral la produzione è affidata nuovamente ad Alain Johannes e ancora una volta nelle canzoni sono presenti synth e batteria campionata.

Il titolo del disco sembra non nascondere alcun significato recondito: si tratterebbe di semplici parole contenute in Smokestack Magic dell’ep No Bells on Sunday. Secondo l’autore invece descriverebbero bene l’atmosfera del disco. Il vero filo rosso dell’album, oltre all’elettronica, è il clima malinconico e la tensione drammatica che le parole e la voce peculiare del cantante americano riescono a trasmettere.

L’apertura con Harvest Home è dirompente: l’assolo di chitarra iniziale è deciso, la scarica di electric drum è potente e la voce è minacciosa. Ma non c’è da avere paura, Lanegan ha imparato a convivere con i suoi fantasmi e, prossimo ai cinquant’anni, finalmente ha trovato conforto nella vita: “Happy in my harvest home”. Ma se ci fossero ancora dei dubbi sul personaggio e sulle tinte dark dell’album, con Harvest Home Lanegan sgombra il campo da ogni dubbio ribadendo la sua provenienza: “Black is my name”. Tranquilli almeno fino a quando non arriverà il giorno del Giudizio, Judgment time, perché il tempo del giudizio è vicino. Lanegan con tono profetico mette tutti in guardia. Tra sogni, suoni di tromba dell’arcangelo Gabriele, visioni, devastazioni e sofferenze: “Ho visto i piedi dei pellegrini sanguinare, ho visto intere città affondare, ho visto interi eserciti morire”. Lanegan dipinge l’arrivo del Giudizio con un affresco ricco di fascino seppur catastrofico: “Ho visto quelle stelle cadere e quando il cielo cade, cade come la pioggia”. Decisamente evocative, le parole sono pesate con una certa gravità e cantate con la consueta calma e la sua voce baritonale rende le parole ancora più solenni. 

I testi sono sempre ricchi di riferimenti biblici ma nel complesso la sua musica è quanto di più lontano dal Christian rock.  Quelle di Lanegan potrebbero essere le parole di una persona attratta dalle tematiche cristiane (o almeno al dark side) ma in cui non solo manca l’entusiasmo dell’annuncio, manca proprio la gioia della fede. Il credo forse è stato perso per strada ma il tempo del giudizio si avvicina e si avvicina per tutti. Prima o poi bisognerà farci i conti. 

Il sound di Floor of the Ocean è avvolgente, magnetico, ipnotico, il miglior brano dell’album. Il suono di questa canzone, ma anche di Seventh Day e di Killing Season, rimanda ai Depeche Mode. Evidentemente deve esserci stata una forma di contaminazione nell’arte di Lanegan quando Dave Gahan ha preso il suo posto come voce dei Soulsavers. L’album è stato inciso nel corso di due mesi, tempo in cui Lanegan ha trascorso in studio solo poche ore a settimana. I am the Wolf è l’unica eccezione, la sua registrazione risale alle ultime sessioni con il musicista inglese Duke Garwood. Questo brano sembra l’atto finale di un regolamento di conti: l’atmosfera acustica è cupa e riflette tutta l’influenza e la drammaticità delle musiche di Nick Cave (con cui, successivamente, ha condiviso alcune date del tour statunitense). 

Torn the Heart è una canzone dalle grandi emozioni: illusione, delusione, delirio. “You don’t love me, would love be my saving grace? You don’t love me”. Senza amore non c’è salvezza, senza amore è difficile trovare una meta: “I’m going nowhere, now I’m going nowhere”. Il cuore rosso sangue è lacerato, eppure qualcosa bisogna affermare, qualcuno bisogna pur amare “What’s to love anyway”?

The Wild People è un altro blues acustico: “My sin is done” c’è un perdono? Si può anche ripartire purchè: “Mama please don’t kill the messenger man”. 

Il disco si conclude con un viaggio di morte, Death Trip to Tulsa : “The Lord made me poor man, the Lord made me a thief”. Una redenzione non è possibile? Del resto eravamo stati avvisati con No Bells on Sunday non ci sarebbe stata alcuna Resurrection Song. 

Da appuntare: Mark Lanegan & his band sarà anche in Italia per tre imperdibili date il prossimo marzo (3 Bologna, 4 Roma, 5 Milano). Phantom Radio è da includere tra i migliori album del 2014? Oohh judgment time is near. 

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