NOTWIST/ Quando l’elettronica ruba il teatro alla classica: il concerto al Regio di Parma

- Luca Franceschini

Per una sera l’elegante architettura del Teatro Regio di Parma ha accolto i destabilizzatori dell’elettronica post punk, i Notwist. La recensione di LUCA FRANCESCHINI

notwist_R439
Notwist

Andare al Teatro Regio di Parma per vedere i Notwist. Questo potrebbe già essere il tema dell’articolo: dopo La Scala, quello del capoluogo emiliano è l’altro grande tempio della musica classica che abbiamo in Italia. Che ci suoni uno dei più importanti gruppi di rock elettronico del pianeta è cosa alquanto singolare ma sarebbe assurdo dire che ci siamo lamentati. Aprire un posto del genere ad un concerto rock è stato un atto coraggioso per cui gli organizzatori del Barezzi Festival, manifestazione all’interno della quale si è svolto l’evento, sono sicuramente da lodare. 

In effetti, la location lascia letteralmente senza fiato, unitamente all’anticipo di godimento che deriva dalla certezza che, sicuramente, questa volta potremo usufruire di un suono decente. 

La band dei fratelli Acher ha una storia singolare e travagliata, che contrasta notevolmente con lo status di culto che hanno raggiunto o che, forse, contribuisce proprio a spiegarlo. 

Partiti dalla Germania, dopo due dischi all’insegna del metal core più pesante e monolitico, si sono progressivamente spostati verso territori più consoni al rock: prima esplorando il post punk con “12” poi con “Shrink”, il loro primo vero capolavoro, andando ad abbracciare definitamente l’elettronica, anche se ancora in una veste più rock oriented, con influenze orchestrali e vagamente jazz. 

Il mondo però, lo conquistarono veramente solo nel 2002, con quel capolavoro inaudito che fu “Neon Golden”, un perfetto equilibrio di rock, pop ed influenze electro come fino ad ora solo i Radiohead erano riusciti a fare. E considerando che, all’epoca, la band di Oxford aveva già fatto tutto ciò per cui verrà ricordata in eterno, quel disco arrivò come un meraviglioso e necessario complemento. 

Poi passarono sei anni prima di “The Devil, You+Me”, un lavoro bellissimo ma forse non altrettanto ispirato. Quest’anno, dopo altri sei anni di attesa (ma è segno di grandezza prendersi queste pause) è arrivato anche “Close to the Glass”, l’ultimo capitolo targato Notwist. Un disco al primo impatto difficile, che ha esasperato il discorso elettronico in un modo molto simile a quello che sempre i Radiohead fecero all’epoca con “Kid A”. Un disco che, se ascoltato e assimilato a dovere, si è rivelato alla fine forse la cosa migliore uscita dopo quel dischetto dalla copertina rossa di dodici anni prima. 

La band teutonica è in tour da mesi quasi ininterrottamente per promuoverlo, segno che ci credono molto anche loro. Erano già passati a Milano ad aprile ma impegni inderogabili me li hanno fatti saltare. Adesso per recuperare si può andare anche fino a Parma, soprattutto dopo l’annuncio di quella che sarebbe stata la location dell’evento.

Arrivato sul posto, la prima cosa che si nota è che il Regio è quasi pieno. Un sold out sarebbe stato forse chiedere troppo: siamo in Italia e siamo lontano dall’area dei grandi eventi. Ciononostante, l’affluenza è tale da farci moderare per qualche momento i nostri commenti sulla scarsa cultura musicale del nostro paese. 

Alle 21.10 spaccate (dopo tutto siamo nel più importante teatro della città, in pieno centro storico) i quattro Notwist più due session salgono sul palco e attaccano “Good Lies”. Ad impressionare è subito il modo con cui gestiscono le dinamiche, con i piani e i forti sapientemente alternati, così da rendere straordinariamente variato e coinvolgente ogni singolo brano, molto più che la sua versione in studio. 

La voce di Markus è inizialmente un po’ troppo bassa di volume (migliorerà nel corso dello show) ma per il resto i suoni sono impeccabili. 

Dal canto suo, la band è impressionate: alternano il rock e l’elettronica con grande naturalezza, senza mai esagerare da nessuna delle due parti, e rendendo il tutto perfettamente godibile. Dopotutto hanno un retroterra pop e anche nei momenti più estremi, quando si divertono a dilatare certi pezzi lanciandosi in lunghe corse di beat, campionamenti e percussioni, la forma canzone non viene mai meno. 

La setlist vede ovviamente i pezzi di “Close to the Glass” in primo piano, che sono anche quelli in cui l’elettronica viene sdoganata maggiormente. Interessante, da questo punto di vista, la versione riarrangiata di “Into Another Tune”, ancora più ipnotica e disturbante mentre tra gli episodi più belli dello show vanno annoverati senza dubbio le fragorose esplosioni di “Run Run Run” e le schitarrate di “Kong”, uno dei pochi episodi del nuovo disco a mantenere un impianto prettamente rockeggiante. 

In mezzo, qualche cosa dagli altri lavori (“Gravity”, che ha chiuso il set regolare è stata una vera mazzata ma anche “Boneless” ha detto la sua) ma sopratutto sono i brani di “Neon Golden” a farla da padrone nel vecchio repertorio: le varie “Pick up the Phone”, “This Room” “One With the Freaks” (meravigliosa nel suo contrasto tra l’inizio suadente e l’esplosione della seconda parte) vincono nettamente il confronto con le altre cose suonate questa sera e fanno capire come un disco del genere rimarrà probabilmente ineguagliato anche negli anni a venire. 

Al capolavoro del 2002 viene dedicata anche la totalità dei bis: la title track in apertura, con un gioco di percussioni veramente straordinario, mentre i dieci minuti di “Pilot” sono probabilmente il punto più alto di tutto lo show: una parte centrale che sconfina nella dub e il breve break in cui i sei si rituffano nel ritornello, provocando il delirio del pubblico. A chiudere il tutto, attesa spasmodicamente e puntualmente arrivata, quella “Consequence” che costituisce per chi scrive uno dei momenti più alti del pop rock degli anni Duemila. 

Davvero difficile dire altro: per intensità emozionale, precisione, varietà e raffinatezza esecutiva, questa band ha toccato livelli inauditi. Una capacità di plasmare i pezzi dal vivo, di cambiare gli arrangiamenti, di modificarli con divagazioni strumentali fantasiose e mai fuori posto, che davvero non ha eguali al momento. Forse solo i Radiohead riescono a stare a questi livelli, ma i Notwist di stasera, per quel che si è visto, sono stati superiori all’ultima apparizione della band di Thom Yorke dalle nostre parti. 

Ovviamente la sua parte l’ha fatta anche la venue, come abbiamo detto, con l’unico neo di limitare i movimenti in quei momenti in cui il climax emozionale raggiungeva l’apice: non alzarsi a ballare è stato a tratti veramente duro, ma le sedie erano oggettivamente un ostacolo insormontabile e c’è da dire che il pubblico è stato correttissimo, senza mai lanciarsi in quelle fughe in avanti che abbiamo visto più volte in altre occasioni. 

È stato il concerto dell’anno, poche storie: ho ancora parecchie date a cui assistere da qui a fine dicembre ma, sinceramente, non vedo come chiunque possa riuscire a fare meglio. Non resta da sperare nella messa in circolazione di un bel bootleg della serata: mai come questa volta ci sarebbe da riascoltare il tutto, per cogliere le diverse sfumature e bearsi di un’esecuzione che, come nella migliore tradizione della musica classica, è stata unica e irripetibile. 

Già, perché per quanto possano essere bravi su disco, dal vivo sono proprio di un altro pianeta. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori